Prime testimonianze della Battaglia dei Centauri

La prima testimonianza scritta che si ha della Battaglia di Centauri si trova in una lettera scritta del lontano 1527 da Giovanni Borromeo. Chi era costui? Niente di meno che l’agente dei Gonzaga a Firenze alla ricerca di tesori artistici da comprare per Federico, il marchese di Mantova. Federico stravedeva per le opere mie e avrebbe pagato qualsiasi prezzo pur  di potarsi a casa una scultura o un dipinto.

Nella lettera Borromeo scrive “certo quadro di figure nude, che combattono, di marmore, quale havea principiato ad istantia d’un gran signore, ma non è finito. E’ braccia uno e mezo a ogni mane, et così a vedere è cosa bellissima, e vi sono più di 25 teste e 20 corpi varii, et varie attitudine fanno”. Il gran signore è Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico.

Successivamente questo mio lavoro giovanile viene descritto rapidamente anche nella biografia che scrisse il Condivi, anno 1553.

Se volete vedere la Battaglia dei Centauri con i vostri occhi, non dovrete fare altro che varcare le soglie di Casa Buonarroti, in via Ghibellina a Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi e i suoi racconti che vi aspetta tutti a casa sua, nella città del Rinascimento.

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I tecchiaioli: ragni bianchi sospesi sul nulla

Come vi ho raccontato in altre occasioni, il lavoro di cava era e continua a essere duro. Certo, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, hanno iniziato ad arrivare le prime tecnologie moderne e il mestiere un po’ s’è alleggerito, pesa meno sulle spalle degli uomini ma il rischio rimane alto.

Sapete qual’è la specializzazione che meno è cambiata nel corso dei secoli? Il tecchiaiolo. Una figura fondamentale per la sicurezza di tutti coloro che in cava lavorano o transitano. Appesi come dei ragni sulle pareti di marmo, si occupano di rimuovere i sassi smossi e tutte quelle porzioni di parete a rischio che potrebbero cadere da un momento all’altro sulla testa di chi sta sotto.

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Il tecchiaiolo non può avere paura del vuoto e nemmeno di lavorare sospeso, trattenuto da corda e imbracatura. Adesso si adoperano le stesse attrezzature usate dagli alpinisti mentre fino a una manciata di decenni fa ci si legava una corda di canapa in vita e via: qualche giro al piro a monte e un collega fidato a dar corda per scendere lungo la tecchia da pulire. Cos’è la tecchia? Una parte a strapiombo.

D’inverno gelano le mani, la testa poi le braccia e tutto il resto del corpo mentre d’estate, col marmo bianco che riflette il sole, in mezza giornata si diventa neri come tizzoni e dal caldo che c’è brucia pure il cervello.

Mani ferme, gesti precisi e ben calibrati. Il rischio è alto e ogni tanto qualche batticuore ad annebbiare i pensieri. Perdere la lucidità potrebbe essere fatale e anche durante gli imprevisti, avere un pensiero veloce, può fare la differenza fra la salvezza o quello che purtroppo sembra inevitabile.

Guardate questo bel video a seguire girato da Luca Galassi per capire meglio il lavoro del tecchiaiolo. Chi da anni svolge la sua professione con orgoglio, passione e con il rispetto dovuto dettato dal timore di poter sbagliare qualcosa che potrebbe risultare ahimè fatale vi racconterà cose che forse non conoscete o che mai avete sentito narrare.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Lo studio per un braccio al British

Il disegno che vedete a seguire è uno studio per la posizione di un braccio destro eseguito a carboncino. La mano è aperta e con il palmo rivolto verso l’alto e si nota un ripensamento nella posizione dell’avambraccio: prima lo pensai un po’ più piegato verso l’interno e alla fine optai per una maggiore apertura.

In questo disegno mi concentrai in maniera particolare sulle articolazioni e sul posizionamento naturale dei muscoli in quello specifico movimento dell’arto. Il fatto che abbia usato un modello maschile per studiare dal vero il braccio non significa che poi fosse davvero destinato a raffigurare un uomo. Ho sempre adoperato modelli maschili e poi apportavo le modifiche necessarie per renderli più femminili. Certo che avevo una visione tutta mia dell’universo femminile e ve ne ho lasciato esempi assai variegati.

Il disegno in questione, per altro ritagliato da un foglio molto più grande forse da me o da altri, è stato datato in un primo momento fra l 1534 e il 1541 e collegato direttamente al Giudizio Universale. Il Wilde però notò che non solo questo disegno non è stato tradotto in affresco nel Giudizio, ma che ricorda molto più da vicino gli ultimi miei studi ed è stato ridatato attorno al 1560.

Questo disegno appartiene alle collezioni del British Museum. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e i suoi disegni.

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Marchio depositato

Ebbene si, da qualche ora Michelangelo Buonarroti è Tornato è un marchio depositato. Perché l’ho fatto? Beh, ho visto ultimamente cose in rete che non mi sono affatto piaciute come ad esempio spacciare questo blog per proprio quando in realtà è mio e cose affini.

Siccome son morto ma non bischero del tutto, ho deciso di tutelarmi a modo mio. Questo è quanto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta con una splendida immagine: la restauratrice Cinzia Parnigoni alle prese col David un po’ di tempo fa

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Tutti e’ ripari mie son corti e folli

Prima di inoltrarmi fra uffici e burocrazia, stamani vi propongo questi versi…è la poesia più lunga che scrissi: leggetela da cima a fondo e fatela vostra. Oh, che vi credete, le scartoffie esistono anche da questa parte d’esistenza e capita pure di stare ore in fila…

 Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
    Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
    I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
    Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
    E’ non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
    E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
    Quando un dì sto che veder non ti posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com’altri il ventre di votar si muore,
ch’è più ‘l conforto, po’ che pri’ è ‘l dolore.
    E non mi passa tra le mani un giorno
ch’i’ non la vegga o senta con la mente;
né scaldar ma’ si può fornace o forno
c’a’ mie sospir non fussi più rovente;
e quando avvien ch’i’ l’abbi un po’ dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre’ dir, s’ella m’aspetta,
ch’i’ dico men che quand’i’ non ho fretta.
    S’avvien che la mi rida pure un poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal foco
o di bombarda o d’altra artiglieria;
se mi domanda, subito m’affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s’arrende il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
    I’ sento in me non so che grand’amore,
che quasi arrivere’ ‘nsino alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa’ minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c’amore o forza el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto vola.
    I’ vo pensando al mie viver di prima,
inanzi ch’i’ t’amassi, com’egli era:
di me non fu ma’ chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni altra schiera?
    Or si fa ‘l nome, o per tristo o per buono,
e sassi pure almen che i’ ci sono.
    Tu m’entrasti per gli occhi, ond’io mi spargo,
come grappol d’agresto in un’ampolla,
che doppo ‘l collo cresce ov’è più largo;
così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo
come pelle ove gonfia la midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che tu mai n’esca ardir creder non aggio.
    Come quand’entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato l’animella,
come l’apre di fuor, la serra drento,
così l’immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all’alma venir sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla pugno al primo balzo, 
percosso da’ tu’ occhi al ciel po’ m’alzo.
    Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
    I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
    Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Michelangelo Pittore

Oggi voglio tornare a parlare di libri belli, di quelli che vale la pena acquistare, leggere, guardare, toccare e poi rileggere tutte le volte che si desidera per cercare cose dimenticate o solo per il gusto di farlo. Se mirate ad approfondire la conoscenza sui miei lavori pittorici, “Michelangelo Pittore” è il volume che fa al caso vostro. Anche questo, alla stregua di “Michelangelo Scultore” , è stato scritto da Cristina Acidini, attualmente alla presidenza dell’Accademia delle Arti del Disegno ovvero la più antica accademia di belle arti del mondo che è stata fondata a Firenze nel lontano 1563.

La Acidini ben conosce i lavori e la vita mia e in questo volume racconta tutto quello che c’è da sapere sulla pittura: dalla copia tratta dall’incisione di Martin Schongauer fino agli affreschi della Cappella Passando per le tavole di attribuzione ancora molto discussa, il Tondo Doni e gli affreschi della Sistina.

Le pagine ricche di informazioni note intervallate da dettagli poco conosciuti, analizza opera dopo opera in maniera puntuale e precisa. Il linguaggio adoperato è assai tecnico ma comunque comprensibile a tutti. Le foto sono parte integrante delle descrizioni e consentono di vedere particolari a distanza ravvicinata come ad esempio i Santi presenti nel Giudizio Universale, gli stacchi delle giornate negli affreschi e altre cose che sicuramente deliziano e arricchiscono sia gli appassionati che gli intenditori.

Michelangelo pittore scandaglia anche collaborazioni, amicizie, vita privata e descrive i retroscena delle varie commissioni pittoriche. Non mancano dati tecnici, informazioni relativi ai restauri (quando è stato pubblicato l’intervento sugli affreschi della Paolina non era stato ancora effettuato), notizie iconografiche e una parte dedicata ai disegni e ai bozzetti più conosciuti e importanti di tutta la mia produzione artistica.

Insomma, un ottimo libro da leggere e tornare a consultare per far tornare alla mente cose magari dimenticate ma importanti. Se desiderate acquistare questo prezioso libro, cliccate qua.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue recensioni di libri che lo riguardano da vicino.

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Angeli con gli strumenti della passione

Nelle due lunette ubicate nella parte alta del Giudizio ci sono una serie di angeli impegnati a sostenere tutti gli strumenti che hanno caratterizzato la passione di Cristo: dalla Croce ai dadi con i quali i soldati si giocarono le vesti del Salvatore. Alcuni angeli mostrano occhi smarriti, turbati per ciò che sta accadendo appena sotto di loro.

Il particolare che vedete a seguire appartiene alla lunetta destra. Cinque angeli apteri sostengono la colonna della flagellazione: guardate con quanto sforzo ne sopportano il peso mettendo in tensione tutto il corpo. Gli angeli hanno dimensioni notevoli: quello con un panneggio sistemato in zona strategica da Daniele da Volterra ha un’altezza che oltrepassa i due metri.

Sullo sfondo un altro angelo regge la scala mentre all’estrema destra un angelo messo in evidenza da un panneggio arancione, tiene nella mano sinistra l’asta con la spugna intrisa d’aceto per far bere Cristo.

Dopo aver affrescato questa lunetta mi presi un po’ di tempo per così dire libero: avevo bisogno di  un attimo di tregua per poter pensare alla fascia centrale del lavoro, quella che fa perno su Cristo e la Vergine.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Prima della fine

Questi che vi propongo oggi sono gli ultimi versi, quelli estremi che scrissi prima di posare carta e penna. Leggeteli in questa chiave pensando a me, oramai vecchio, acciaccato e con un gran numero di amici che già erano passati a miglior vita anni prima.

Non più per altro da me stesso togli
l’amor, gli affetti perigliosi e vani,
che per fortuna avversa o casi strani,
ond’e’ tuo amici dal mondo disciogli,
    Signor mie car, tu sol che vesti e spogli,
e col tuo sangue l’alme purghi e sani
da l’infinite colpe e moti umani

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Il più virile, il più sicuro, il più durabile di tutti gli altri modi

Papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, era un uomo colto e un mecenate dal gusto squisito. Appena salì al soglio di Pietro, non ebbe dubbio alcuno: la decorazione della parete dell’altare nella Cappella Sistina doveva essere realizzata da me, così come aveva stabilito il suo predecessore Clemente VII.

Cercavo di prendere un po’ di tempo: dovevo terminare la Tomba di Giulio II. I suoi eredi non finivano di infastidirmi e quell’opera che oramai si stava protraendo da anni era divenuta un coltello piantato nel fianco che mi provocava dolori continui notte e giorno.

“Io ho avuto trenta anni questo desiderio er ora che son papa non me lo caverò? Io son disposto che tu mi serva ad ogni modo.” Alla fine mi convinsi a salire ancora una volta i ponteggi: a papa Paolo III non potevo dire di no.

Ci si mise di mezzo pure Sebastiano del Piombo, amico con il quale ebbi a discutere in più di una occasione. Gli sarebbe garbato avessi lavorato sulla parete con i colori a olio, una moda che stava iniziando ad acquistare sempre più adepti ma ovviamente, come sempre, feci di testa mia mostrando d’aver la ragione dalla mia parte anche a secoli di distanza dopo la mia dipartita dal vostro mondo. L’affresco in fondo era ed è il più virile, il più sicuro, il più durabile di tutti gli altri modi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Studi per il Giorno e la Notte a Oxford

Dietro ogni scultura o dipinto c’è sempre un gran lavorone da fare. Da dove si comincia? Beh, dal disegno. Difficile tirar fuori qualcosa di buono se si ha poca dimestichezza con carboncini, sanguigne e penne. E’ sulla carta che inizia a prender forma un’opera, a diventare sempre più concreta, a modellarsi secondo quello che la mente comanda.

Cercando qua e la e facendo un po’ di pulizie estive, ammuchiati sotto un bello strato di polverone, ho scovato vecchie carte. Fra questi fogli ce n’è uno che da troppo tempo avevo dimenticato. Presenta studi molto interessanti e particolareggiati relativi alle opere che avrei scolpito poi per le tombe dei duchi Medici.

Sul recto c’è uno studio per l’allegoria del Giorno mentre sul verso sono presenti quattro studi per il braccio destro della Notte che, alla fine dei conti, ha molta affinità con il braccio sinistro del David, scolpito anni prima.

Lo studio del corpo del Giorno lo realizzati adoperando il carboncino nero mentre gli altri studi sono a sanguigna anche se qua e là qualche tocco di carboncino nero c’è.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, parecchio accaldato e piazzato davanti al ventilatore.

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Questo foglio appartiene all’Ashmolean Museum di Oxford

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