Fra gli amici anche Benvenuto Cellini

Il Cellini era assai più giovane di me ma come non potevano interessarmi e appassionarmi le sue opere soprattutto in bronzo? Lui da me imparò assai osservando i miei lavori e ne fece tesoro. Ebbe una grande ammirazione per i cartoni della Battaglia di Cascina tanto da definirli poi come la “scuola del mondo”.

Benvenuto mio, io vi ho conosciuto tanti anni per il maggiore orefice, che mai ci si astato notizia: ed ora vi conoscerò per iscultore simile. Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo ritratto, di bronzo, e mi disse ch’ell’era di vostra mano: io n’ebbi molto piacere; ma mi seppe molto male, ch’ella messa a cattivo lume: che s’ell’avesse il suo ragionevole lume, la si mostrerebbe quella bell’opera ch’ell’è di uomo ch’è fra i sessanta e i settanta, deve e può corrispondere ad uno che i venti ha di poco oltrepassato. 

Questa lettera non la troverete nei tomi che raccolgono le mie né in nessun altro libro dove sono stati raccolti i carteggi che mi riguardano. La riportò solo il Cellini nella sua lunga e interessante autobiografia che, per tanti aspetti, assomiglia di più un auto incensamento. Scrissi questa breve carta al Cellini dopo che quasi per caso vidi una testa colpita da lui e mi piacque assai. Passai davanti casa del Bindo e lui mi invitò a entrare: mi voleva mostrare lo scrittoio al quale teneva tanto. Voltai lo sguardo e vidi quella testa scolpita nel marmo del Cellini: pregevole davvero.

La nostra amicizia, fra alti e bassi, proseguì per molti anni. Addirittura Cosimo I che non sapeva più in che modo convincermi a tornare a Firenze, lo mandò a casa mia a Roma sperando che mi facesse tornare in terra natia facendo leva proprio sulla nostra amicizia. Fece lo stesso anche con il Vasari ma come sempre, Cosimo I, dovette sentirsi dire un secco no per l’ennesima volta.

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San Pietro riconsegna le Chiavi a Cristo

San Pietro si protende verso Cristo intento a giudicare l’umanità tutta. Con le spalle un po’ abbassate quasi come fossero una sorta di riverenza figurata, gli restituisce la chiave d’oro e quella d’argento. Oramai il mondo è finito e non c’è più bisogno di legare o sciogliere ogni singolo legame sulla terra. Le chiavi, come sta scritto nel vangelo di Matteo, simboleggiano il potere di assolvere i peccati.

Se il Perugino anni prima affrescò con qualche aiuto la Consegna delle Chiavi a San Pietro nel registro mediano, io glie le feci restituire anni più tardi nel Giudizio Universale. Il volto di San Pietro ricorda quello di Papa Paolo III Farnese: il committente del grandioso affresco.

Dietro San Pietro fa la sua comparsa San Paolo con una fluente barba e pare intimorito da Cristo Giudice intento a separare le anime. Se aguzzate bene la vista, dietro Bartolomeo che tiene in mano la sua pelle, c’è Francesco Amadori, molto più noto alle cronache con il nome di Urbino.

“Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre” Matteo 25, 31-32.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che fra pochi minuti uscirà da Santa Croce per farsi un giro fra le meraviglie fiorentine.

Giudizio

 

Adunche a venir meno

  Qui son morto creduto; e per conforto
del mondo vissi, e con mille alme in seno
di veri amanti; adunche a venir meno,
per tormen’ una sola non son morto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che da anni si sogna due giorni di fila senza far nulla

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Il restauro della Cappella Paolina

Gli affreschi miei che si trovano all’interno della Cappella Paolina sono stati sottoposti a un attento intervento di restauro durato sette anni per un costo complessivo di poco più di 3 milioni di euro.

Quando vennero inaugurato gli affreschi di questa cappella destinata all’esposizione del Santissimo Sacramento non furono poche le critiche. Come in ogni cosa per esser criticati basta fare, esporsi e esprimere concetti. Additavano all’aspetto di Paolo che dipinsi troppo vecchio a detta delle lingue lunghe, per le nudità anche se erano molto poche e per i chiodi che non c’erano sulle mani né sui piedi di Pietro.

Quanto avrebbe voluto toglierli il direttore dei restauri Maurizio De Luca: “Quei chiodi sono come tre scarafaggi. Sono dell’idea che quando una cosa è brutta, bisogna toglierla”. Alla fine si è astenuto dal farlo e anche quei chiodi, alla stregua di alcune braghe dipinte sul Giudizio Universale, sono stati mantenuti come documento storico.

Per chi avesse sperato che l’accesso alla Cappella fosse consentito al pubblico dopo il restauro dovrà amaramente ricredersi. Il Reggente della Prefettura Pontificia Paolo de Niccolò, ha precisato che in nessun caso la Cappella Paolina entrerà a far parte del circuito museale vaticano. Quindi gli affreschi miei li potrete vedere solo in foto o in qualche video ufficiale. Niente di più.

Durante i restauri sono stati trovati alcuni interessanti pentimenti che fino al momento nessuno aveva notato. Uno dei più significativi è quello del collo di San Pietro. In origine non l’avevo pensato come lo vedete voi ma a un certo punto decisi di voltargli la testa per guardare dritti in faccia gli spettatori.

E’ finalmente ricomparsa anche la città di Damasco sul sfondo della Conversione di Saulo. Un intervento eseguito nel 1934 l’aveva completamente trasformata rendendola irriconoscibile. Pare poi che avessi firmato quest’opera includendomi con un ritratto assai minuzioso Non solo indosso lo stesso turbante con il quale mi ritrasse il Bugiardini ma, a differenza delle altre figure in secondo piano, questo mio volto è eseguito in maniera minuziosa al punto che peli della barba pare si possano contare uno a uno.

Insomma, ogni grande restauro non solo restituisce dignità alle opere, ma spesso riesce a svelare dettagli inediti che altrimenti resterebbero sconosciuti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, che non perde occasione per ringraziare i restauratori e il loro prezioso lavoro

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Zaccaria

Zaccaria è uno de primi veggenti che affrescai e si trova immediatamente sopra la porta d’ingresso della Cappella Sistina. Sotto la targa che reca il suo nome è stato applicato lo stemma dei della Rovere: la famiglia di appartenenza di papa Giulio II che mi commissionò la realizzazione della volta.

Zaccaria ha uno sguardo intenso ed è tutto concentrato nella lettura del libro che tiene fra le mani. Appare calmo e per niente impressionato da ciò che sta leggendo. Indossa una veste giallo ocra coperta in parte da un mantello verde chiaro foderato in rosso cremisi.

Il restauro di questa figura si rivelò assai complesso e laborioso perché non fu davvero facile rimuovere le ridipinture settecentesche realizzate da Annibale Mazzuoli lasciando intatti i miei ritocchi a secco.

Di Zaccaria ancora è possibile vedere un mio studio a carboncino su carta conservato presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi.

Perché ho messo proprio sopra l’ingresso questo profeta minore? Ebbene, le interpretazioni sono più di una ma quella più plausibile vede come Zaccaria il profeta per eccellenza della Settimana Santa.

Il Santo Padre durante la Domenica delle Palme entrava con i corteo proprio da quella porta nel ruolo di Cristo che entrava in Gerusalemme a dorso d’asino come il più umile degli umili proprio come aveva predetto i profeta: “Gerusalemme, ecco, il tuo re viene a te; Egli è giusto e vittorioso, umile e montato sopra un asino“.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi profeti e e sue sibille.

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E questo mi spaventa

 – Beati voi che su nel ciel godete
le lacrime che ‘l mondo non ristora,
favvi amor forza ancora,
o pur per morte liberi ne siete?
– La nostra etterna quiete,
fuor d’ogni tempo, è priva
d’invidia, amando, e d’angosciosi pianti.
    – Dunche a mal pro’ ch’i’ viva
convien, come vedete,
per amare e servire in dolor tanti.
    Se ‘l cielo è degli amanti
amico, e ‘l mondo ingrato,
amando, a che son nato?
    A viver molto? E questo mi spaventa:
ché ‘l poco è troppo a chi ben serve e stenta.

Il sempre vostro Michelangelo che stasera è più inquieto del solito o meglio, arrabbiato nero ma poco importa, l’arte mi ristora l’animo che altro rifugio non trova

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15 agosto: l’Assunta nell’arte

Oggi si celebra l’Assunzione di Maria in cielo. Il 15 d’agosto, anche se a guardarsi in giro non sembrerebbe, non è solo la giornata dedicata al cocomero, alle secchiate d’acqua e ai pranzi luculliani ma anche alla Madonna che alla fine della sua vita ascese al cielo senza lasciare le sue spoglie mortali sulla terra. Una sorta di anticipazione di quello che accadrà alla fine dei tempi per tutti.

Nel corso dei secoli sono tanti gli artisti che si sono cimentati nel rappresentare questo evento in modi abbastanza simili fra di loro. Ad uscire un po’ dagli schemi ci pensò il Mantegna prima e il Caravaggio dopo dipingendo la Madonna sul letto di morte circondate da figure assai disperate per il suo passaggio  dalla vita mortale a quella eterna.

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La morte della Vergine di Caravaggio

Caravaggio essendo un geniale fuoriclasse, non veniva compreso dai contemporanei. L’opera gli venne rifiutata dall’ordine religiosi dei Carmelitani Scalzi che l’avevano commissionata: la Madonna a loro detta non rispettava affatto l’iconografia classica, i suoi piedi nudi e le caviglie scoperte, nessun riferimento alla sua misticità….non la vollero e la comprò successivamente il Duca di Mantova su suggerimento di Rubens.

Parlando però delle vere e proprie Assunzioni in cielo della Vergine non si può non menzionare il rilievo di Donatello che scolpì fra il 1456 e il 1428. Si trova all’interno della chiesa napoletana di Sant’Angelo a Nilo e fa parte della tomba Brancaccio. Questa tomba fu realizzata da Michelozzo affiancato da Donatello. Il rilievo dell’Assunzione è certamente di mano del grande scultore fiorentino quattrocentesco.

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L’Assunzione della vergine Maria di Donatello

Personalmente non mi sono mai confrontato con questo tema ma ci sono artisti che lo hanno fatto in maniera magistrale sia prima che dopo di me. Fra le più note e suggestive c’è sicuramente quella di Tiziano.  Si tratta di un dipinto a olio realizzato attorno al 1518 e si trova a Venezia, sull’altare della Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Fu un’opera che già a suo temo fece scalpore per la sua indiscutibile bellezza. La tela venne commissionata dai francescani che risedevano all’interno del convento dei Frari e ancora oggi si trova nell’originale collocazione.

Tiziani,_assunta_01L’Assunta di Tiziano

Qualche anno dopo Tiziano volle cimentarsi con la realizzazione di un altro dipinto a olio su tela con il medesimo soggetto. Quest’altra opera dell’Assunta in cielo si trova nel duomo di Verona e decora una delle cappelle laterali.

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L’Assunzione della Vergine – Duomo di Verona, Tiziano 

Prima di lasciarvi ai festeggiamenti di questa giornata vi propongo anche l’Assunzione della Vergine di Annibale Caracci. Si trova nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo a Roma, la stessa Cappella che accoglie la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo di Caravaggio. Fu una delle commissioni più importanti che ricevette il Caracci oltre a quelle della famiglia Farnese.

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L’Assunzione della Vergine – Annibale Caracci

Per il momento vi saluto lasciandovi ai vostri impegni. Il vostro Michelangelo Buonarroti

Roboam

Il gruppo della vela che accoglie Roboam lo affrescai in sole due giornate. La madre di Roboam appare in primo piano, girata verso sinistra. E’ completamente assorta nei suoi pensieri e regge il mento con la mano sinistra sostenendo il naso con l’indice. Ha i capelli raccolti con una treccia girata più volte attorno al capo e stringe al sé il figlioletto Roboam che guarda verso la nuda terra. In secondo piano c’è un uomo anziano con i capelli bianchi del quale a malapena si intuiscono le forme: re Salomone. Le figure sono affrescate su uno sfondo violetto che meglio fanno risaltare le tonalità del rosa, del giallo e dell’arancio adoperate.

Sopra Roboam e sua madre ci sono due nudi bronzei che hanno l’aspetto di due demoni non troppo quieti. Pare che vogliano allargare lo spazio a loro disposizione puntando piedi a mani. Li affrescai dopo averli tracciati sull’intonaco adoperando il medesimo cartone cambiando però qualche dettaglio come per esempio i capelli che volano nella stessa identica direzione.

 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta

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Per cangiar vita, amor, costume o sorte

Carico d’anni e di peccati pieno
e col trist’uso radicato e forte,
vicin mi veggio a l’una e l’altra morte,
e parte ‘l cor nutrisco di veleno.
    Né propie forze ho, c’al bisogno sièno
per cangiar vita, amor, costume o sorte,
senza le tuo divine e chiare scorte,
d’ogni fallace corso guida e freno.
    Signor mie car, non basta che m’invogli
c’aspiri al ciel sol perché l’alma sia,
non come prima, di nulla, creata.
    Anzi che del mortal la privi e spogli,
prego m’ammezzi l’alta e erta via,
e fie più chiara e certa la tornata.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi eterni versi

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Il sacrificio di Isacco

Questo disegno del Sacrificio d’Isacco lo tracciai su carta con sanguigna, carboncino nero e penna. Con tutta probabilità apparteneva al progetto del rilievo che avrei dovuto inserire nella grandiosa tomba dei Papi Medicei. Lo stesso soggetto infatti appare appena accennato proprio nella zona in alto a destra dell’attico di questa tomba, destinata ad accogliere le spoglie mortali di papa Leone X e papa Clemente VII.

La composizione della scena è assai diversa fra quella che proponevano i miei contemporanei come ad esempio il Sodoma e Andrea del Sarto. Il contrasto che c’è fra la tensione del povero Isacco confrontata con la calma del padre è assai evidente. Abramo pare abbia proprio la certezza di eseguire un ordine con la massima fiducia e il suo aspetto è simile al Mosè senza però considerare la calvizia del primo e la folta chioma del secondo.

Isacco pare voler fermare il gesto del padre con tutte le sue forze: si dimena e si contorce volgendo lo sguardo proprio verso il pugnale.

In basso a sinistra c’è il capro espiatorio appena accennato che verrà poi sacrificato al posto d’Isacco dopo l’intervento dell’angelo.

Il sempre vostro Michelangelo sommerso letteralmente dalle sue carte, dai suoi disegni e dai ricordi.

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