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Seravezza: mi mancavano anche i canapi

In quel di Seravezza era tutto un problema: scalpellini poco abili, cavatori non avvezzi a trattare con gli artisti né con misure grandi… e poi mancava tutto quello che mi serviva per lavorare come si deve. Se pensate che ebbi vita facile vi sbagliate di grosso: se ci ripenso mi si torcono le budella ancora oggi. Perché mi ritrovai lì? Eh, ditelo a papa Leone X… la colpa fu sua. Se cercate in qua e in la ben blog trovate tutta la vicenda raccontata per filo e per segno.

Quel che dovetti tribolare per aver un paio di canapi buoni in quel di Seravezza nemmeno ve lo potete immaginare.

Per fortuna, capendo la situazione, Berto da Filicaia si fece carico di procurarmi un paio di canapi di qualità. Detta così potrà sembrarvi uno qualsiasi questo Berto ma invece era stato un personaggio di rilievo per la vita politica fiorentina. Quando ancora ero un ragazzino, fu uno dei membri del Consiglio Maggiore per poco più di un annetto: entrò in carica il 20 gennaio del 1495 e ci rimase fino al 30 aprile 1496.

Il paese di Fabbiano e sullo sfondo le cave di Trambiserra

Ora penserete voi… ” e che ci facevi co’ canapi? ” Mi servivano per la lizza… per far portare i marmi a valle. Berto da Filicaia aveva trovato qualcuno bravo a farli a Firenze: me li avrebbe spediti poi per nave attraverso l’Arno e poi via mare, fino a farli sbarcare al porto di Motrone che oggi non esiste più.

A seguire vi riporto la lettera integrale che mi scrisse Berto sulla faccenda di quei cavi che non riuscivo a reperire in loco. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suo racconti

Pisa, 10 agosto del 1518

Per Aleso ò auto lettera dagli Operai, in nome di ser Filipo; e non sendo partito, sarai restato. Questa settimana andrò al viag[i]o.

A presso dirai a Michelagniolo chome abiàno inteso che ne la munizione non si truova chanapi da servirsi né taglie, se non di legniame inbronzate. E perché, volendo uno chanapo oltre al suo ch’è qui, abiàno trovato uno che n’à fatti dua che si stima sarano a proposito, e’ quali son fatti in serv[i]gio di ghalee; e perché chostui che gli à dice che, s’egli à tenpo per insino a sabato, che lui ci promette farne un altro a quella misura che voi vorete, e volendo de’ dua fatti uno, vi si manda la misura in questa della groseza.

E per tanto avisate subito, o di tore uno de’ dua fatti o farlo fare, chome detto è. L’arete sabato prosimo, che sarà, l’uno de’ fatti, libbre 500, lungo braccia 200. A presso abiàno ricercho di mulatiere. Vogliono, di vettura del vostro solo, fiorini uno d’oro.

E perché, avendo bisognio d’un altro e delle taglie che s’àno avere da Firenze, abiàno trovato uno che cho la barcha ce gli porà a Mutrone, tuti a dua e’ chanapi e taglie e altro, bisogniando, a lire sei piccioli, per aviso; e perché a volere fare o di nuovo o tore quello fatto bisognia l’aviso vostro, perché ne vole schudi dua del cento, per aviso.

Noi partireno domatina per Firenze e voi, in questo mezo, vi risolverete chon schrivere quivi, presto, a Chrocho pizichagniolo dalla Doghana, e lui lo farà fare o daravi el fatto, sechondo av[i]serete. Non dicho p[iù]. Christo vi ghuardi. In Pisa. Berto da Filichaia. Domino Michelangniolo Buonaroti a Seraveza.

Le cave di Trambiserra
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