Vecchie ruggini fra me e i cavatori del Polvaccio, Carrara

Ecco a voi una lettera che scrissi al mi’ babbo il 31 Agosto del 1516. Ero reduce dalla brutta esperienza fatta alle cave dell’Altissimo, sopra Seravezza e a Carrara oramai non ero più guardato tanto di buon occhio. Pareva fosse stata mia la colpa di essere stato inchiodato da Papa Leone X a quelle cave!

Il clima che respiravo e gli sguardi che mi sentivo addosso non era certo lusinghieri ma i marmi di Carrara mi servivano eccome. Fatto sta che il 18 novembre del 1516, Bartolommeo di Giampaolo da Torno, detto Mancino, mi vendette 3 blocchi di marmo estratti dalla cava del Polvaccio. Erano stati trovati nella sua cava, bianchissimi e belli da guardare anche così, allo stato grezzo. Il pezzo più grande era lungo cinque braccia mentre gli altri due erano di circa quattro carrate l’uno. Pagai al Mancino 12 ducati per i pezzi ricavati più altri venti d’oro affinché si mettesse a scavare per estrarre un blocco che avevo intravisto sempre nella sua cava.

 

Carrara, 31 Agosto 1516

Carissimo padre,

a questi dì ò avuto per un fratello del Zara una lectera di Gismondo, per la quale intendo chome siate tucti sani, salvo che Buonarroto che à pure el suO male della ganba.  

N’ò avuto passione, perché dubito chon tante medicine non se la guasti e chome io dissi a llui, io non f]arei altro che tenerla chalda e riguardarsi e lasciar fare alla natura.

Delle chose mia di qua per anchora non ò facto niente. Ò messo a chavare in molti luog[h]i e spero, se sta buon tempo, infra dua mesi avere a ordine tucti e’ mia marmi.

Dipoi piglierò partito di lavorargli o qua o a Pisa, o io me n’anderò a rRoma. Qua sarei stato volentieri a llavorargli, ma mi c’è stato facto qualche dispiacere; i’ modo che io ci sto con sospecto. Non altro.

Actendete a stare im pace, ché io ò speranza che le cose anderanno bene. Una lectera che sarà in questa vi prego la suggiellate e fatela dare a Stefano sellaio che la mandi a rRoma.Vostro Michelagniolo in Carrara.

A Lodovicho di Buonarroto Simoni in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Rivoluzioni ed evoluzioni a colpi di scalpello

La morte ferma il tempo dell’uomo e non c’è modo di vincerla se non attraverso la gloria e la fama. Solo così i posteri conserveranno la memoria di chi li ha preceduti anche dopo che le loro spoglie saran tornate terra. E’ un po’ questo il concetto di fondo che mi mosse a creare il complesso monumentale della Sagrestia Nuova.

Non era certo mia intenzione ritrarre i duchi con le loro sembianze reali. Chi si sarebbe ricordato dei loro volti dopo oltre cento anni dalla loro dipartita? Li avevo conosciuti di persona e i loro tratti somatici me li ricordavo a menadito. A dire il vero non erano nemmeno troppo belli quei giovanotti ma d’altro canto erano già ricchi, mica si può aver tutto!

Preferii realizzare due sculture con numerose allusioni familiari e simbologie tutte da interpretare: le cose semplici non mi son mai andate a genio, questo oramai è noto.

Nella Sagrestia Nuova però non ci sono solo le sculture dei due duchi ma anche la Madonna col Bambini, i Santi della casata Medici San Cosma e San Damiano nonché le quattro ore del giorno.

Con il Giorno e la Notte, il Crepuscolo e l’Aurora ebbi l’opportunità di creare qualcosa di assolutamente nuovo. Prima di me non erano stati in molti a posizionare delle opere così grandi sopra una superficie curva se non in epoca romana. Quella particolare disposizione mi rese possibile mostrare i corpi scolpiti nella loro totalità. Se fino a quel momento le sculture venivano ideate in piedi, sedute oppure distese, io le feci quasi galleggiare nello spazio rendendole quasi immateriali. Nonostante il marmo e la loro imponenza, loro nemmeno fanno caso alla legge di gravità e sembrano essere leggere come piume.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che avrebbe tanto voglia di riprendere in mano gli attrezzi del mestiere.

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Lo splendore e la decadenza del meraviglioso cimitero monumentale di Staglieno, Genova

Anch’io di tanto in tanto me ne vado da Firenze. Giusto per un po’, per respirare aria nuova o perlomeno diversa. Questo clima di militarizzazione della città che c’è in questi giorni m’ha spinto a cercare un po’ di tranquillità in uno dei più emozionanti cimiteri monumentali di tutto il mondo. Vi pare stia delirando? Allora forse ancora non avete avuto l’occasione di visitare una delle meraviglie italiane più sorprendenti: il cimitero monumentale di Staglieno, ubicato nella periferia di Genova.

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Per ragioni di salute pubblica, il Re Carlo Alberto vietò con un decreto di tumulare i defunti all’interno della cinta muraria, sotto le pavimentazioni delle Chiese e nei cimiteri delle parrocchie. In questa circostanza venne affidato all’architetto Barabino nel 1835 la realizzazione di un grande cimitero. Ideò un complesso neoclassico che venne poi terminato da Resasco dopo la sua morte.

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Gran parte del fascino di questo luogo sta nei complessi scultorei presenti nei numerosi porticati. La raffinatezza delle composizioni lascia di stucco così come l’abilità dei numerosi scultori che hanno pazientemente lavorato su quei marmi freddi rendendoli a tratti vivi. Tessuti voluttuosi, sguardi, espressioni, pieghe della pelle, trine, lenzuola, oggetti di uso comune e allegorie che sembrano arrivare direttamente da opere rinascimentali: Staglieno è tutto questo e molto altro.

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Si viene catapultati indietro di 150-200 anni e si ha la possibilità di vedere anche come i nobili signori genovesi vestissero abitualmente o nei giorni di festa. Essendo in una città di mare poi non mancano simbologie strettamente legate all’ambiente marino e tombe che conservano spoglie di chi proprio in mare ha fatto la sua fortuna oppure di chi in mare ahimé perse la vita.

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Passeggiando sotto i porticati che temevo potessero andare in frantumi da un momento all’altro però qualche domanda me la son posta. E’ mai possibile che un luogo del genere, raccontato e citato anche da Nietzche, Mark Twain, Maupassant e Hemingway nonché dall’imperatrice d’Austria Sissi sia  in stato quasi totale d’abbandono? In questo cimitero è conservato un patrimonio artistico di rara bellezza.

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Le famiglie genovesi più facoltose hanno investito somme non indifferenti per commissionare agli artisti più in vista del momento opere grandiose. Opere destinate non solo a commemorare chi li vi è stato sepolto ma anche per celebrare il potere della famiglia in questione. Santo Varni, Augusto Rivalta ma anche Lorenzo e Luigi Orengo, Giulio Monteverde, Edoardo de Albertis e molti altri artisti ancora hanno speso chissà quanto tempo, energie e dedizione per creare un complesso monumentale grandioso.

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E’ mai possibile che quelle opere così curate in ogni minimo dettaglio stiano divenendo sempre meno leggibili a causa di strati di polveri, croste nere e attacchi biologici. Le sottili trine delle dame intente a pregare i loro cari estinti riescono a malapena ad essere percepite sotto una polvere densa, grigia a tratti nera e particolarmente appiccicosa. Sotto quella coltre scura ci sono lavori raffinati. In qualche piccola porzione di alcune opere è possibile vedere la pelle originaria del marmo: appare lucida e pronta a rispondere a tutti i giochi di luci e ombre che l’artista ha voluto imprimergli. Basterebbe eliminare con cura e attenzione tutta la sporcizia che ci sta sopra. Compito arduo e costoso, questo è sicuro. Ma vale davvero la pena lasciare degradare un luogo del genere? Vale la pena perdere poco a poco un patrimonio ereditato dai nostri predecessori guardandolo svanire di giorno in giorno?

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Non vi racconto poi in che condizioni versa anche la parte posta più in alto, caratterizzata da un gran numero di cappelle di pregevole architettura avvolte dai rovi, lapidi frantumate e altri dettagli poco entusiasmanti. Questo cimitero è grandioso non solo per estensione ma anche per prestigio e per bellezza. Purtroppo però la sua bellezza è sempre più decadente e precaria.

Il vostro Michelangelo Buonarroti estasiato per quanto hanno realizzato questi artisti vissuti fra l’Ottocento e il Novecento e tristemente amareggiato per quanto i posteri hanno lasciato consumare e vanificare dal tempo e dall’incuria più totale.

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Clamoroso furto di opere d’arte a Verona

Ecco, ci mancava pure questa ultima notizia a tenere alta la bandiera italiana dell’arte. Giovedì sera sono state rubate ben 17 opere , delle quali 15 molto importanti, ubicate presso il Museo Civico di Castelvecchio, a Verona. Sono dipinti prestigiosi di Rubens, Pisanello, Mantegna e di altri artisti.

A quanto pare è stato prima disattivato il sistema d’allarme e poi immobilizzata e disarmata la guardia privata presente. C’era anche la bigliettaia che stava lasciando il posto di lavoro per aver terminato il turno che hanno provveduto a bloccare con un bel po’ di nastro isolante.

Il vigilante ha dovuto poi far strada ai ladri accompagnandoli nelle sale dei capolavori più preziosi del museo. Un bottino di gran valore e prestigio, opere che potrebbero sembrare a primo acchito invendibili.

Fra le opere più prestigiose rubate l’altra sera al Museo di Castelvecchio ci sono:

  • La dama delle licnidi di Peter Paul Ruben
  • La sacra famiglia con una santa di Andrea Mantegna
  • Il ritratto maschile di Jacopo Tintoretto
  • Ritratto di ammiraglio veneziano della bottega di Domenico Tintoretto
  • Madonna della quaglia di Pisanello
  • San Girolamo Penitente di Jacopo Bellini
  • Ritratto di giovane benedettino di Giovanni Francesco Caroto
  • Porto di mare di Hans de Jode
  • Ritratto di Girolamo Pompei di Giovanni Benini

Addirittura le opere del Tintoretto sparite ammontano a 5. Un enorme perdita per la collettività, non solo per il museo veronese. Certo è che i ladri erano dei professionisti. Adesso i carabinieri del Nucleo della Tutela del Patrimonio Culturale stanno indagando per riuscire a capire cosa possa essere successo e soprattutto dove siano adesso quei capolavori.

Non si pensi che sia impossibile piazzare queste opere sul mercato perché i compratori ci sono eccome! Basta guardare a mio avviso verso la Russia e qualche facoltoso che vorrebbe quelle opere nel proprio salotto buono on sicuro ci possa essere.

Tommaso Montanari, uno degli storici dell’arte contemporanei che personalmente stimo di più, ha sottolineato quanto sia grande la falla legislativa italiana in merito ai furti d’arte. “In Italia non esiste una tutela penale dei beni culturali, tema su cui lavora Gianni Melillo capo di gabinetto del ministro Orlando. Né il Codice dei Beni culturali, né il Codice penale prevedono un reato specifico per un furto di opere d’arte. Se infatti questi signori venissero presi, oltre al reato di rapina a mano armata non gli si potrebbe contestare altro. In Italia esiste il reato di disastro ambientale ma non quello di disastro culturale. Quindi rubare un sacco di patate o un sacco di Mantegna per la nostra legge è la stessa cosa”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che si sente privato del diritto di godere di una bellezza infinita.

A proposito, possibile che a quasi 40 ore di distanza dell’accaduto ancora il ministro Franceschini non abbia pronunciato nemmeno mezza parola in merito, un Tweet, un post, un mezzo rigo scritto da qualche parte, nulla di nulla!

8121625625_f3488245c7_oLa dama delle licnidi di Peter Paul Ruben

Mantegna,_sacra_famiglia_di_castelvecchioLa sacra famiglia con una santa di Andrea Mantegna

Cerchia-di-Jacopo-Tintoretto-Ritratto-maschile-olio-su-tela-cm-54x44Il ritratto maschile di Jacopo Tintoretto

Hans-de-Jode-Porto-di-mare-olio-su-tela-cm-70x99Porto di mare di Hans de Jode

Siate vivi, incendiatevi di passioni

Forse son troppo vecchio ma mi son ritrovato catapultato in un mondo che mi pare di non conoscere più. Cammino per strada e una volta sì e quell’altra pure mi ritrovo ad avere i piedi calpestati da gente che cammina distratta da’ quei cosi moderni che fino a qualche anno fa servivano per telefonare a adesso servono come strumento di distrazione di massa.

Sì, certo, la tecnologia la uso anch’io ma una cosa è usarla e l’altra è abusarne e lasciare che assorba ogni energia vitale, ogni attimo di tempo a disposizione.

Incendiatevi di passioni, siate vivi e ardete sotto il sole prima che il tempo vi sfugga di mano. Rimarrete ancora su questa terra per un giorno, due, cent’anni o forse più ma almeno non ve ne sarete andati senza aver lasciato tracce della vostra esistenza.

Schieratevi da una parte o dall’altra: il timore e la paura d’aver paura non sempre c’è concessa. I toni neutri non mi son mai garbati tanto: o bianco o nero, o caldo o freddo.

Verranno tempi duri e c’è bisogno di menti sveglie, persone capaci di pensare con la propria testa e non automi che camminano per strada che on riescono a vedere nemmeno che mi stanno schiacciando i piedi!

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.  Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.

-Apocalisse 3, 15-18

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Questioni di giacchetta

Come probabilmente sapete, fra una scultura e l’altra, fra affreschi, disegni e versi, ho avuto anche il tempo per scrivere un mare infinito di lettere. La carta era preziosa, è vero, ma d’altro canto se volevo dir qualcosa a qualcuno che stava in una città diversa dalla mia l’unico modo efficace era quello di scrivere lettere.

Lettere di tutti i tipi e a persone di ogni rango sociale. Ho scritto ai papi e ai miei fratelli ma anche a conoscenti, amici e a persone che lavoravano per me alle cave. Insomma, se volete avere un’idea un po’ più chiara sulla mia vita, leggere le lettere vi aiuterà.

Chissà, forse vi sorprenderete nel trovarmi talvolta ironico o inguaribile romantico.

Ecco a voi una lettera che scrissi il 30 novembre del 1522 a Ser Giovan Francesco Fattucci. Avevo bisogno di rivolgermi a un suo amico sarto per una giacchetta che non mi calzava proprio a pennello ma mi stringeva e m’infagottava.

Firenze, 30 Novembre 1522

Ser Giovan Francesco mio karissimo, perché el primo sarto, chome sapete, non può actendere, e essendo quest’ultimo che io ò preso vostro amicho, vi prego mi rachommandiate a llui e gli diciate non facci, domenicha che viene, chome la passata, che non mi volse mai vedere quel g[i]ubbone in dosso, che forse l’arebe rachoncio in modo mi starebe bene; perché questi pochi dì che io 1’ò portato, m’à strecto molto forte, e massimo nel pecto.

Non so se me l’avessi guasto per rubarne; benché a mme par pure omo da fidarsene. Ora, questo è facto; per quest’altre cose, vi prego gli rammentiate un pocho el caso mio, e che abi gli ochi secho quando un’altra volta mi choglie più misure. Ché io non vorrei avere a mutar più bocteg[h]e.

Piglio sichurtà in voi. A riservire.A ore venti tre, e ognuna mi pare un anno.

Vostro fedelissimo schultore in Via Moza, presso al Canto alla [Macine]. Al mio caro ser Giovan Francescho chappellano in Santa Maria del Fiore. Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi non metterà in naso fuori da Santa Croce.

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Affrescare il Giudizio Universale

Per dipingere il Giudizio Universale utilizzai la tecnica del buon fresco, conosciuta anche come affresco. Sebastiano del Piombo sosteneva che l’intero lavoro fosse fatto con colori a olio ma invece quelli li adoperai solo per la parte che si trova più in basso, quella dei dannati e dei demoni per intenderci. Avevo bisogno di ottenere delle tonalità quasi metalliche di azzurro e di verde e quell’effetto non può essere reso così bene se non miscelando olio ai pigmenti puri.

Se osservate bene l’opera, vi renderete conto che mancano quasi del tutto i colori limpidi, le velature e le pennellate liquide che invece sono una costante nella volta della Sistina. Gli impasti cromatici corposi stesi con pennellate grasse e veloci sostituiscono in toto le velature. Non ci sono nemmeno le preparazioni in verdaccio, in terra verde o in terra d’ombra che talvolta adoperai per le storie della Genesi. Preferii velocizzare il lavoro stendendo sull’intera immagine una preparazione bruna da modellare poi con mezzi toni e luci.

Non mancano poi i pentimenti e le correzioni fatte a secco grattando prima il colore ma senza intaccare l’intonaco sottostante. E’ un po’ come quando uno scrittore si appresta a scrivere un libro. La bozza sarà destinata a subire continue limature, ripensamenti e cambi di frasi fino a quando non andrà in stampa.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Parigi brucia e bruciamo tutti

Oggi me ne sto zitto. Dopo quello che è successo ieri sera in Francia non c’è parola che possa esprimere quanto accaduto. Sembra sia l’inizio della fine e quello che è successo si ripeterà una e più volte. Non saranno anni facili quelli che ci approssimiamo a vivere.

Parafrasando il titolo di uno dei testi di Dominique Lapierre, Parigi brucia ma con lei bruciamo tutti di dolore. Lo sgomento è tanto.

Mi infilo di nuovo dentro Santa Croce, mi chiudo dentro la mia casa eterna almeno per le prossime 24 ore.

Il vostro Michelangelo Buonarroti.

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Si diparte e vola

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Dagli occhi del mie ben si parte e vola
un raggio ardente e di sì chiara luce
che da’ mie, chiusi ancor, trapassa ‘l core.
Onde va zoppo Amore,
tant’è dispar la soma che conduce,
dando a me luce, e tenebre m’invola.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che sul far della sera diventa malinconico

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Il David: particolari non troppo noti della sua storia

Oggi quasi tutti conoscono il mio David. Ogni anno ai suoi pedi sfilano migliaia di visitatori provenienti da ogni angolo del mondo. E’ un bella soddisfazione guardare i volti di coloro che ne ammirano le fattezze. Stupore, entusiasmo, incredulità e purtroppo, a volte noto anche un po’ di indifferenza. C’è chi lo guarda tanto per raccontare agli amici d’averlo visto dal vero o semplicemente per scattarsi foto accanto al gigante e poi postarle in rete.

Il David mi venne commissionato dall’Opera del Duomo che avrebbe voluto posizionarlo sopra uno dei contrafforti della zona absidale di Santa Maria del Fiore, il Duomo della città.

Ero da poco rientrato da Roma dove oramai ero diventato una sorta di celebrità. Iniziai a scalfire la superficie di quel marmo di qualità discutibile al riparo di sguardi indiscreti. E già, per preservare la mia opera in fase di realizzazione da artisti pronti a copiare qualsiasi cosa facessi ma anche da critiche o elogi non desiderati, m’ero barricato dietro un recinto di legno che mi feci da solo. Lavoravo a pieno ritmo nel cortile dell’Opera del duomo e poco a poco quel blocco assumeva sembianze umane.

Quel marmo era da tempo in terra fiorentina e pare arrivasse dalle cave carrarine di Fantiscritti o perlomeno era quello che si vociferava senza alcun dato certo alla mano. Agostino di Duccio prima e Antonio Rossellino poi, s’erano già confrontati con quel blocco ma non avevano concluso gran ché. Era un blocco fragile, pieno di difetti e per di più me l’avevano anche mezzo assassinato. L’apertura fra le due gambe era già stata eseguita in malo modo ma mancava tutto il resto.

Non vi dico il putiferio che fecero illustri fiorentino per la scelta della sua collocazione: discussioni su discussioni, litigate a non finire e chi più ne ha più ne metta. L’ubicazione scelta dall’Opera del Duomo che aveva commissionato il David passò subito in secondo piano. C’era chi lo voleva sotto la Loggia dei Lanzi per proteggerlo dagli agenti atmosferici ma al contempo per renderlo meno visibile ( come d’altro canto voleva quell’invidioso di Leonardo) e chi invece lo avrebbe messo ben in evidenza dinnanzi a Palazzo Vecchio. Alla fine fu la seconda fazione a vincere e non nego che quella posizione lì piaceva anche a me. Ma come si fa a nascondere un’opera del genere? Sotto la Loggia sicuramente sarebbe rimassta al riparo dalle intemperie ma che senso avrebbe avuto la sua imponenza rinchiusa?

Tra il 14 e il 18 maggio del 1504 il David lasciò il cortile dell’Opera del Duomo e fu trasportato in Piazza della Signoria. Il David non rappresentava solo l’eroe biblico ma era soprattutto il simbolo della Firenze repubblicana. La tensione che c’era in quel periodo in città era così densa che si poteva tagliare a fette. Non furono pochi gli incidenti che vennero appositamente provocati durante il trasporto del gigante. Il 14 maggio fu preso a sassate e tutt’oggi sulla schiena sono presenti delle scalfiture che hanno una direzione dal basso verso l’alto riconducibili a quell’episodio a dir poco increscioso.

“14 Maggio MDIV, così gli Spogli dello Strozzi d’un libro di Memorie e ricordi, si trasse dell’Opera il Gigante di marmo, uscì fuori alle 24 ore, e ruppono il muro sopra la porta tanto che ne potesse uscire, e in questa notte fu gittato certi sassi al Gigante per far male; bisognò fare la guardia la notte, e andava molto adagio e così ritto legato che ispenzolava che non toccava co’ piedi, con fortissimi legni e con grande ingegno, e penò quattro dì a giungere in piazza: giunse a dì 18 in su la Piazza a hore 12, havea più di 40 huomini a farlo andare, haveva sotto quattro legni uniti, e quali si mutavano di mano in mano, e penossi sino a dì 8 Giugno 1504 a posarlo in su la ringherba, dov’era la Giudit, la quale s’hebbe a levare”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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