Lo sguardo

Uno sguardo può tutto. Basa un’occhiataccia ben assestata per comunicare più di mille parole o uno sguardo suadente per dire ciò che l bocca non osa proferire.

Non a caso ho prestato sempre particolare attenzione agli sguardi delle mie opere pittoriche ma soprattutto scultoree. La resa degli occhi non è cosa semplice nel marmo. Per dare al Bacco uno sguardo trasognato dato dal troppo vino bevuto incavai leggermente le pupille mentre per creare un misto di emozioni nel volto del Cristo venato commissionatomi dal Vari usai lo stesso metodo cambiando però la forma delle arcate sopracciliari.

E che dire dello sguardo irato ma fermo del David che mira al suo nemico poco prima di affrontarlo? Inventai uno stratagemma nuovo che avrebbero ripreso in seguito parecchi artisti. Scavai a fondo le pupille rendendole penetranti, cariche di emozioni e terribili.

Il David senza il suo sguardo perderebbe parte del suo fascino.

A proposito, prima che la mia mente evanescente da morto rinsecchito faccia cilecca, vi ricordo che domani, essendo la prima domenica del mese, c’è la possibilità di entrare gratis nei musei statali. uscite di casa e andate a vedere i tesori delle vostre città: non dovrete sborsare nemmeno un fiorino. Se vi trovate a Firenze andate a trovare il mio David con tutta la corte dei prigioni: è gratis!

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che sempre spera nel potere della bellezza.

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Il mio Apollo per Baccio

Attorno al 1530 Baccio Valori mi commissionò la realizzazione di un giovane Apollo in marmo di Carrara. C’è chi pensa che abbia accettato di metter mano alla scultura per riappacificarmi con il Valori. Non sopportava che avessi abbracciato la causa repubblicana di Firenze.

Realizzai una sensuale figura serpentinata alta un metro e quarantasei centimetri. L’Apollo solleva il braccio sinistro e lo piega verso la schiena in cerca delle frecce nella faretra. La faretra ancora non si vede ma sulle spalle del giovane è rimasta una corposa una porzione di marmo tutta da modellare.

La mia partenza definitiva per Roma non mi permise di terminarla come avrei dovuto e questa opera entrò a far parte delle tante non finite.

Il vostro Michelangelo Buonarroti ricordando i tempi andati e le opere non finite.

Già, e volete vedere il mio Apollo non finito dovete andare al Museo del Bargello a Firenze. Lo potrete osservare in compagnia permanente del busto di Bruto, del Bacco e del Tondo Pitti.

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Domande al Creatore

Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole
e premiato chi è del ver nimico.
I’ sono e fui già tuo buon servo antico,
a te son dato come e’ raggi al sole,
e del mie tempo non ti incresce o dole,
e men ti piaccio se più m’affatico.
Già sperai ascender per la tua altezza,
e ‘l giusto peso e la potente spada
fussi al bisogno, e non la voce d’ecco.
Ma ‘l cielo è quel c’ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se vuol c’altri vada
a prender frutto d’un arbor ch’è secco.

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La bellezza dell’arte

Mi piace vivere l’illusione che l’arte possa unire culture diverse, associare tutti sotto lo stemma della bellezza. Non la bellezza di canoni estetici stabiliti dall’uomo ma la bellezza universale della natura, quella che non è mai uguale a se stessa e cambia ad ogni soffio di vento.

Lo so, è solo un’illusione e nessun dipinto o scultura potrà mai avere questo potere come non potranno averlo le canzoni o tutte le altre forme artistiche di questo pianeta.

Tuttavia la bellezza dell’arte aiuta a vedere un mondo un po’ più colorato anche laddove di colori ce ne son pochi e sembra impossibile vedere spiragli di luce.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, angosciato più di ieri e meno di  domani.

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Addì primo gennaio del 1533

Ecco, oggi che volevo andarmene in giro per la città piove a dirotto. Sì,ci son sempre gli ombrelli ma con quei cosi moderni non c’ho tanta confidenza. Li riporto sempre qui in Santa Croce mezzi rotti e quando si alza il vento finisce che mi ritrovo con un mucchio di stecche in mano.

Sarò anche maldestro ma provate voi a camminare nella piazza del Duomo all’ora di punta in mezzo a tutti i turisti con l’ombrello aperto e poi mi saprete dire. I casi son due: o ne uscite vivi con la tela da una parte e le stecche dall’altra oppure mezzi acciaccati con i calcagno sbucciati.

In questa giornata di pioggia battente ho deciso di rasserenarmi e rasserenarvi l’animo regalandovi una lettera che scrissi a Tommaso de’ Cavalieri il primo giorno di gennaio del 1533. Ci trovavamo entrambi a Roma ma volli comunque inviargli due righe assieme a dei disegni.

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a Vostra S(igniori)a, e fui il primo, presuntuoso, a muov[e]re, come se per risposta d’alcuna di quella, per debito l’avessi a fare; e tanto più ò dipoi conosciuto l’error mio, quante più ò letta e gustata, vostra mercé, la vostra.

E non che appena [mi parete] nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo, e io non nato, o vero nato morto mi reputerei e direi in disgratia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto Vostra S(igniori)a accectare volentieri alcune delle opere mie di che n’ò auto maraviglia grandissima e non manco piacere.

E se vero è che quella così senta dentro come di fuora scrive di stimare le opere mia, se avien che alcuna ne facci, come desidero, che a llei piaccia, la chiamerò molto più avventurata che buona. Non dirò altro.

Molte cose alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, e perché so che Pier Antonio, apportatore di questa, saprà e vorrà suprire a quello che io manco.

A dì primo, per me felice, di gennaro.Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l’uomo dona, a chi le riceve ma per buon rispecto non si fa in questa.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La Leda con cigno

Durante l’assedio di Firenze da parte delle truppe imperiali, il duca di Ferrara Alfonso d’Este mi commissionò la Leda col cigno. Correva l’anno 1529 e il duca voleva decorare la sua dimora con un’opera mia. C’eravamo conosciuti anni prima, quando il Pontefice gli concesse di abbarbicarsi su per i ponteggi della Sistina per guardare da vicino la volta in fase di realizzazione.

L’opera mi venne assai bene. Era un dipinto di notevoli dimensioni che comprendeva la raffigurazione dei due protagoniste delle uova dalle quali sarebbero nati Castore e Polluce. Il duca inviò un garzone a prelevarla e appena la vide esclamò “oh, è poca cosa”.

Secondo voi avrei potuto affidare un’opera del genere a chi non la apprezzava? Lo mandai via a mani vuote “Voi farete questa volta mala mercanzia per il vostro signore. Levatevi dinnanzi”.

Regalai la Leda col cigno ad Antonio Mini che anni dopo la cedette, assieme ad altri schizzi miei, al Re di Francia guadagnando un po’ di danari per fare la dote alle due sorelle.

Le vicende che si susseguirono negli anni non ve le sto a raccontare ma vi posso dire che il dipinto è stato distrutto.

Già, nel 1691, la Regina madre d’Anna d’Austria la fece ardere alla stregua di una torcia perché la considerava troppo carica di eros.

Se volete farvi un’idea di come fosse il mio dipinto, esistono tutt’oggi degli studi miei e una copia attribuita al Rosso Fiorentino.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti.

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Il Cristo del Giudizio Universale

Cristo guarda l’umanità che sta precipitando negli inferi, tirata e bramata dai demoni. Alza il braccio destro e giudica i vivi dai morti, quelli che potranno accedere alle vie celesti e quelli che rimarranno dannati per sempre. Non c’è più tempo per essere redenti per chi in terra non s’è conquistato un pezzetto di Cielo.

Il Cristo del mio Giudizio ha poco a che fare con l’iconografia classica che fino a quel momento ha lo ha riprodotto magrolino e con la barba. Ho preferito rappresentarlo pieno di vigore per aumentare la sua autorevolezza visiva. Dal suo volto non traspare ira perché Lui tornerà solo per far giustizia.

La Madre si ripara all’ombra del braccio alzato e con sguardo compassionevole guarda l’umanità in viaggio verso il Paradiso. Alla destra di Cristo tutte le figure salgono verso l’alto mentre dall’altra parte se ne vanno dritte agli Inferi. A mettere in moto questo movimento in senso orario è proprio il gesto del Cristo.

Vi lascio con quest’immagine e me ne torno a vagare sotto la pioggia con la certezza che il tempo che rimane è sempre meno.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La Barcaccia e il Bernini che non si trova più

Stamani il Gian Lorenzo non si fa trovare da nessuna parte. E’ tutta la notte che lo cerco. Nessuno ha idea di dove sia andato dopo il disastro di ieri. La sua Barcaccia è stata trasformata in un orrendo secchio per l’immondizia da chi non ha più alcun diritto di entrare in un paese che nonostante tutto e tutti merita rispetto.

Soprattutto il Bernini merita rispetto, non perché fosse un sant’uomo ma perché a voi posteri ha lasciato capolavori assoluti.

Ora dico io, è mai possibile che un restauro costato 209mila euro conclusosi da pochi mesi possa essere vanificato da una banda di balordi senza arte ne parte? Come può una città come Roma rimanere in balia di gente come quella?

Il capolavoro seicentesco fu commissionato da Papa Urbano VII a Pietro Bernini che la realizzò con il prezioso aiuto del talentuoso figlio Gian Lorenzo. Adesso oltre a essere invasa da sudiciume di ogni tipo è pure rotta: parte del bordo è stato frantumato.

Sindaco, pensaci te! Chiedi i danni materiali e pure morali a questi qui. Impedisci loro di tornare nel nostro paese perché non se lo meritano. Marino almeno questo ce lo devi: ne va del prestigio di una nazione intera!

Il vostro Michelangelo Buonarroti che ancora cerca Gian Lorenzo per tutto il creato. Le foto dello scempio non le metto: per me la fontana del Bernini è quella che vedete qui sotto, fresca e candida di restauro.

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Agli invidiosi e ai superbi

Questi versi son dedicatissimi agli invidiosi e a tutti quelli che non hanno altro scopo nella propria esistenza se non quella di disprezzare le fortune altrui.

‘ l’ho, vostra mercè, per ricevuto
e hollo letto delle volte venti.
Tal pro vi facci alla natura i denti,
co’ ‘l cibo al corpo quand’egli è pasciuto.
I’ ho pur, poi ch’i’ vi lasciai, saputo
che Cain fu de’ vostri anticedenti,
né voi da quel tralignate altrimenti;
ché, s’altri ha ben, vel pare aver perduto.
Invidiosi, superbi, al ciel nimici,
la carità del prossimo v’è a noia,
e sol del vostro danno siete amici.
Se ben dice il Poeta di Pistoia,
istieti a mente, e basta; e se tu dici
ben di Fiorenza, tu mi dai la soia.
Qual prezïosa gioia
è certo, ma per te già non si intende,
perché poca virtù non la comprende.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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