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Restauro Pietà Bandini: il marmo è di Seravezza

Questa mattina, nella superba Sala del Paradiso dell’Opera del Duomo di Firenze, è stata presentata la conclusione del restauro della Pietà Bandini.

Il restauro avviato nel novembre 2019 è stato interrotto più di una volta a causa della pandemia ma da oggi finalmente è possibile vedere l’opera sotto una nuova luce. Pare tornata a palpitare di nuovo, liberata e spoglia di tutti quei depositi che si erano accumulati secolo dopo secolo.

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Le rotture che prima nella Pietà erano ben visibili, sono diventate quasi impercettibili anche a distanza ravvicinata e l’opera un po’ perde parte del suo racconto, dei tormenti che mi animarono durante la sua lavorazione.

Le diverse finiture della superfice che volli dare alla Pietà adesso però si distinguono nettamente e sono state rese di nuovo armoniche fra di loro per consentire una lettura completa dell’opera, senza alcuna interruzione visiva: dal ventre levigato e lucente del Cristo alla parte più scabra e non finita del Volto della Vergine.

PRESSPHOTO FIRENZE Museo dell’Opera del Duomo: il restauro della Pietà di Michelangelo: Foto Marco Mori /New Press Photo

Quel marmo duro, sversato e ignorante come pochi altri mi fece tribolare assai. Ogni scalpellata era uno scintillio: col calar della sera lì, nella casa laboratorio di Via Macel de’ Corvi a Roma, pareva ci fosse la girandola di San Pietro e Paolo.

La mia devozione era troppa per lasciarmi andare imprecando tutti i Santi del Paradiso da toscano che ero e che sono. Confesso però che qualche parolaccia di troppo mi scappava eccome tant’era duro e pogo bono quel marmaccio.

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La provenienza del marmo

Ecco, a proposito del marmo, vi voglio raccontare che con le indagini condotte durante il restauro è venuto fuori qualcosa di inaspettato. Se fino a ora vi ho sempre detto che di opere mie fatte con i marmi provenienti dalle cave di Seravezza non ce ne sono, le cose da oggi son cambiate.

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Ebbene sì. Durante i lavori è stato possibile prelevare alcuni campioni di marmo, sei per la precisione, in corrispondenza delle fratture presenti con lo scopo primario di individuare la cava di provenienza del blocco. I risultati ottenuti mediante le analisi isotopiche, spettrografiche e le misurazioni della granulometria sono stati confrontati con i marmi provenienti dai bacini carraresi di Torano, Colonnata, Miseglia e con i marmi di Seravezza.

Sorpresa: sembra proprio che il blocco, al contrario di quanto ritenuto fino al momento, provenga proprio dalle cave di Seravezza, al tempo appartenenti ai Medici.

PRESSPHOTO FIRENZE Museo dell’Opera del Duomo: il restauro della Pietà di Michelangelo: Foto Marco Mori /New Press Photo
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Da domani mattina ci potrebbe essere pure qualche proprietario attuale delle cava della zona che si vanta di avermi fornito il marmo per la Pietà Bandini.

Calma e sangue freddo: è vero che con molta probabilità il marmo, peraltro di qualità assai scadente, è seravezzino ma ancora non è stato definito con sicurezza da quale cava provenga. Da Trambiserra? Altissimo? Cappella?… attendiamo e magari nei prossimi mesi sapremo qualcosa in più in merito.

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Una mia considerazione sulla cava di provenienza del blocco

Io una mezza idea da dove possa essere arrivato quel marmo ce l’avrei e se volete ve la dico pure. Poi magari le indagini in corso smentiranno quello che mi passa per la mente, pazienza. Tanto sapete che zitto non ci posso stare.

Secondo me è un marmo che arriva direttamente dalla Cava Cappella che si trova immediatamente sotto al paesino di Fabbiano e vi spiego il perché. La cava chiusa da non molti anni era prevalentemente un luogo estrattivo per il bardiglio, un marmo molto duro di colore grigio tendente al blu. Il bardiglio si trova anche dalle cave di Carrara ma questo aveva una colorazione molto particolare e ben riconoscibile.

Ogni tanto però, durante le escavazioni, venivano fuori anche blocchi di bianco: un bianco molto più duro di quello estratto in cave ubicate un po’ più in alto come quella di Trambiserra o le varie cave presenti sull’Altissimo. Sapete, può capitare che un marmo sia così duro da far scintille quando si scolpisce e di solito viene poi scartato per realizzare sculture perché diventa molto difficile e faticoso lavorarlo.

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Alcune perplessità

La cosa curiosa è che la Pietà Bandini la scolpii a Roma, a casa mia a Macel de’ Corvi. Come mai avevo fatto arrivare un blocco a Roma da Seravezza? Un blocco per altro con venature e ricco di intrusioni di pirite, duro e poco adatto da scolpire. In quella zona m’aveva obbligato ad andare papa Leone X de’ Medici: voleva li cercassi proprio lì i marmi per la facciata della Basilica di San Lorenzo. Una storia lunga che ho avuto modo di raccontarvi a più riprese fra queste pagine ( come QUA).

Già avevo in mente fra il 1516 e il 1520 di far con quel marmo una Pietà da destinare alla mia sepoltura e quindi volli fosse portato fino al porto di Ripetta? Chissà, al momento non ci sono risposte ma tante domande.

Avrei avuto la facoltà di scegliere un blocco di qualità superiore e di marmi credetemi, me ne intendevo assai. Quindi perché proprio quel blocco acquistai per me?

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Non è vero che dalle cave di Seravezza si estraevano solo marmi di scarsa qualità: non era vero allora e non è vero oggi. L’estrazione di blocchi grandi era certo più complicata rispetto a quella che veniva effettuata a Carrara sia perché i cavatori non erano avvezzi a lavorare con grandi misure sia perché le condizioni ambientali erano assai diverse, con lizze molto più ripide che rendevano difficoltoso il trasporto a valle di pezzature di grandi dimensioni.

Vero è che il pontefice mi diede il compito di progettare una via migliore di quella esistente che arrivasse fino al mare ma questa è un’altra storia. Le vie di lizza sempre quelle rimanevano con tutte le difficoltà che presentavano.

Vi ho spiegato QUA cosa sono le vie di lizza e di come funzionassero. Sono rimaste attive fino agli anni Sessanta del Novecento dalle parti di Seravezza.

Il mio alter ego in mezzo alle restauratrici Paola Rosa ed Emanuela Peiretti, foto di Alena Fialovà
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La questione delle fratture

Per quanto riguarda le martellate sull’opera che io gli avrei assestato in un’impeto di rabbia, durante le indagini diagnostiche non ne hanno trovato traccia. Questo è un dato di fatto come è un dato di fatto che la Pietà Bandini abbia numerose fratture.

Che siano stata una conseguenza delle scalpellate abbinata a un marmo di scarsa qualità? Voglio dire, sono rotture che si sono verificate in corso d’opera? Mi sembrano tantine a dire il vero e assai consistenti per essere state provocate in modo naturale, senza un intervento esterno fatto con parecchia vemenza.

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Wassermann in merito alle fratture sosteneva che avessi fatto in modo programmato la distruzione degli arti con l’intenzione di rifarli in un secondo momento. Ma secondo me questa tesi non regge molto.

Distruggere a martellate parte dell’opera per rifarla applicando perni? In quale altra occasione avrei fatto una cosa del genere? Anzi, per me la scultura è sempre stata quella che si può ricavare da un blocco unico, mai pensato di fare aggiunte bislacche e improbabili, era una cosa che proprio non potevo concepire.

Come scrissi al Varchi “Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare; quella che si fa per via di porre è simile a la pictura

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L’intervento di pulitura

Ma torniamo all’intervento di pulitura eseguito materialmente dalla restauratrice Paola Rosa con la collaborazione di Emanuela Peiretti, coadiuvate da un’importante equipe di professionisti sia interni che esterni all’Opera del Duomo.

Foto di Gianfranco Gori
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Il restauro ha avuto inizio nella parte retrostante dell’opera, più annerita dai depositi. Per rimuoverli sono stati adoperati tamponi imbevuti di acqua deionizzata leggermente riscaldata. Le zone maggiormente scurite dagli strati sovrapposti di cera invecchiati che davano alla Pietà quella caratteristica colorazione ambrata, sono stati resi più omogenei dal punto di vista cromatico con il resto dell’opera utilizzando tamponature localizzate con solventi con impacchi a base di ammonio carbonato in soluzione acquosa con tempi di applicazione variabile.

Le stuccature vecchie sono state rimosse meccanicamente e rifatte con materiali che le rendessero più omogenee al resto dell’opera.

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Nel corso dei prossimi sei mesi sarà ancora possibile vedere la Pietà Bandini appena restaurata a distanza ravvicinata. Il cantiere di restauro rimarrà in essere per consentire di portare avanti gli studi in corso sull’opera.

Ci tengo a sottolineare che questo importante restauro è stato possibile grazie alla cospicua donazione fatta da Friends of Florence. Questa associazione da anni paga importanti restauri in tutta la regione Toscana. Basta pensare che dal 1998 a oggi Friends of Florence ha donato oltre 10milioni di dollari per progetti di conservazione del patrimonio culturale.

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Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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