Vecchi e nuovi sanpietrini

La tecnologia in questo ultimo secolo ha fatto passi da gigante. Ha velocizzato e reso più semplici molti lavori facendo scomparire però particolari figure professionali.

Avete presente la Basilica di San Pietro illuminata a festa? Uno spettacolo suggestivo che, fino a non moltissimi anni fa, richiedeva una manodopera specializzata con doti acrobatiche non indifferenti. Per mettere in scena tutto quel brilluccichio notturno servivano 900 fiaccole e 5.000 lanternoni da posizionare dall’apice della Croce sopra il cupolone fino al colonnato.

Questi uomini erano i sanpietrini che durante le festività religiose più importanti si mettevano al lavoro per regalare alla basilica di San Pietro un’illuminazione molto più suggestiva di quella attuale a led. L’ondeggiare delle fiamme mosse dal ventarello pareva facessero scintillare la chiesa.

La figura del sanpietrino ancora esiste eccome ma non ci sono più quelli addetti alle fiaccole. Continuano ad essere chiamati così infatti gli operai specializzati che continuano a prendersi cura della manutenzione ordinaria della Basilica di San Pietro: muratori, falegnami, stuccatori, fabbri, verniciatori, decoratori, marmisti, pontaroli, elettricisti e anche addetti alla sorveglianza. Attualmente sono circa un’ottantina i sanpietrini che lavorano per la Fabbrica di San Pietro. Ogni giorno lavorano per garantire che tutto funzioni nel migliore dei modi e che la chiesa possa essere visitata da migliaia di turisti e fedeli provenienti da ogni angolo del mondo. Nel video a seguire avete la possibilità di vedere al lavoro i sanpietrini di oggi all’interno della basilica rendendovi anche conto della grandezza del baldacchino bronzeo del Bernini che costò la vita a molti durante la sua realizzazione.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

1357584459_45cc

Annunci

Michelangelo Infinito: nuovo film su di me

Dopo la proiezione sui grandi schermi non solo italiani del discutibile Michelangelo: Amore e Morte e il film ancora in corso di montaggio girato da Konchalovsky, arriva un nuovo film su di me: Michelangelo Infinito.

Si tratta di una produzione promossa da Sky assieme a Magnitudo Film incentrata sulla vita e le opere mie. Cercando qua e là notizie questo film dovrebbe raccontarmi a tutto tondo analizzando diversi aspetti del mio essere, del mio modo di lavorare e d’intendere la vita.

A prendere le mie sembianze sarà l’attore Enrico Lo Verso mentre Vasari verrà interpretato da Ivano Marescotti. Il film verrà proiettato sul grande schermo durante il corso del 2018 e successivamente verrà messo in onda su Sky e andrà in distribuzione nei cinema di ogni angolo del mondo.

Il punto di forza di questo lavoro saranno le opere mie mostrate in maniera dettagliata con riprese di qualità. Almeno è quello che si legge: adesso tocca aspettare l’uscita di Michelangelo Infinito con la regia di Emanuele Imbucci sperando non deluda l’attesa.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi lascia con un’immagine tratta dal film di prossima uscita.

67269-01_MichelangeloInfinito_BottegaTifernatedef.jpg

Via de’ marmi sudici

Con i nomi delle strade e delle piazze a Firenze si son proprio divertiti. Ce ne sono per tutti i gusti e ogni vicolo o vicoletto ricorda qualcosa di particolare che racconta a modo suo un pezzo della città, la sua storia, i suoi colori, i suoi sapori e le sue abitudini che affondano le radici nel passato.

Da Via dell’Ariento che deve il suo nome alle numerose botteghe di argentieri che accoglieva, fra le quali anche quella dei Ghirlandaio, a Piazza della Passera chiamata così per gli antichi bordelli che la animavano; da Piazza dei Maccheroni che porta il nome della famiglia facoltosa che aveva possedimenti proprio lì a via della Gaggia che deve il suo nome all’antico modo di chiamare la pianta dell’acacia.

Fra tutte queste strade c’è anche Via dei Marmi Sudici, o meglio, c’era perché dal 1875 è stata intitolata a me: Via Michelangiolo Buonarroti. Perché si chiamava così? Facevo depositare lì i blocchi di marmo da lavorare e con il tempo si annerivano, diventavano sempre più sudici. Alcuni rimasero lì per molto tempo anche dopo la mia morte e vi potete immaginare quanto fossero divenuti luridi.

Via dei Marmi Sudici costeggiava il fianco di Casa Buonarroti sfociando in via Ghibellina. Il nome venne cambiato in occasione del quarto centenario della mia nascita in Via Michelagniolo Buonarroti. Sotto la targa del nome della via ce n’è una più piccola messa a ricordare quel nome che poco a poco sta passando nel dimenticatoio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 

 

 

Foto di Simone Frasca

temp_regrann_1501306958445.jpg

La Cacciata dei Mercanti dal Tempio

Sapete, esistono diversi disegni realizzati più o meno nel medesimo periodo che hanno per soggetto la Cacciata dei Mercanti dal Tempio. Appartengono tutti al British Museum e la loro composizione è molto affine a quella di entrambi gli affreschi paolini.

Il centro della scena è occupato da Cristo che solleva il braccio destro con la medesima impetuosità del Cristo Giudice. Nel foglio che vi propongo io compare per due volte lo studio approfondito del Cristo o meglio, la parte di destra è stata realizzata su un altro foglio e appiccicata al foglio principale in un secondo momento. La composizione sicuramente fu vista e studiata da El Greco: tanto ne rimase affascinato che non si fece troppi problemi nel riprodurla per sommi capi nella sua Cacciata dei Mercanti dal tempio, conservata presso la National Gallery.

La destinazione di questi studi assai approfonditi rimane misteriosa. La scena riprodotta nel disegno a seguire così come quella raffigurata in altri fogli del British ha un andamento curvo. Charles de Tonlay ha ipotizzato che avessi dovuto affrescare il gruppo nella lunetta che si trova proprio in quella presente sopra la porta d’ingresso della Cappella Paolina. Con questa chiave di lettura è stato possibile datare tutto il gruppo dei disegni della Cacciata dei Mercanti dal Tempio attorno al 1550.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi disegni

IMG_20170728_123906.jpg

Ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola

Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con il suo poetare

temp_regrann_1501220974693.jpg

 

Non mi bastò l’animo per tornare in terra natìa

Il 22 Maggio di quel lontano 1557, presi carta e penna per scrivere al Vasari. Scrivere lettere era l’unico modo per comunicare senza fraintendimenti con le persone che stavano lontane: io a Roma impegnato nella fabbrica di San Pietro e lui a Firenze, a sopportare il Duca che gli chiedeva di provare a farmi tornare a Firenze.

Non avevo più la forza di tornare in terra natìa e forse nemmeno la voglia. Il lavoro mi faceva rimanere a Roma ma anche il mal della pietra non mi consentiva di coprire lunghe tratte a cavallo. Poi se fossi andato via chi glie lo avrebbe spiegato al papa che avrebbe dovuto sostituirmi con un altro architetto degno di questo nome?

Messer Giorg[i]o amico caro,

io chiamo Idio in testimonio com’io fu’ contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in decta fabbrica come si faceva allora, io sarei ora a quello di decta fabbrica, ch’io ò desiderato per tornarmi costà.

Ma per mancamento di danari la s’è m[o]lto alentata, e allentasi quando ella è g[i]unta in più faticose e dificil parte; in modo che abandonandola ora, non sarebe altro che con grandissima vergognia perdere tucto il premio delle fatiche che io ci ò durate in decti dieci anni per l’amore di Dio. Io v’ò facto questo discorso per risposta della vostra, perché ò una lectera dal Duca, che m’à facto molto maravigliare che Sua S(ignio)ria si sia degniata a scrivere, e con tanta dolceza.

Ne ringratio Idio e Sua Eccellenzia, e quanto so e posso. Io esco di proposito, perché ò perduto la memoria e ‘l cervello, e lo scrivere m’è di grande affanno, perché non è mia arte. La conclusione è questa di farvi intendere quello che segue dello abandonare la sopra decta fabrica e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parechi ladri e sarei cagion della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre; l’altra, che io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e, partendomi senza licenzia, non so come s’andassino; l’altra, che io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tucti e’ vechi e maestro Eraldo ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per r[i]tornar qua a me no ne basta l’animo, e ‘l tornarvi per sempre, ci vole qualche tempo per asectar qua le cose in modo ch’io non ci abbi più a pensare.

Egli è, ch’i’ parti’ di costà, tanto che, quand’io g[i]unsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di dua dì morì poi.Messer Giorg[i]o, io mi rachomando a voi e pregovi mi racomandiate al Duca e che facciate per me, perché a me non basta l’animo ora se non di morire; e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch’i’ feci al Duca, la feci perché mi fu decto ch’i’ rispondessi, perché non mi bastava l’animo scrivere a Sua S(ignior)ia, e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo subito costà e tornavo, che qua non si sare’ saputo.A messer Giorg[i]o Vasari amico karissimo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue lettere

TS560x560 (1)

 

 

Gli sgarbi che non ci meritiamo

Siamo alle solite.
Pietrasanta che si auto dichiara con piacere città d’arte, ha appena messo un altro coso con la pretesa sia un’installazione artistica sul pontile.
Sul sito del comune c’è scritto che questi due blocchi, l’uno sopra l’altro, dovrebbero essere la rappresentazione del balcone veronese di Romeo e Giulietta.
Parlano di promozione del territorio e delle maestranze locali, della valorizzazione del marmo e bla bla bla…ma porcaccia miseria: questa sarebbe promozione dei laboratori artigianali che ci sono a Pietrasanta?
E’ un’offesa e pure brutta a chi tutti i giorni è sul pezzo per creare lavori che vengono esportati in tutto il mondo: mosaici, sculture in marmo, fusioni in bronzo…
E’ una donazione dicono: a caval donato non si guarda in bocca. Eh no, se vi regalano una deiezione di cane da mettere sul comodino voi ce la mettete visto che è gratis? Come al solito i conti non tornano mai. Ho espresso la mia opinione sul sito del comune ma nemmeno si sono degnati di rispondere: faticoso trovare le parole per difendere questo coso che non appaiano come un arrampicarsi sugli specchi.
Se avete occasione di venire a Pietrasanta, sappiate che ci sono dei bravissimi artigiani mal valorizzati in un momento in cui il settore andrebbe difeso a spada tratta non fosse altro perché morti gli ultimi bravi, il mestiere non verrà tramandato e si perderà.
Si, oggi mi girano le scatole perché nella città che si fa grande almeno a parole con gli artisti e artigiani che ha, poi si permette di fare sgarbi simili offendendo l’intelligenza di tutti.
Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti
20294477_1495300247175210_7029582759199482402_n.jpg

 Il buon gusto è sì raro

 Non sempre a tutti è sì pregiato e caro
quel che ‘l senso contenta,
c’un sol non sia che ‘l senta,
se ben par dolce, pessimo e amaro.
    Il buon gusto è sì raro
c’al vulgo errante cede
in vista, allor che dentro di sé gode.
    Così, perdendo, imparo
quel che di fuor non vede
chi l’alma ha trista, e ‘ suo sospir non ode.
    El mondo è cieco e di suo gradi o lode
più giova a chi più scarso esser ne vuole,
come sferza che ‘nsegna e parte duole.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

26bfab33e779b2b55e2c3951acd4f3a5-700x466

Opere grandiose a gravar sulle spalle delle umili genti

Vi sento spesso lamentare dei politici che vi governano o perlomeno che dovrebbero farlo: tanto chiacchierano, poco attuano e molto intascano. Come darvi torto: avrei parecchie rimostranze da fare anch’io ma poi mi ricordo che son morto, che di voce in capitolo non ne ho più e mi rinfilo le mie idee nelle tasche.

Purtroppo a far fare la vita da nababbi a pochi signori è la povera gente, fin dalla notte dei tempi. Una pratica ben consolidata, più difficile da sradicare che la peggiore delle erbe infestanti senza l’uso dei diserbanti.

Perché questo preambolo? Guardate tutte le opere d’arte che ci sono in giro…qualcuno le ha pagate, siatene certi. A sponsorizzare le grandi opere erano pontefici amanti delle arti, facoltosi cardinali, signoroni, nobili, ma quei soldi lì arrivavano sempre dalle tasche della povera gente. Per esempio gli affreschi sistini della volta me li pagò sì papa Giulio II ma adoperando in parte gli incassi delle tasse imposte a persone e merci che attraversavano il fiume Po all’altezza di Piacenza, mentre la restante parte arrivava dagli introiti della Dataria Apostolica, una sorta di Agenzia delle Entrate ante litteram.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

95686439.jpg

Prime testimonianze della Battaglia dei Centauri

La prima testimonianza scritta che si ha della Battaglia di Centauri si trova in una lettera scritta del lontano 1527 da Giovanni Borromeo. Chi era costui? Niente di meno che l’agente dei Gonzaga a Firenze alla ricerca di tesori artistici da comprare per Federico, il marchese di Mantova. Federico stravedeva per le opere mie e avrebbe pagato qualsiasi prezzo pur  di potarsi a casa una scultura o un dipinto.

Nella lettera Borromeo scrive “certo quadro di figure nude, che combattono, di marmore, quale havea principiato ad istantia d’un gran signore, ma non è finito. E’ braccia uno e mezo a ogni mane, et così a vedere è cosa bellissima, e vi sono più di 25 teste e 20 corpi varii, et varie attitudine fanno”. Il gran signore è Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico.

Successivamente questo mio lavoro giovanile viene descritto rapidamente anche nella biografia che scrisse il Condivi, anno 1553.

Se volete vedere la Battaglia dei Centauri con i vostri occhi, non dovrete fare altro che varcare le soglie di Casa Buonarroti, in via Ghibellina a Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi e i suoi racconti che vi aspetta tutti a casa sua, nella città del Rinascimento.

temp_regrann_1500784220548.jpg