Cari mi sono i pensieri

Mentre m’attrista e duol, parte m’è caro
ciascun pensier c’a memoria mi riede
il tempo andato, e che ragion mi chiede
de’ giorni persi, onde non è riparo.
    Caro m’è sol, perc’anzi morte imparo
quant’ogni uman diletto ha corta fede;
tristo m’è, c’a trovar grazi’ e mercede
negli ultim’anni a molte colpe è raro.
    Ché ben c’alle promesse tua s’attenda,
sperar forse, Signore, è troppo ardire
c’ogni superchio indugio amor perdoni.
    Ma pur par nel tuo sangue si comprenda,
se per noi par non ebbe il tuo martire,
senza misura sien tuo cari doni.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

107798445

Annunci

Al mi babbo, da Roma

Arrivai a Roma per la prima volta il 25 luglio del 1496. Il cardinale Riario, vittima della truffa allestita da un antiquario poco onesto che aveva anticato un mio cupido dormiente, volle conoscermi. Ebbe così inizio sul serio la mia carriera artistica: se con il Bacco iniziai a farmi conoscere nell’ambiente dei grandi mecenati, con la Pietà Vaticana divenni lo scultore più ricercato e apprezzato del momento.

Vi riporto la prima lettera che scrissi da Roma a mio padre o perlomeno la più datata che sia stata rintracciata.

Roma, 1 luglio del 1497

Reverendissimo e charo padre,

non vi maravigliate che io non torni, perché io non ò potuto ancora achonciare e’ fatti mia col Cardinale, e partir no’ mi voglio se prima io non son sodisfatto e rremunerato della fatica mia; e con questi gra’ maestri bisogna andare adagio, perché non si possono sforzare.

Ma credo in ogni modo di questa settimana che viene essere sbrigato d’ogni cosa. Avisovi come fra Glionardo ritornò qua a rRoma, che dicie che gli era bisognato fuggire da Viterbo e che gli era statto tolto la cappa e voleva venire chostà; onde io gli detti un ducato d’oro che mi chiese per venire, e chredo che ‘1 dobiate sapere, perché debe esser giunto costà. Io non so che mi vi dire altro, perché sto sospeso e non so ancora come la s’andrà; ma presto spero esser da voi. Sano così spero di voi.

Raccomandatemi agli amici. Michelagniolo scultore in Roma. Domino Lodovicho Buonarroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

d87cb953ae58277352577c3f44f17c45

Le mie Pietà

Tre sono le Pietà che scolpii: la Vaticana, la Bandini e la Rondanini. No, la Pietà Palestrina oramai da parecchi anni non viene più attribuita a me quasi all’unanimità da parte degli esperti che ben conoscono i miei lavori.

Realizzate in età differenti, raccontano quella vicenda storica sotto punti di vista diversi. La prima levigatissima, realizzata con uno statuario leggermente venato e che si lasciava modellare con estrema facilità mentre la seconda la realizzai con un marmo talmente duro da far scintille ogni volta che ci mettevo mano. La terza probabilmente la scolpii recuperando un vecchi rocchio di colonna trovato da qualche parte…

Vi propongo questo interessante video che ho scovato in rete che mette a confronto le tre opere scultoree. Concedetevi qualche minuto e guardatevelo tutto: è fatto molto bene e vi racconterà cose interessanti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Il piede è più nobile della scarpa

Quale spirito è così vuoto e cieco, che non può riconoscere il fatto che il piede è più nobile della scarpa, e la pelle più bella che l’indumento con il quale è vestita?

Il vostro Michelangelo Buonarroti

Christian Maidana ljg.jpg

foto di Christian Maidana

What spirit is so empty and blind, that it cannot recognize the fact that the foot is more noble than the shoe, and skin more beautiful than the garment with which it is clothed?

Yours Michelangelo Buonarroti

TTG-Logo-Final white backgroundBook a Michelangelo tour and receive 5% off with Promo Code MB05AB

La Settimana Santa

Con ieri ha avuto inizio la Settimana Santa, la settimana più sacra e importante di tutto l’anno per i cristiani. E’ iniziata male, anzi, malissimo con i due sanguinosi attentati in Egitto. Mentre Cristo faceva il suo ingresso in Gerusalemme accolto dalla folla con lo sventolare delle foglie di palma, decine di persone perdevano la vita. Se questo è solo l’inizio non voglio nemmeno immaginare quale possa essere il proseguo.

Non saprei cos’altro aggiungere se non imprecazioni poco lusinghiere e una serie di improperi che alla fine a niente servono, nemmeno a sfogare la rabbia o a far allentare la morsa che stringe lo stomaco.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

 

artel-795x300.jpg

TTG-Logo-Final white backgroundBook a Michelangelo Tour and receive 5% off with Promo Code MB05AB

Chi ha detto che ho tirato fuori l’angelo dal marmo?

“Ho visto un angelo nel marmo e ho scolpito fino a liberarlo” Chi ha scritto per primo questa cosa che vedo comparire qua e là a più riprese? Una frase spacciata per mia che me la ritrovo costantemente pubblicata e ricondivisa infinite volte sulle pagine dei vari social, blog, siti e compagnia bella. Ebbene no, quella roba lì non l’ho detta io. Anche se i concetto potrebbe pure appartenermi la frase non è farina del mio sacco. Ho detto molte altre cose in merito alla scultura ma non in questi termini. Beh, adesso lo sapete. Fatemi un favore: togliete il nome mio da quella frase.

Di citazione in citazione, il vostro Michelangelo Buonarroti oggi ve ne lascia una non sua ma comunque autentica. Homoré de Balzac, nella prima metà dell’Ottocento, paragonava la scultura all’arte drammatica in questi termini “La scultura è come l’arte drammatica, la più difficile e insieme la più facile di tutte le arti. Copiate un modello, e l’opera è compiuta; ma imprimervi un’anima, creare un tipo, nel rappresentare un uomo e una donna, è il peccato di Prometeo. Nella scultura questi successi sono rari quanto nell’umanità lo sono i poeti. Michelangelo, Michel Columb, Jean Goujon, Fidia, Prassitele, Policleto, Puget, Canova, Albrect Durer sono i fratelli di Milton, di Virgilio, di Dante, di Shakespeare, di Tasso, di Omero e di Molière. L’opera di questi scultori è così grandiosa che basta una sola statua a rendere immortale uno di loro.”

IMG_20161212_110448.jpg

Sepolture fortunate e promesse non mantenute

Appena terminai di scolpire il Bacco iniziai a cercare subito un’altra buona commissione. Non potevo e nemmeno sapevo stare con le mani in mano. A mio padre avevo scritto che sarei tornato subito a Firenze non appena avessi risolto alcuni problemi con Riario ma così non fu. Non mantenni la promessa ma quel disattendere la parola data fu parte della mia fortuna. La Roma rinascimentale era tutta in fervore e alla ricerca continua di abili pittori, scultori e architetti. Il papato e la sua corte amavano circondarsi di sculture, dipinti, arazzi, fontane e giardini. Era la città ideale per gli artisti e quindi, in quel frangente, lo fu anche per me.

Poco dopo la mia irremovibile decisione di rimanere nella città eterna, mi venne commissionata una Pietà che mi avrebbe portato sull’Olimpo degli artisti più celebrati del tempo mio ma anche di quelli a seguire.

Jean de Bilhères-Lagraulas, un potente cardinale francese, era il mio nuovo mecenate. Lui arrivò a Roma nel 1491 come ambasciatore della corona di Francia presso papa Alessandro VI che lo nominò cardinale un paio di anni più tardi, nel 1493. Non era in perfetta salute e temeva di dover lasciare il mondo terreno prima del previsto. Allora si affannò a cercare qualcuno  in grado di realizzare una Pietà degna della sua sepoltura. Con il cardinale Riario che fece da garante, Jean de Bilhères-Lagraulas affidò a me il compito di scolpire una Pietà. L’opera avrebbe dovuto essere situata sul lato meridionale dell’antica basilica di San Pietro, nella cappella cara alla casa reale francese: Santa Petronilla.

In quella cappella la mia Pietà ci rimase poco. Basti pensare che già prima del 1520 Santa Petronilla fu demolita per fare spazio alla realizzazione della nuovissima basilica di San Pietro. Non ricordo se la Pietà in quella cappella era addossata a una delle pareti e i documenti giunti fino a voi non aiutano di certo a far chiarezza. Fatto sta che da un’accurata ricerca che fu condotta dal grande Micheal Hirst, pare che la Pietà fosse stata posta contro una delle pareti laterali della cappella e non sulla parete di fondo.

Il cardinale Jean de Bilhères-Lagraulas si preoccupò anche che fossi aiutato nella ricerca di un ottimo marmo per la realizzazione di quel gruppo scultoreo. Si prese anche la briga di inviare una lettera al gruppo degli Anziani di Lucca affinché mi agevolassero nell’impresa per l’opera destinata a “una certa Cappella quale noi intendemo fundare in San Piero di Roma nel luocho di Sancta Petronella“.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

93512bca3bbc8c704af06b3d11307f97.jpg

 

150 ducati in tasca e un cavallo per cambiare la storia dell’arte

“Et io Jacobo Gallo prometto al reverendissimo Monsignore che lo dicto Michelangelo farà la dicta opera in fra un anno e sarà la più bella opera di marmo che sia oge in Roma e che maesto niuno la farìa megliore oge” Così scriveva Jacopo Galli al cardinale francese Jean Bilhéres de Lagraulas facendo da garante per la preziosa Pietà Vaticana ancora tutta da ideare e da scolpire.

Jean Bilhéres de Lagraulas era l’ambasciatore del re di Francia Carlo IIX presso Papa Alessandro VI e per lui mi impegnai a realizzare la Pietà che ben conoscete per 450 ducati. Il contratto che firmai fra il 26 e il 27 agosto del 1497, mi obbligava a concludere l’opera in non più di  un anno.

Con in tasca 150 ducati d’anticipo e una lettera di raccomandazione scritta dal cardinale agli Anziani di Lucca. mi avviai verso le cave di Carrara in sella al mi cavallo baio per cercare un concio di bianco che fosse adatto all’opera immaginata.

Ci passai parecchi mesi lassù, arrampicato fra quelle montagne fredde che mi parevano così poco adatte alla vita umana. Alla fine riuscii a trovare ciò che stavo cercando: un concio largo poco più di un metro di qualità eccellente.

Tornato a Roma con il prezioso bottino mi misi subito all’opera per realizzare una delle opere più note e amate ancora oggi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta lasciandovi le parole che scrisse il Vasari proprio in merito alla mia Pietà Vaticana: “…alla quale opera non pensi mai scultore nè artefice raro poter aggiungere di disegno, né di grazia, né con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michel Agnolo vi fece, perchè si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte…”

2-gajoni-michelangelo

 

 

Il giovinetto Cecchino Bracci

Cecchino Bracci era un giovinetto dalle buone maniere, assai bravo che venne a imparar da me l’arte della scultura. Aveva solo sedici anni quando morì all’improvviso e lasciò vuota la mia casa.

Morì nel periodo in cui ero parecchio indaffarato con la progettazione della Piazza del Campidoglio. Suo zio Luigi del Riccio mi pregò di realizzare una bella tomba per il ragazzo e così ne disegnai una assai semplice ma raffinata. L’esecuzione però la affidai poi con tutta probabilità all’Urbino e se volete vederla potete andare direttamente nella chiesa dell’Aracoeli a Roma.

Scrissi per Cecchino Bracci una cinquantina di versi o meglio, degli epitaffi in rima. Luigi del Riccio s’era messo in testa di pubblicare questi miei scritti unendoli a quelli di altri poeti come il Grazzini e il Giannotti ma mi opposi con tutte le forze. Solo molti anni dopo dopo la mia morte i versi per il Bracci vennero resi pubblici con la pubblicazione di tutte le poesie mie.

 

 – Se qui cent’anni t’han tolto due ore,
un lustro è forza che l’etterno inganni.
    – No: che ‘n un giorno è vissuto cent’anni
colui che ‘n quello il tutto impara e muore.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi quasi quotidiani

107798415

Il restauro della Pietà Vaticana

Erano le 11.30 del 21 maggio del 1972 quando quel folle di Lazlo Toth assestò quindici martellate alla mia superba Pietà Vaticana. “Sono Gesù Cristo risorto dalla morte” gridava mentre colpiva l’opera staccando il naso alla Vergine, distruggendo le palpebre e spezzando il braccio sinistro della Madre delle madri.

Dopo quella giornata così nefasta e dolorosa, vennero raccolti con scrupolosa attenzione tutti i frammenti che giacevano a terra: una cinquantina in totale. Il restauro fu diretto da Redig De Campos, in quel frangente direttore dei Musei e delle Gallerie Pontificie. Venne impiegato un anno di tempo per rendere di nuovo la mia opera bella come prima, o quasi. Dico quasi perché nonostante il magistrale lavoro che c’è stato le fratture rimangono sia sull’opera che sull’anima.

Le difficoltà oggettive di quel restauro non furono poche. Bisognava ricostruire e riposizionare in maniera impeccabile le parti danneggiate. Per far ciò si adoperò come modello il calco che venne eseguito proprio sulla Pietà nel Settecento che anche oggi viene conservato presso i Musei Vaticani.

Sebbene secondo la concezione più moderna del restauro definita da Cesare Brandi non si potesse ricostruire un bene danneggiato senza inquinare la veridicità dell’opera, così non si fece. Infatti fu deciso all’unanimità ( Brandi compreso) di optare per una ricostruzione fedele delle parti mancanti adoperando tutti i frammenti ritrovati e integrando le piccole porzioni di marmo mancanti con integrazioni per restituire alla Pietà tutta la sua bellezza originaria.

Se volete avere un’idea di come sia stato effettuato questo grande lavoro, guardate questo interessante video del restauro della Pietà Vaticana.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta lasciandovi le immagini di quei preziosi frammenti raccolti a terra.

Laboratory of Restoration in Vatican in October 1972.jpg

Laboratory of Restoration in Vatican in October 1972 1