Le particolarità degli angeli dell’Apocalisse

Oggi vi voglio parlare dei miei angeli, di quelli che suonano le trombe del giudizio.

Affrescai questo gruppo degli angeli dell’Apocalisse immediatamente sotto il gruppo del Cristo e della Vergine del Giudizio universale quasi come se fossero il naturale collegamento fra i sommersi e i salvati. Quelli che stanno suonando le trombe si sforzano per fare udire il suono ancora più lontano. Hanno le gote gonfie d’aria e tutto il corpo in armonica tensione.

Immediatamente sotto i sette angeli dell’Apocalisse ce ne sono altri due che mostrano il libro della vita quasi come se ciascuno, avesse da condannarsi da solo per come ha trascorso i suoi giorni terreni.

Questa parte di affresco, prima del colossale restauro, era assai danneggiata. Infatti i margini estremi della pittura erano logorati e consumati dallo strofinare del baldacchino che veniva adoperato per coprire l’altare durante le cerimonie più solenni.

Per affrescare l’intera parete dei giudizio dovetti però sacrificare delle opere già presenti. Già, proprio così. All’inizio avevo pensato di conservare le lunette mie e la Pala dell’Assunta realizzata anni prima dal Perugino ma alla fine dovetti convincermi che quella non poteva essere una giusta soluzione.

Tracce della cornice dipinta dal Perugino ancora si intravedono nella zona compresa fra i dannati e quelli che stanno risorgendo, al di sotto del cielo di lapislazzuli.

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“Nella parte di mezzo dell’aria, vicini alla terra, sono lì sette agnoli descritti da San Giovanni dell’APocalisse, che colle trombe alla bocca chiamano li morti al Giudizio dalle quattro parti del mondo.”

Ascanio Condivi

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Alla terra la terra e l’anima al cielo

A la terra la terra e l’alma al cielo
qui reso ha morte; a chi morto ancor m’ama
ha dato in guardia mie bellezza e fama,
ch’etterni in pietra il mie terrestre velo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi ha il desiderio di riproporvi qualche suo antico verso.

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Rohani a Roma? Si censurano le sculture dei Musei Capitolini!

Certo è che quest’Italia non smette mai di stupire e quasi mai stupisce in senso positivo. Stamani mentre bevevo il caffè m’è caduto l’occhio su una notizia che m’ha fatto sobbalzare e rovesciare quello che era rimasto nella tazzina.

Possibile che a Roma, in occasione della visita del presidente dell’Iran Rohani al Campidoglio, ai Musei Capitolini hanno avuto la brillante idea di coprire sui quattro lati alcuni splendidi nudi con degli  ingiuriosi pannelli bianchi.

Sembra una di quelle finte notizie scritte tanto per far crescere tensioni, dividere e separare ma non è così. E’ tutto vero e ai Musei Capitolini da questa mattina c’è meno roba da vedere, meno bellezza e più stupidità.

Chi è che ha avuto questa geniale idea? Lo voglio conoscere personalmente e prendere a calci nel culo. Rispetto? Ma quale rispetto! I conti non tornano nemmeno un po’.

Sia chiaro, la richiesta di questo scempio non è partita dal presidente dell’Iran.

Ditemi che questa trovata idiota non è stata fatta dal paese al quale io e tanti altri artisti abbiamo lasciato in eredità una fortuna che tutto il mondo adesso invidia e ammira.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, amareggiato, deluso e pure arrabbiato per non dire di peggio.

ROHANI A ROMA, 'RAFFORZARE RELAZIONI, ESPLORARE OPPORTUNITA''

Foto dell’Ansa

Uguale a se stesso

Mi guardo intorno e vedo troppe robe che vorrei non esistessero nemmeno: cose materiali e non, sia chiaro. La mia epoca non era migliore della vostra, era solo diversa. Cambiano i tempi ma l’uomo rimane uguale a se stesso dalla notte dei tempi. Nuove cose, nuovi abiti, nuove abitudini non rendono l’essere umano migliore o più evoluto. Ha gli stessi vizi, gli stessi pregi e difetti, le stesse inclinazioni, le stesse passioni e coltiva lo stesso odio che coltivava quand’ancora ero in vita.

Adesso avete un sacco di cose in più come medicamenti miracolosi e oggetti strani che sembra vi risucchino le menti in un vortice nero e nemmeno ve ne accorgete. Il progress dicono. Il progresso? Maremma impestata ladra, son contento d’esser morto secoli fa.

Mi ristoro l’anima rileggendo qualche verso mio che scrissi anni orsono.

Ben provvide natura, né conviene
a tanta crudeltà minor bellezza,
ché l’un contrario l’altro ha temperato.
    Così può ‘l viso vostro le mie pene
tante temprar con piccola dolcezza,
e lieve fare quelle e me beato.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, con la solita zuppa di verdure senza pane e con poche verdure già pronta per la cena. Tutto quelle viscere di corpi esanimi m’han tolto l’appetito anche da morto.

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Le storie raccontate dai medaglioni bronzei

Se guardate bene, nella volta della Cappella Sistina, ci sono anche dei grandi medaglioni affrescati trattenuti a stento dagli ignudi. Non sono tutti uguali se ci fate caso: alcuni hanno un diametro di 130 e altri di 140 centimetri.

Per simulare l’effetto del bronzo adoperai la terra bruciata di Siena, l’ocra, il tratteggio a tempera nera per le zone in ombra e oro zecchino per le lumeggiature, steso a secco.

Cosa c’è sopra questi grandi medaglioni? Alcune delle storie bibliche più significative legate direttamente ai grandi riquadri affrescati.

Ad esempio potete ammirare l’uccisione di Abner da parte di Joab, il Sacrificio di Isacco e la morte di Assalone.

Assalone era figlio di re Davide, il terzo genito per la precisione. Tentò di prendere il regno dalle mani del padre e le sue gesta vengono raccontate nel secondo libro di Samuele. Ammazzò suo fratello maggiore che aveva abusato di Tamar, sua sorella e scappò a gambe levate da Gerusalemme. Si auto proclamò re di Hebron e torò a Gerusalemme cacciando il padre dal trono. Un giorno Assalone rimase col suo mulo impigliato fra i rami di una pianta e il capo dell’esercito di re Davide lo uccise.

 

Guardate bene, fra questi dieci medaglioni uno non è istoriato. Perché? Scopritelo voi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Dannazione eterna

La discesa dei dannati è inesorabile. Nonostante il loro contorcersi e il loro lottare senza posa per salire al cielo, continuano a precipitare. I demoni li trascinano via senza pietà e qualche anima persa oramai si rende conto del suo destino e si dispera.

Mentre gli angeli dell’Apocalisse suonano le loro trombe c’è chi sale verso la gloria e chi scende fino agli inferi.

I dannati che cercano di raggiungere la salvezza vengono tirati violentemente verso il basso per la parte del corpo con la quale si macchiarono di uno dei sette vizi capitali.

Guardate il dannato a testa in giù dal quale pendono un paio di chiavi e un sacchetto di danari. E se fosse la raffigurazione del Papa più devoto al danaro che a Dio Niccolo III? Anche Dante l’aveva condannato alla dannazione eterna nella sua pregevolissima Divina Commedia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Nemmeno il Papa

Mentre ero a Carrara a scegliere i marmi per la grandiosa sepoltura di Giulio II, a Roma qualcuno aveva tramato alle mie spalle. In particolare il Bramante, che da poco aveva ricevuto l’incarico di progettare la nuova Basilica di San Pietro, forzava la mano col Papa affinché mi togliesse quella commissione.

In nuovo San Pietro avrebbe richiesto un cospicuo flusso di denaro e il Papa stava spendendo somme considerevoli su più fronti.

Quando rientrai a Roma con i marmi per la tomba, Giulio II nemmeno volle ricevermi. Tentai più di una volta ma nulla da fare. Allora me ne andai a Firenze e il pontefice mi mandò dietro cinque corrieri papali per farmi portare indietro ma quando mi raggiunsero ero già sotto la giurisdizione fiorentina e nulla poterono fare.

Ecco la lettera che inviai a Roma all’architetto Giuliano da San Gallo mentre mi trovavo a Firenze.

 

 

Firenze, 2 Maggio 1506

G[i]uliano, io ò inteso per una vostra chome ‘l Papa à ‘vuto a mmale la mia partita, e chome sua Santità è per dipoxitare e fare quanto fumo d’achordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.

Della partita mia, egli è vero che io udi’ dire el Sabato Santo al Papa, parlando chon uno g[i]oelliere, a ctavola, e chol maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più uno baiocho né in pietre pichole né in grosse ond’io ne presi amiratione assai; pure, inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bixognio mio per seguire l’opera.

La sua Santità mi rispose che io tornassi lunedì et vi tornai lunedì e martedì e mercholedì e giovedì, chome quella vide.

All’ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, cioè cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi chonoscieva ma che aveva tal chomm[i]ssione. Ond’io, avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l’efecto, ne venni in gran disperatione. 

Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita, ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch’ella mi fe’ pensare, s’i’ stavo a rRoma, che fossi facta prima la sepultura mia che quella del Papa. E questa fu chagione della mia partita sùbita.

Ora voi mi scrivete da parte del Papa, e così al Papa legierete questa e intenda la sua Santità com’io sono disposto più che io fussi mai a sseguire l’opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, non gli debbe dare noia dov’io me la facci, pur che in capo de’ cinque anni che noi siàno d’achordo la sia murata in Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella chom’io ò promesso che sson cierto, se ssi fa, non à la par cosa tucto el mondo.

Ora, se vuole la sua Santità seguitare, mectami il detto dipoxito qua in Fiorenza, dov’io gli scriverrò, e io ò a ordine a Charrara molti marmi, e’ quali farò venire qui, e chosì farò venire cotes[t]i che io ò chostà.

Benché mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua; e manderei di mano in mano le cose facte, i’ modo che sua Santità ne piglierebe piacere come se io stessi a rRoma, o più, perché vedrebbe le cose facte sanza averne altro fastidio.

E de’ detti danari e della decta opera m’obri[ghe]rrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che dom[ande]rà qua in Fiorenza; sia che si vole, che io l’assicurerò a ogni modo [in] tucto Fiorenze. Basta.

Anchora v’ò a dire questo che la decta [opera] non è possibile la possa per questo prezo fare a rRoma; la qual co[sa po]trò fare qua per molte comodità che ci sono, le quale non sono c[ostà], e ancora farò meglio e chon più amore, perché non arò a pensare a tante cose. Per tanto, G[i]uliano mio carissimo, vi prego mi facciate la ris[po]sta, e presto. Non altro.

A dì dua di maggio 1506. Vostro Michelagniolo scultore in Fiorenze. A maestro G[i]uliano da Sanghallo fiorentino, architectore del Papa in Roma.

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L’inquisizione e i disegni bruciati

Come probabilmente saprete, prima di passare a miglior vita, bruciai un bel po’ di disegni e schizzi che avevo fatto negli anni precedenti. No, non ero diventato matto con l’età né avevo perso lucidità.

“…gran numero di disegni, schizzi e cartoni fatti di man sua, acciò nessuno vedessi le fatiche durate da lui et i modi di tentare l’ingegno suo, per non apparire se non perfetto…” ebbe a dire poi il Vasari.

Non mi piaceva che gli altri vedessero tutto il lavoro che sta dietro, quello è vero, ma ci sono anche altri motivi ben più fondati. La mia vicinanza ai pensieri spirituali di Reginald Pole, della Colonna e di altri contemporanei che contestavano la lontananza della Chiesa di Roma agli insegnamenti di Cristo, era una strada aperta verso la gogna. Soprattutto nei disegni che realizzai tra il 1538 e il 1541 era ben evidente il mio pensiero teologico che fra le altre cose mai avevo nascosto. Quei fogli erano compromettenti e l’inquisizione stava stringendo il morso attorno ai cosiddetti spirituali. Lo stesso Reginald Pole venne accusato di eresia ma mentre lui si salvò, altri vennero brutalmente torturati e uccisi.

Fatto sta che i fogli superstiti iniziarono fin da subito ad essere molto ricercati da collezionisti e amanti dell’arte. Figuratevi che anche il mi’ nipote Leonardo dopo varie peripezie riuscì a recuperare un gruppo assai importante di miei disegni sul mercato romano sborsando una bella somma.

Se non erro fra questi fogli c’erano anche quelli che poi il mi’ nipote regalò a Cosimo I nel 1566.

Michelangelo Buonarroti il Giovane, nel Seicento, decise di allestire un museo in mia memoria presso la casa di famiglia in Via Ghibellina a Firenze. Parte di quei disegni entrarono così a far parte delle collezioni di Casa Buonarroti grazie alla restituzione effettuata da Cosimo II.

Un gran numero di fogli furono raccolti in grandi tomi mentre furono appesi alle pareti quelli ritenuti più belli.

Tutt’oggi la collezione dei miei disegni conservati in via Ghibellina è la più grande esistente al mondo anche se purtroppo è stata assai impoverita a causa di vendite scellerate effettuate prima da Filippo Buonarroti e poi dal cavalier Michelangelo Buonarroti sia al collezionista Jean Baptiste Wicar che al British Museum di Londra.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che a volte pare esser tornati indietro nel tempo, quando chi non era in linea con pensiero dominante veniva ammazzato.

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Il prezzo della dignità degli spazi museali fiorentini

Eccoci al dunque. Ieri curiosando in rete ho trovato tutto il tariffario pubblicato dal Polo Museale Fiorentino per ottenere le concessioni in uso temporaneo degli spazi all’interno dei musei ma anche delle ville e dei palazzi più prestigiosi della città.

Questa faccenda m’ha lasciato un po’ perplesso. Son rimasto un bel po’ a pensare e l’unica cosa che m’è venuta in mente è quella che con le palanche si possa ottenere quasi tutto.

Possibile che si possa svendere un luogo così incredibile come la Galleria dell’Accademia o il Bargello al miglior offerente?

Volete una serata chic? Se ve lo potete permettere allestite un sontuoso banchetto nella Galleria degli Uffizi o a Palazzo Davanzati!

Desiderate un matrimonio più sfarzoso di quello della Regina Elisabetta? Da oggi potete organizzare il ricevimento a nella Galleria Palatina o nella splendida cornice del Giardino di Boboli.

A me pare un’assurdità senza capo né coda. Come si fa a gestire i luoghi d’arte come imprese che tirano a far cassa più che a divulgare bellezza e cultura?

E’ finita un’epoca, c’è poco da fare, ed è finita nel peggiore dei modi possibili. Oh, certo, il regolamento delle concessioni temporanee è ben dettagliato, ci sono clausole e regole da rispettare ma la cosa non mi garba lo stesso.

Volete banchettare ai piedi del mio David, presentare la vostra pubblicazione nel Cenacolo di Andrea del Sarto o fare una sfilata di moda nel Corridoio Vasariano? Mi piacerebbe potervi dire che non si può fare, che non avete alcuna possibilità, che alcune cose non sono in vendita ma non è così. A quanto pare anche la dignità di questi luoghi incantevoli e accessibili a tutti è stata svenduta per un pugno di grano.

Si lo so, non tutti saranno d’accordo con me ma che me ne importa, non scrivo per avere approvazioni a destra e a manca. Il rispetto per la cultura non può essere messo in vendita, non ha senso.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vede vendere a pezzi la dignità di una città.

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Il Battesimo di Cristo del Sansovino

Il Papa ha appena battezzato 26 bambini nella Cappella Sistina in occasione della giornata dedicata al ricordo del Battesimo di Cristo.

Avrei voluto esserci anch’io lì mescolato fra la folla a guardare tutti quei bambini, ad osservare i loro movimenti e ad ascoltare i loro irrefrenabili pianti.

Sono tanti gli artisti che ne corso della storia hanno voluto raffigurare il Battesimo di Cristo: dal Perugino a Piero della Francesca, dal Verrocchio al Caracciolo.

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Battesimo di Cristo del Sansovino presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze

Sicuramente la scultura più celebre del Battesimo di Cristo è quella realizzata dal Sansovino attualmente visibile presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

In origine questo complesso fu realizzato per essere posizionato sopra la Porta del Paradiso del Ghiberti del Battistero di San Giovanni ma, per motivi conservativi, da qualche anno l’opera originale è stata messa all’interno del museo e sostituita con una copia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi, per celebrare il Battesimo di Cristo, se ne andrà al nuovo Museo dell’Opera del Duomo per vedere l’opera del Sansovino. Per l’occasione visiterò anche la mia Pietà Bandini, voglio vedere se lì ci sta bene oppure se era meglio la precedente collocazione.

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Battesimo di Cristo del Sansovino

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Copia del Battesimo di Cristo del Sansovino collocata sopra la Porta del Paradiso del Ghiberti, o meglio, la copia della Porta del Paradiso