Cristo e la Samaritana al pozzo

Il Cristo e la Samaritana al pozzo è una delle tante opere mie che viene citata dal Vasari ma non dal Condivi. Studiai la composizione per farne omaggio alla mia amica Vittoria Colonna. Il soggetto è l’incontro fra Cristo e la donna di Samaria dinnanzi alla fonte d’acqua in allusione alla fonte d’acqua di vita eterna di Nostro Signore.

Anche la marchesa Colonna cita quest’opera in una lettera datata 20 luglio 1543 che mi scrisse dal suo ritiro presso il monastero di Santa Caterina a Viterbo.

In un foglio che venne venduto all’asta a un privato nel 1998 da Sotheby’s, studiai una posa frontale per la donna stante avvolta in una veste assai stretta che lascia scoperto il seno. Cristo è seduto sul pozzo e la richiama verso di sé per avere un po’ d’acqua. Lei, che già se ne stava andando, si volta girando la testa.

Questo studio poi lo modificai per ottenere una composizione che mi andasse più a genio. Del risultato finale sono giunte fino a voi solo copie ma non il dipinto originale che si perse nel corso dei secoli chissà come e chissà quando.

Fra le copie più celebri del mio Cristo con la Samaritana al pozzo, quelle più celebri sono quella di Siena di Marcello Venusti e quella realizzata in affresco da Daniele da Volterra sul soffitto della stanza in Belvedere, nel complesso vaticano. Nicola Beatrizet realizzò un’incisione molto accurata mentre Clovio preferì disegnarla.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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Sopra il mio studio della composizione venduto all’asta da Sotheby’s il 28 gennaio del 1998 mentre a seguire l’incisione di Nicola Beatrizet

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Nuova veste grafica per questo anniversario

Per questo anniversario della mia dipartita dal vostro mondo mi sono messo al lavoro per creare una nuova veste grafica al mio blog. Se durante questi giorni vedrete cambiarlo diverse volte non spaventatevi, sono io che dall’alto della mia ignoranza telematica armeggio, sbaglio, correggo e magari commetto errori più grandi di quelli precedenti. Abbiate pazienza, sono nato secoli fa e morto parecchio prima dell’arrivo di queste nuove tecnologie.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti alle prese con le tecnologie di ultima generazione. Vi saluto con il busto che mi fece Daniele da Volterra

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Il naso del David

Ormai avevo quasi terminato il David e di lì a poco tutti avrebbero potuto vederlo da ogni angolatura. Pier Soderini, l’allora gonfaloniere della repubblica fiorentina, venne a farmi visita al cantiere per osservare l’opera in anteprima e dire la sua.

La guardò per un po’ senza pronunciar parola poi, con un dito, indicò il naso esclamando una cosa del tipo “quel naso, troppo grande e sproporzionato. Michelangelo, suvvia dagli un’aggiustata che così non può andare”.

Senza dare troppo nell’occhio presi una manciata di polvere di marmo, salii sui ponteggi fino all’altezza del volto e con uno scalpello simulai di aggiustare il naso secondo il suo desiderio. A ogni finta scalpellata lasciavo cadere un po’ di polvere dalla mano: parevo un attore nato.

Tutto sodcddisfatto per aver dato il suo contributo personale alla storia, quel bischero di Soderini si complimentò con me compiaciuto: “Adesso sì che è perfetto”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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Da vivo avrei permesso la pubblicazione dei miei versi?

Tanto si è discusso e dibattuto sulle mie poesie, sulla loro interpretazione e ancor di più sulla questione della pubblicazione. Solo pochi miei contemporanei ebbero la sorte di poter leggere quei versi tanto appassionati quanto tormentati. Fu il mi’ nipote omonimo a pubblicarle nel 1623 dopo aver effettuato non una semplice revisione ma, in alcuni casi, una riscrittura utile solo per modificarne radicalmente il significato.

Fra la fine del 1545 e il novembre del successivo anno, mentre ero impegnato con gli affreschi della Paolina, ebbi la voglia di rendere pubbliche tutte le poesie mie. Se questo impulso fosse nato proprio da un desiderio mio oppure fossi stato spinto da qualcun altro non è dato sapere. Fatto sta che sul mio scrittoio c’erano due manoscritti contenenti entrambi sia carte autografe che fogli trascritti da Luigi del Riccio e Donato Giannotti.

Probabilmente i due stavano cercando di mettere in ordine i versi miei per darli poi alle stampe. Cos’è successo dopo? Perché il progetto non andò a buon fine? Ci sono diverse ipotesi che circolano e sono tutte abbastanza plausibili.

Scriversi versi equivale a mettersi a nudo e forse nudo non avevo alcuna intenzione di stare dinnanzi a persone che nemmeno conoscevo. Pensando e ripensandoci sopra forse rpeferii tenerli per me quei versi.

“Io vi prego e scongiuro, per la vera amicizia che è tra nnoi, che non mi pare, che voi facciate guastare quella stampa e abruciare quelle che sono stampate; e che se voi fate boctega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se fate di me mille pezzi, io ne farò altrectanta, non di voi, ma delle vostre cose” scrissi in una lettera indirizzata a Luigi del Riccio proprio nel periodo in cui probabilmente stava lavorando al canzoniere mio.

Pochi anni dopo anche il Condivi, nella mia biografia, scrive di una prossima pubblicazione di versi e madrigali raccolti da lui stesso peraltro mai editi. Della raccolta del Condivi non s’è trovato traccia alcuna in tempi moderni: “spero tra poco tempo dar fuore alcuni suoi sonetti e madrigali, quali io con lungo tempo ho raccolto sì da lui da altri, e questo per dar saggio al mondo, quanto ne l’invenzione vaglia e quanti bei concetti naschino da quel divino spirito”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta instillandovi un dubbio: avrei mai permesso la pubblicazione delle mie poesie quando ancora ero in vita?

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L’umile gente ‘l corpo ha d’oro e d’adamante ‘l core

 Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che in versi inizia questa nuova giornata che si prospetta come tutte l’altre complicata.

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Nessun dipinto mio con la Leda e il Cigno

Tanto per mettere qualche puntino sulle i e fare un po’ più di chiarezza, ci tengo a precisare che non c’è alcun dipinto su tavola o su tela di Leda col cigno che sia attribuito a me. Perché vi dico ciò? Ebbene, durante gli ultimi giorni ho visto circolare da diverse parti un’opera realizzata probabilmente dal Rosso Fiorentino avente questo soggetto e non sono pochi quelli che me l’affibbiano arbitrariamente a me.

Una Leda con il Cigno la dipinsi eccome. Era una grande tavola che mi venne commissionata dal duca di Ferrara Alfonso I d’Este. “Un quadrone di sala, rappresentando il concubito del Cigno con Leda: ed appresso, il parto dell’uova di che nacquero Castore e Polluce, secondoché nelle favole degli antichi scritto si legge“, scrisse il Condivi.

L’opera non arrivò mai a Ferrara. Litigai aspramente con il messo che venne a ritirarla e preferii regalarla ad Antonio Mini piuttosto che affidarla a un incompetente del genere. Fra le altre cose il volto della Leda lo avevo realizzato usando proprio i bei lineamenti del Mini, rendendoli un po’ più femminili con qualche accorgimento.

Si può avere un’idea abbastanza precisa di che aspetto potesse avere l’opera perché fu copiata diverse volte da vari artisti contemporanei. Inoltre esistono studi miei relativi soprattutto al volto: anzi, forse lo studio del volto della Leda è una delle teste più note della storia dell’arte.

Al Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli è conservata un’incisione derivata dal mio dipinto abbastanza fedele all’originale. Venne realizzata secoli fa da Nicolas Beatrizet. Quella che vedete a seguire è la copia eseguita dal Rosso Fiorentino che sovente viene spacciata per opera mia.

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A seguire il mo studio della testa della Leda per il quale presi a modello il Mini. Vi auguro una buona serata: la zuppa di pane e verdure è pronta e non vorrei mi diacciasse con quest’arietta che entra da sotto le porte di Santa Croce.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti.

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Studio per il Tondo Doni

Il Tondo Doni è l’unica opera mia esposta permanentemente alla Galleria degli Uffizi e, ogni anno, vede sfilare davanti a se migliaia di persone provenienti da ogni angolo del mondo, attraverso un vetro anti-proiettili.

Quello che potete osservare a seguire è un disegno che realizzai per studiare la testa della Vergine della Sacra Famiglia. Si tratta di uno studio assai noto che addirittura, nel 2009, uscì da Casa Buonarroti per essere esposto a Belgrado, assieme a un disegno che tracciai per la gamba del Bambino.

Lo studio per la testa della Vergine appartiene alla collezione di Casa Buonarroti e potreste anche avere la fortuna di vederlo prima o poi con i vostri occhi. Tutti i disegni di Casa Buonarroti, a partire dal 1859, vennero sistemati all’interno di bacheche o appesi alle pareti in cornici ma venne deciso all’unanimità che quella permanente esposizione fosse troppo azzardata per la loro corretta conservazione.

Nel 1960 tutti i disegni vennero trasferiti preso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi per essere sottoposti a un lungo e attento restauro. Quindici anni dopo fecero ritorno in via Ghibellina e, da allora in poi, vengono esposti solo in piccoli nuclei a rotazione in una sala appositamente pensata per lo scopo in condizioni di luce e termo igrometriche ideali per quelle carte così fragili e preziose.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 

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Perfezione abbozzata

“Così abbozzata mostra la sua perfezione, ed insegna agli scultori in che maniera si cavano le figure de’ marmi, che senza venghino storpiate, per poter sempre guadagnare col giudizio, levando del marmo, ed avervi da potersi ritrarre e mutare qualcosa, come accade, se bisognassi”. Così il Vasari raccontò ai contemporanei e ai posteri il San Matteo: una delle mie numerose opere lasciate a metà.

Assieme al San Matteo avrei dovuto scolpire anche gli altri undici apostoli che sarebbero poi stati collocati presso Santa Maria del Fiore. Subito dopo aver terminato il David iniziai a metter mano alla commissione ma dovetti abbandonare presto l’impresa. Due anni più tardi, il 18 dicembre del 1505, il contratto che mi impegnava con le dodici sculture venne rescisso e le sculture vennero affidate ad altri artisti fra i quali Jacopo e Andrea Sansovino e quello sciupa marmi del Bandinelli.

Almeno fino al 1874 il San Matteo rimase presso l’Opera del duomo e successivamente venne trasferito all’Accademia delle arti e del disegno di Firenze. Non molti anni dopo, agli inizi del Novecento, venne trasferito definitivamente alla attigua Galleria dell’Accademia assieme ai prigioni che per anni erano stati incastonati come gioielli nella Grotta del Buontalenti, nel giardino di Boboli.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e il suo terzo caffè della giornata.

 

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Più presto ancide quante vien più tardi

Non altrimenti contro a sé cammina
ch’i’ mi facci alla morte,
chi è da giusta corte
tirato là dove l’alma il cor lassa;
tal m’è morte vicina,
salvo più lento el mie resto trapassa.
    Né per questo mi lassa
Amor viver un’ora
fra duo perigli, ond’io mi dormo e veglio:
la speme umile e bassa
nell’un forte m’accora,
e l’altro parte m’arde, stanco e veglio.
    Né so il men danno o ‘l meglio:
ma pur più temo, Amor, che co’ tuo sguardi
più presto ancide quante vien più tardi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi inizia la giornata in versi

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La sassaiola

Il David non era destinato ad essere posizionato in Piazza della Signoria ma venne commissionato dalla potente corporazione dell’Arte della Lana e dagli Operai del Duomo per decorare uno degli sproni del duomo di Santa Maria del Fiore. Durante i due anni nei quali scolpii il gigante avevo cercato di tenere alla larga curiosi e artisti alla ricerca di opere da copiare con una fitta recinzione realizzata col legname.

Vista l’importanza di quell’opera però, Pier Soderini, gonfaloniere della repubblica fiorentina, decise di dargli maggior risalto posizionando il David nella piazza simbolo del potere temporale della città.

Fatto sta che divenne dunque necessario spostare l’opera dalla zona del duomo dove l’avevo scolpita, fino alla destinazione finale che venne decisa dopo un lungo dibattito fra i più celebri artisti del tempo.

Il 14 maggio del 1504 il David iniziò il suo lungo cammino verso Piazza della Signoria. Impiegò quattro giorni buoni e giunse a destinazione il 18 maggio verso l’ora del mezzogiorno. Antonio da Sangallo, il Cronaca, Baccio d’Agnolo, Bernardo del Cecca e il Pollaiolo realizzarono una gabbia in legno che potesse scorrere sui travi ricoperti di grasso. Per evitare che le vibrazioni potessero causare gravi danni al David, riuscirono a sollevarlo dal fondo mediante un complesso intreccio di canapi atti ad assorbire le oscillazioni.

Durante una delle notti, un gruppo di parteggianti per la famiglia Medici, prese a sassate il David.forse nell’assurdo intento di fermare la sua corsa. Il David in fondo era il simbolo per eccellenza della vittoria repubblicana sui Medici.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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