Le armi senza le quali un uomo diventa nulla

Sie pur, fuor di mie propie, c’ogni altr’arme
difender par ogni mie cara cosa;
altra spada, altra lancia e altro scudo
fuor delle propie forze non son nulla,
tant’è la trista usanza, che m’ha tolta
la grazia che ‘l ciel piove in ogni loco.
Qual vecchio serpe per istretto loco
passar poss’io, lasciando le vecchie arme,
e dal costume rinnovata e tolta
sie l’alma in vita e d’ogni umana cosa,
coprendo sé con più sicuro scudo,
ché tutto el mondo a morte è men che nulla.
Amore, i’ sento già di me far nulla;
natura del peccat’ è ‘n ogni loco.
Spoglia di me me stesso, e col tuo scudo,
colla pietra e tuo vere e dolci arme,
difendimi da me, c’ogni altra cosa
è come non istata, in brieve tolta.
Mentre c’al corpo l’alma non è tolta,
Signor, che l’universo puo’ far nulla,
fattor, governator, re d’ogni cosa,
poco ti fie aver dentr’a me loco;
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
che d’ogn’ uomo veril son le vere arme,
senza le quali ogn’ uom diventa nulla.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Confessati, chiudi bene l’uscio e non ti pigliar brighe

Questo che vi riporto a seguire è il testo che scrissi su un foglio oggi assai consumato, conservato in una collezione privata a Cambridge. Non sono altro che delle semplici indicazioni che preparai per Pietro Urbano da portare con sé a Roma. Correva l’anno 1517 quando lo inviai nella città dei papi per portare dinnanzi al pontefice il modello della Basilica di San Lorenzo che avevo ideato.

Diedi a lui anche un po’ di indicazioni assai precise su come avrebbe dovuto riordinare casa mia a Macel de’ Corvi ma anche consigli pratici su quale stile di vita avrebbe dovuto adottare in quel periodo: “non prendere impegni, mancia poco ma bene e non andare troppo a giro”. Si, vero, avrei potuto tranquillamente comunicare tutte quelle cose semplicemente dicendogliele ma si sa, verba volant e scripta manent.

“…tucte le stage e tucto e’ legniame e serra dentro molto bene l’uscio che va in cucina, e per la finestra che va nella decta stanza; poi appoggia e’ legname alle decta finestra e puntella l’uscio della fucina. Dipoi la tieni serrata a chiave. E nella camera di sopra, dove sta Bernardino, mecti tucti e’ ferri da lavorare e tucte le masseritie, e ctucte l’acatasta sopra e’ lecti, e tienla serrata.

Dipoi conta tucti e’ pezi di marmo che ci sono non lavorati e piglia lor misure, e poi la parte del lavoro di quadro che è finito e quello che non è, e poi di tucte le fugure bozate, che son quatro e fanne disegni,e  poi, quand’io manderò per te, ne darai uno a Lionardo e uno ne piglierai per te e portera’lo a fiorenza. Mecterai tucti e’ disegni, insino unna minima carta, coi panni mia e tua, lani e lini; e e’ disegni mecterai in una cassa, e’ panni si può fare un fardello, o in una cassa, come vuoi. E farai portare quel più o meno che io ti scriverò da Fiorenza.

Actenderai a disegniare quanto puoi, in questo tempo. Chonfessati e chomunicati. Non pigliare alchune brighe, e massimo di vicini, mangia pocho e buono a desinare, e va’ pocho actorno.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi fogli sparsi per il mondo

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Marcello Venusti e la copia del Giudizio

Il cardinale Alessandro Farnese desiderava arricchire la collezione di famiglia con una bella copia del mio Giudizio Universale in formato ridotto. Si rivolse così a Marcello Venusti che nel 1549 lo copiò a tempera su tavola.

Il Venusti copiò abbastanza bene il mio lavoro anche se si lasciò sfuggire qualche libera interpretazione aggiungendo la colomba sopra la testa del Cristo Giudice e Dio riprendendolo direttamente dalla Volta della Sistina.

La copia del Venusti divenne un prezioso documento storico durante la fase del restauro del Giudizio. Permise infatti di vedere con chiarezza che aspetto avesse il mio lavoro prima delle braghe apposte dopo l’esito del Concilio di Trento delm1564 e soprattutto la posizione e l’atteggiamento di San Biagio e Santa Caterina che erano stati scalpellati via quasi in toto.

Il lavoro del Venusti si trova al Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli. Come è finito lì? Ebbene, arrivò a Napoli come parte integrante della collezione Farnese agli sgoccioli del Settecento.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti quotidiani o quasi.

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Alzo il pensier con l’alie

  Di te con teco, Amor, molt’anni sono
nutrito ho l’alma e, se non tutto, in parte
il corpo ancora; e con mirabil arte
con la speme il desir m’ha fatto buono.
    Or, lasso, alzo il pensier con l’alie e sprono
me stesso in più sicura e nobil parte.
    Le tuo promesse indarno delle carte
e del tuo onor, di che piango e ragiono,
. . . . . . . .

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Foglietti, consigli e raccomandazioni

A differenza di altri artisti perlopiù di epoca moderna, io fui molto famoso, ben pagato e apprezzato anche in vita. Pensate un po’: pochi mesi prima della mia morte sia Cosimo I che papa Giulio III si erano preoccupati di salvaguardare il mio patrimonio artistico formato da carte, lettere, appunti e disegni. Temevano che persone a me vicine potessero impossessarsene subito dopo la mia morte per proporle poi sul mercato.

“E tornando a Michelagnolo, dico che innanzi la morte un anno incirca, avendosi adoperato il Vasari segretamente che ‘l Duca Cosimo de’ Medici operasi col Papa, per ordine di Messer Averardo Serristori suo imbasciadore, che, visto che Michelagnolo era molto cascato, si tenesse diligente cura di chi gli era attorno a governarlo e chi gli praticava in casa, che, venendogli qualche subito accidente, come suole venire a’ vecchi, facessi provisione che le robe, disegni, cartoni, modelli e danari et ogni suo avere nella morte si fussino inventariati e posti in serbo” (cfr. Barocchi 1962 vol I).

Grazie a questo interessamento per così dire speciale, nonostante i roghi che feci io con diverse carte e disegni, sono arrivati fino a voi documenti preziosi. Oltre ai disegni e alle numerose lettere del carteggio diretto e indiretto, spesso in collezioni private ci sono dei fogli assai curiosi che immortalano quasi come se fossero fotografie ante litteram la mia vita quotidiana. A volte son foglietti piccini nei quali ho scritto qualche appunto veloce da portare nel borsellino, sempre a portata di mano. Altre volte invece sono raccomandazioni scritte ai miei servitori, agli amici, ai parenti.

In un foglio in particolare raccomandavo a Pietro urbano di chiudere a chiave le porte e serrare bene le imposte a casa, di andare poco a giro e di mangiare in maniera parca. Insomma, questi foglietti sono uno spaccato della mia vita e sarebbe stato davvero un peccato se si fossero persi nei meandri della storia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Foto di Andrea Iemolo

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San Lorenzo nella storia dell’arte

Buongiorno a tutti e buon San Lorenzo. Se vi trovate oggi a Firenze non perdetevi la tradizionale cocomerata in Piazza San Lorenzo: un’occasione per condividere tutti assieme un pezzetto di storia cittadina fra turisti e residenti.

Chi era San Lorenzo? Fu uno dei sette diaconi di Roma e venne martirizzato il 10 agosto del 258 mentre imperversavano le persecuzioni dell’imperatore romano Valeriano nel 257.

Parlando di sculture e di San Lorenzo è doveroso citare la nota opera del Bernini, scolpita nel 1617 e conservata presso la Galleria degli Uffizi, nella collezione Contini Bonacossi. Il Santo è semi sdraiato sulla graticola e, mentre raccomanda la città di Roma a Dio, il suo corpo lentamente viene arso dalle fiamme.

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Particolare è Il Martirio di San Lorenzo del Bronzino, al secolo Agnolo di Cosimo, commissionato da Cosimo I de’ Medici. Il pittore lo realizzò nel 1569 e, come vedete, durante il suo viaggio a Roma risalente a qualche anno prima, ebbe modo di vedere i lavori miei nella Cappella Sistina. Il suo fu un azzardo che gli costò caro: oramai i tempi stavano cambiando e il corpo nudo non veniva quasi più considerato lo specchio dell’immagine di Dio, la perfezione, ma bensì qualcosa da celare perché impuro e peccaminoso. Il Bronzino dopo quel lavoro non ebbe vita facile.

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Fra i dipinti più suggestivi che raffigurano il martirio del Santo c’è sicuramente quello di Tiziano che oggi è ubicato sul primo altare a sinistra della Chiesa dei Gesuati a Venezia. E’ un dipinto a olio eseguito su tavola ma in un secondo momento, 1873, venne trasferito su tela, realizzato fra il 1548 e il 1559. Fu commissionato da Lorenzo Massolo che lo avrebbe richiesto per decorare la sua futura sepoltura.

-tiziano-il-martirio-di-san-lorenzo Il martirio di San Lorenzo, cm. 280, Chiesa dei Gesuati, Venezia

A seguire invece vi faccio fare un salto indietro nel tempo con il Martirio di San Lorenzo che affrescò il Beato Angelico nella Cappella Niccolina, in Vaticano. Realizzò questo lavoro fra il 1447 e il 1448 supportato da alcuni aiuti fra i quali vale sicuramente la pena menzionare Benozzo Gozzoli (si, per intenderci quello della Cappella dei Magi a Firenze). Come vedete purtroppo l’affresco non è arrivato fino ai giorni vostri in un buon stato di conservazione rispetto agli altri della stessa serie.

 

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L’ultimo San Lorenzo che vi propongo non può che essere il mio, quello che affrescai nel Giudizio Universale. Lo rappresentai con la graticola e con il capo tonsurato ai piedi del Cristo Giudice. Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta e già s’avvicina a Piazza San Lorenzo: non vorrei non mi toccasse la mia porzione di cocomero. Buon San Lorenzo a tutti.

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Le immortalissime opere

“Però, come nel principio dissi, il Cielo per esempio nella vita, ne’ costumi e nelle opere l’ha qua giù mandato, acciò che quegli che riguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternità del nome; e per l’opere e per lo studio, alla natura: e per la virtù al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore.

E non si meravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perché non si aspettandolo che e’ debba morir già mai, mi è parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverrà però mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch’e’ dura il mondo, viverà sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi passa la vigilia di San Lorenzo rileggendo le belle parole che ebbe modo di scrivere il Vasari sul mio conto.

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Morto si, zitto no

Come sapete la morte mi prese parecchio tempo fa. C’avevo sempre un sacco di lavori da finire, era pure un festoso martedì di carnevale ma niente, non volle sapere nulla e m’abbracciò con la sua stretta mortale per non lasciarmi più.

Ero a casa mia nel mi’ letto e avevo ottantanove anni: una bella età per quell’epoca tanto che venivo considerato alla stregua di un ultracentenario adesso. In quelle ultime ore avevo al mio fianco le persone più care fra le quali non potevano mancare l’amato Tommaso de’ Cavalieri e Daniele da Volterra. Proprio Daniele scrisse “egli lavorò tutto il sabato che fu innanti al lunedì che si ammalò; lavorò tutto il sabato della domenica di carnevale e lavorò in piedi, studiando sopra quel cor della Pietà”.

Tutto questo preambolo lunghetto per dirvi che ho continuato a esistere anche dopo la morte nei cuori di chi mi ha studiato, nelle mie opere, nella continuità dei miei pensieri e da un po’ di tempo anche attraverso chi mi da voce quotidianamente.

Da non tantissimo tempo ho aperto anche il profilo Instagram. Cercatemi come michelangelobuonarrotietornato e non avrete alcuna difficoltà nell’individuarmi. Se preferite, potete cliccare qua 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Cari mi sono i pensieri

Mentre m’attrista e duol, parte m’è caro
ciascun pensier c’a memoria mi riede
il tempo andato, e che ragion mi chiede
de’ giorni persi, onde non è riparo.
    Caro m’è sol, perc’anzi morte imparo
quant’ogni uman diletto ha corta fede;
tristo m’è, c’a trovar grazi’ e mercede
negli ultim’anni a molte colpe è raro.
    Ché ben c’alle promesse tua s’attenda,
sperar forse, Signore, è troppo ardire
c’ogni superchio indugio amor perdoni.
    Ma pur par nel tuo sangue si comprenda,
se per noi par non ebbe il tuo martire,
senza misura sien tuo cari doni.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Contese da vicini di casa

Era il 13 aprile del 1518 quando Massimo Grati mi scrisse questa lettera da Camaiore, cittadina confinante con Pietrasanta. Le due città tanto d’accordo non son mai andate ma è cosa risaputa che fra vicini spesso non corre buon sangue a causa di qualche disaccordo: te mi metti le conche dei fiori sul mio, io ti pianto i paletti dentro i tuoi filari di viti e te m’annaffi il gatto che viene a orinare sulle tue camelie. Insomma, i soliti litigi da confinanti.

Ebbene questo signor Grati voleva che il Benti, amico di entrambi e pure mio collaboratore, m’accompagnasse fino a casa sua a Camaiore per chiarire certe questioni di confine fra le due cittadine. Che fossi un omo stimato era cosa nota anche fuori da Firenze e Roma, ma tirarmi in ballo per dispute fra confinanti mi parve un po’ azzardato. E come facevo io a sapere chi aveva ragione e chi torto? Mica lavoravo al catasto.

In ogni modo voglio riportarvi la lettera che ricevetti: mi par degna di nota soprattutto nella parte iniziale nella quale il signor Grati dice un sacco di cose che mi piaccion parecchio, di quelle che fanno bene al mio ego. In pratica dice di non volermi ingolosire per farmi andare a Camaiore usando le lodi ma a conti fatti lo fa con la maestria di chi è abituato a tessere lodi continuamente a destra e a manca.

Charissimo Michelan(gno)lo, s’io volessi o pensassi con lenocinio et dolcezza di laude muovervi, ben saperia dir con buone ragioni et exempli delle opere vostre, ché Apelles non fu miglior pictore, né Praxitele ve haveria tolto lo scarpello, né Lisippo ve averia superato nei metalli né alcuno altro innel plasmar di terra, artificio iudicato archetipo et genitore exemplare di tutte le belle opere di metallo, di saxo et de pictura.

Aggiugneria la continentia e ‘1 riposo, la modestia et la mansuetudine, discurrendo per mille altre parti degne di gran commendatione, nate tucte et nutrite de benigno influxo, solertia, ingegno et bontà incomparabile.

Ma per la servitù che insieme havemmo con la felice recordatione de papa Iulio, nudamente et senza alcum colore di rectorica scrivendo, vi pregho che, havendo a andare mastro Donato, con voi o senza, a veder le confine di marina tra Pietrasanta et Camaiore, siate contento fare o persuadere a lui che faccia relationi del vero.

Et per vostra informatione dico che, essendo per antico intrecciati li territorii dei decti luoghi, el marchese di Mantua, arbitro, li dirizzò et divise tirando una linea dritta da un termino che era presso a Motrone per fino alla fontana di Rotaio, dove sono certe. Et perché il tracto era longo, per dui altri commissarii, de saputa et consenso delle parti, furono posti in mezzo alli III altri termini. Depoi furono svelti quel termino de Motrone et dui altri di quelli di mezzo.

È manifesto, come ben sapete, che, volendoli reponere ai luoghi suoi, conviem tirare una linea dalla fontana a quel termino che resta in piedi, di quelli di mezzo, et de lì a dirictura alle acque salse, et, dove batte la linea, repiantarli. Nondimeno, perché, disputandone altre volte sopra di questo, alcuni Camaioresi temerarii, che non haveano auctorità di farlo, consentivano certe braccia, avenga non seguisse, el signor Commissario vorria pur adesso che quel consenso havesse luogo.

A me par duro partir dalle dui sententie et termini extanti, eo maxime che vedo la cosa non solamente esser grave ma periculosa, a questi poveri Camaioresi, che li hanno tagliato dui miglia di paese, muoverli adesso et tirarli addosso la linea de’ confini, tanto che pigliasse di Chiolaia et togliesse del sodo che è in capo all’acqua del Nichieto el qual sodo serve per passo alle bestie di qua che vanno a bevere all’acqua fresca del Secchino.

Nondimanco, per finirla una volta et tor materia de questioni, la mitigaria volentieri; et, per satisfare in parte alla signoria del Commissario, me pareria bastasse ch’el termino che era sulla ripa del fosso di Ciaffarone, verso Pietrasanta, se piantasse in su quest’altra ripa, che saranno pur li X et anche 12 braccia di largo; et poi si menasse la linea dalla dicta fontana et termino fino al mare, che l’acquisto se allarga sempre a guisa de girone, et dove la linea battesse dirimpeto a Motrone, piantar il termino mosso et contar quante braccia fusse lontano dal procincto del castello.

Et crediatemi che ogni altra via è periculosa, imperò che, pigliando la linea di Chiolaia, pigliaria tanto del sodo del Nichieto, che facilmente, andando le bestie a beverare, passariano le confine et sariano menate a Pietrasanta.

Et quando il sodo prefato vi paresse spacioso, sappiate che, crescendo il verno le acque, ne cuopren tanto che lle bestie a ffatica ci passaranno così; et se lla Signoria del Commissario dicesse voler reservare a Camaiore quanto la linea troncasse del dicto sodo et de Chiolaia, dico che chi non ha servato dui sententie et termini saldi mancho serverà cotal biscocha et transgressione. Per tanto iudico esser meglio, per la pace di questi populi, che la confine si termini dal mare al dicto fonte, come di sopra è dicto, con termini et fosse a dirittura, che partisseno absolutamente i territorii senza lassarvi scrupulo alcuno.

Et circa questo caramente vi prego vogliate affaticarve per la verità et per il dovere in servitio di Dio, et anche per amor mio. Et siate contento venirvene con mastro Donato a starvene un dì domesticamente meco, et bene valete. Ex abbatia Camaioris, XIII Aprilis 1518.Bonus frater Maximus Gratus prothonotarius et abbas.Al mio come caro fratello mastro Michelan(gno)lo. In Pietrasanta.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che per il momento vi saluta con questo scatto del trasporto del marmo su locomobile datato 1908, fatto sulla strada delle Gobbie. Appartiene agli archivi Henraux.

Srada delle Gobbie. Trasporto del marmo con la locomobile, ca. 1908 henraux.jpg