Qual inganno, qual forza o qual ingegno

Che fie di me? che vo’ tu far di nuovo
d’un arso legno e d’un afflitto core?
Dimmelo un poco, Amore,
acciò che io sappi in che stato io mi truovo.
Gli anni del corso mio al segno sono,
come saetta c’al berzaglio è giunta,
onde si de’ quetar l’ardente foco.
E’ mie passati danni a te perdono,
cagion che ‘l cor l’arme tu’ spezza e spunta,
c’amor per pruova in me non ha più loco;
e s’e’ tuo colpi fussin nuovo gioco
agli occhi mei, al cor timido e molle,
vorria quel che già volle?
Ond’or ti vince e sprezza, e tu tel sai,
sol per aver men forza oggi che mai.
Tu speri forse per nuova beltate
tornarmi ‘ndietro al periglioso impaccio,
ove ‘l più saggio assai men si difende:
più corto è ‘l mal nella più lunga etate
ond’io sarò come nel foco el ghiaccio,
che si distrugge e parte e non s’accende.
La morte in questa età sol ne difende
dal fiero braccio e da’ pungenti strali,
cagion di tanti mali,
che non perdona a condizion nessuna,
né a loco, né tempo, né fortuna.
L’anima mia, che con la morte parla,
e seco di se stessa si consiglia,
e di nuovi sospetti ognor s’attrista,
el corpo di dì in dì spera lasciarla:
onde l’immaginato cammin piglia,
di speranza e timor confusa e mista.
Ahi, Amor, come se’ pronto in vista,
temerario, audace, armato e forte!
che e’ pensier della morte
nel tempo suo di me discacci fori,
per trar d’un arbor secco fronde e fiori.
Che poss’io più? che debb’io? Nel tuo regno
non ha’ tu tutto el tempo mio passato,
che de’ mia anni un’ora non m’è tocca?
Qual inganno, qual forza o qual ingegno
tornar mi puote a te, signore ingrato,
c’al cuor la morte e pietà porti in bocca?
Ben sare’ ingrata e sciocca
l’alma risuscitata, e senza stima,
tornare a quel che gli diè morte prima.
Ogni nato la terra in breve aspetta;
d’ora in or manca ogni mortal bellezza:
chi ama, il vedo, e’ non si può po’ sciorre.
Col gran peccato la crudel vendetta
insieme vanno; e quel che men s’apprezza,
colui è sol c’a più suo mal più corre.
A che mi vuo’ tu porre,
che ‘l dì ultimo buon, che mi bisogna,
sie quel del danno e quel della vergogna?

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi vorrebbe non sentir e non veder come la sua Notte

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Il Sogno che regalai a Tommaso de’ Cavalieri

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Le esagerazioni esasperate di qualche scienziato avventato

Mi garba proprio leggere tutti i libri che riguardano me e i miei lavori. A volte riesco a trovare dei dettagli sulle opere che nemmeno io sapevo di aver realizzato. Vi sembra strano? Certe biografie si attengono rigorosamente alla fantasia dell’autore e, quando arrivo all’ultima pagina, mi rimprovero per aver perso leggendo bischerate ma almeno qualche risata me la strappano. Alla fine però tutto serve e, un libro scritto coi piedi, fa sempre comodo per sistemare la gamba traballante di un tavolo.

Un po’ di tempo fa fu pubblicato un avvincente studio sul Time e sull’autorevole rivista scientifica americana Neurosurgery, condotto dai due esperti di neuroanatomia Ian Suk e Rafael Tamargo.

Suk e Tamargo sostenevano di aver trovato nella figura di Dio, presente nella Separazione della Luce e delle Tenebre, la rappresentazione di parte del cervello umano. Proprio all’altezza del collo e della gola di Dio ci sarebbero delle irregolarità anatomiche che farebbero pensare però a un cervello visto dal basso verso l’alto. Secondo loro io avrei raffigurato il tronco encefalico comprensivo del lobo temporale, del midollo spinale nascosto nella tunica color morellone e il ponte di Varolio.

Chissà… hanno ragione loro o son degli appassionati visionari? Certo  che questo studio è assai dettagliato e la loro scoperta risulterebbe assai suggestiva.

Una ventina d’anni fa fu la scoperta, o presunta tale, dello scienziato americano Meshberger a far scalpore. A detta sua gli angeli raffigurati attorno a Dio nella Creazione di Adamo formerebbero un’esatta sezione sagittale del cervello.

E se invece un gruppo di angeli fosse solo uno splendido gruppo di angeli?  E se un collo fosse semplicemente un collo anche se divino?

Come sapete io non vi rivelo nulla perché mi piace vedervi arroventare con questioni simili. Tuttavia voglio salutarvi con quanto scritto dalla Wood-Marsden, di per sé mi pare assai esplicativo: «una serie di linee tracciate arbitrariamente su un dipinto del Rinascimento, che non possono essere prese sul serio dalla comunità scientifica».

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La Caduta di Fetonte

La Caduta di Fetonte è uno dei disegni che realizzai per il mio amato Tommaso de’ Cavalieri. Per lui creavo disegni pregevoli affinché li copiasse per imparare a destreggiarsi con carboncino e sanguigna. Questa era la ragione ufficiale ma in realtà era un po’ una velata scusa. Mi piaceva il fatto che potesse avere fra le mani qualcosa di mio così personale come un disegno appositamente ideato per lui.

Sono diversi gli studi che feci prima di considerare conclusa la Caduta di Fetonte. Ogni schizzo lo mostravo al Cavalieri chiedendogli un’opinione in merito. A nessun altro avrei mai permesso di opinare sui miei disegni ma Tommaso era Tommaso.

“Messer Tommaso, se questo schizzo non vi piace ditelo a Urbino acciò che io abbi tempo di averne fatto un altro doman da-ssera come vi promessi e se vi piace e vogliate che io lo finisca rimandatemelo”.

 Non ricordo se poi fu il Cavalieri a chiedermi di cambiare il disegno o fui io alla fine a volergli dare un aspetto assai diverso. Fatto sta che La Caduta di Fetonte definitiva che elaborai per Tommaso aveva un aspetto un po’ diverso dalla precedente.

Nella prima versione conservata oggi al British Museum c’è la rappresentazione di Fetonte, il bellissimo figliolo di Apollo che ottenne dal padre l’autorizzazione per condurre la quadriga del Sole. Dato che era tanto bello quanto incapace, Fetonte condusse i cavalli troppo in alto facendo gelare la terra e poi troppo in basso strinandola. Zeus, che non era certo noto per aver modi gentili, lo fece precipitare nel Po. Sulle sponde del fiume le sorelle Eliadi si disperarono e piansero così tanto fino a diventare dei pioppi.

Se nella prima versione compare un cigno appena abbozzato, nella seconda la presenza del pennuto è lampante. Che c’entra il cigno? Ebbene, nelle Metamorfosi di Ovidio è il figlio di Stenelo, amico ma soprattutto amante di Fetonte. Fu proprio lui a buttarsi nel fiume per cercare il corpo del giovane fatto cadere da Giove e gli dei, impietositi, lo trasformarono appunto in uno splendido cigno.

La Caduta di Fetonte che tanto piacque a Tommaso, è quella che attualmente si trova presso il Castello di Windsor. Le tre sorelle disperate non presentano alcun riferimento alla metamorfosi e il gruppo dei cavalli che precipita è assai più compatto rispetto alle precedenti versioni.

Nel tempo in cui regalavo al Cavalieri questi e molti altri disegni come il Baccanale dei Putti, c’erano intere schiere di nobili e altri prelati che avrebbero pagato in sonante oro zecchino anche un solo tratto mio di carboncino su carta ma per loro non avevo né tempo né voglia di creare.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Michelangelo,_Fall_of_Phaeton_01La versione definitiva della Caduta di Fetonte

Michelangelo,_caduta_di_fetonteLa prima versione della Caduta di Fetonte per Tommaso che riporta la dicitura che vi ho citato precedentemente

La lungimiranza di Raffaele Riario

Se Raffaele Riario non avesse avuto uno smisurato senso artistico e una passione ardente per l’arte, probabilmente adesso non sarei qui a raccontarvi le mie vicissitudini. Sarei un morto qualsiasi, uno di quelli che riposano appollaiati come uccelli sui rami e che lasciano i loro corpi mortali da qualche parte sotto terra o in sepolcri imbiancati.

Niente accade per caso, ne sono estremamente convinto. Riario mi chiamò al suo cospetto a Roma dopo che un antiquario truffaldino gli volle vendere un mio cupido dormiente spacciandolo per antico: da lì in poi la mia esistenza avrebbe preso una piega sperata ma inaspettata.

E pensare che anni prima, quando ancora ero un ragazzino, eravamo entrambi sotto il cielo di Firenze e non ci siamo mai incontrati. Proprio Raffaele Riario fu uno degli organizzatori della sanguinosa congiura dei Pazzi. Venne trovato dai Medici e rinchiuso in gattabuia per qualche mese ovvero dal 12 di aprile del 1478 fino al 12 di giugno del medesimo anno.

Riario venne nominato cardinale di San Giorgio dal su’ zio papa. La vocazione religiosa poco c’entrava: esser papi e cardinali era una questione di potere. Una famiglia nobile o comunque ricca che non aveva mai avuto un papa in famiglia contava meno del due di picche quando briscola è denari.

Riario era un uomo molto colto, lucido e ambizioso. Iniziò con audacia la costruzione del palazzo romano più importante di tutto il Quattrocento il Palazzo della Cancelleria. Finanziò i lavori vincendo a dadi una partita passata alla storia.

Il cardinale non si accontentò di scegliere materiali pregiati, di inaugurare fornaci in terra fiorentina per farsi fare tutti i mattoni che voleva e di riadoperare parti di pregevoli colonne preesistenti per abbellire la sua dimora, ma volle per sé un giardino ricco di opere d’arte greche e romane.

Appena arrivai al suo cospetto mi portò ne giardino delle meraviglie e ne rimasi estasiato. Pochi giorni dopo, il 4 luglio, ero già al lavoro su un blocco di marmo per realizzare il Bacco che il cardinale mi commissionò. Avevo ventun anni e m’ero già guadagnato la fiducia della Roma bene riempiendomi le tasche con 150 fiorini d’oro. Una cifra capace di far impallidire anche l’artista più affermato.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Gli sguardi che tu strazi a me tutti li togli

Gli sguardi che tu strazi
a me tutti gli togli;
né furto è già quel che del tuo non doni;
ma se ‘l vulgo ne sazi
e ‘ bruti, e me ne spogli,
omicidio è, c’a morte ognor mi sproni.
Amor, perché perdoni
tuo somma cortesia
sie di beltà qui tolta
a chi gusta e desia,
e data a gente stolta?
Deh, falla un’altra volta
pietosa dentro e sì brutta di fuori,
c’a me dispiaccia, e di me s’innamori.

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Affreschi distrutti

Era l’estate del 1536 quando iniziai a metter mano concretamente agli affreschi del Giudizio Universale. Fu proprio la lunetta che vedete qua sotto la prima a essere dipinta. Iniziai dall’alto procedendo verso il basso a un ritmo assai sostenuto. Il risultato è un nutrito gruppo di angeli apteri con pose ardite che mostra due simboli della Passione di Cristo: la croce e la corona di spine.

Dovetti però prendere una decisione drastica che mi costò non poco: eliminare le lunette con gli antenati che avevo già dipinto su questa porzione di parete e cancellare definitivamente la pala dell’Assunta, realizzata qualche anno prima dal Perugino.

In un disegno preparatorio tutt’oggi conservato presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe agli Uffizi, ancora si vede un progetto del Giudizio nel quale mantenevo intatti tutti gli affreschi precedenti. Disegno che non vide mai la luce e rimase una sorta di chimera. Alla fine cancellai sia la roba mia che quella del Perugino facendo più spazio al Giudizio. La cornice della pala del Perugino si riesce ancora in parte a intravedere fra la zona dei dannati e quella dei risorti. Di Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda, Fares, Esrom e Aram non rimane traccia alcuna se non nei mie sfumati ricordi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi lascia ai vostri impegni tornando ai suoi quotidiani tormenti.

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La maschera e la Notte

La Notte completamente nuda, con una pelle che sembra riflettere la luce lunare: è la prima opera su cui si posa lo sguardo appena si varca la soglia della Sagrestia Nuova del San Lorenzo.

Pare una Leda senza cigno o un’Arianna fra le braccia di Morfeo. Se ne sta lì da secoli, semi sdraiata, in compagnia dei duchi e delle altre ore del giorno. Tiene il braccio sinistro dietro la schiena giusto per sostenersi un po’ e ruota il busto proprio verso chi la osserva.

Assieme a lei ho messo qualche simbolo notturno come il fascio di papaveri che richiamano il sonno con i loro effluvi oppiacei e la civetta, l’animale della notte per eccellenza. Non vi sfuggirà il mascherone quasi teatrale in primo piano: un riferimento agli incubi e ai sogni oppure alla morte che ha condotto i duchi al sonno eterno?

Il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta avvisandovi che con molta probabilità la prossima settimana tornerà ancora una volta ad ammirare queste sue opere dal vero. Venite con me? Ho un estremo bisogno di vederle, sfiorarle col pensiero per lasciarle poi di nuovo a tutti coloro che le vorranno ammirare per gli anni a seguire.

22942-03_-_Aurelio_AmendolaFoto di Aurelio Amendola

Lo Schiavo Morente

Lo Schiavo Morente è forse una delle figure più sensuali alle quali ho dato vita. Vero, non è finita, ma chi si trova dinnanzi a quell’opera non può non avere un attimo di smarrimento o una profonda inquietudine. Rimanere indifferenti non è possibile, ve lo garantisco.

Questa scultura faceva parte del secondo progetto ideato per la monumentale Tomba di Giulio II. La seconda versione era assai ridimensionata rispetto alla prima ma comunque manteneva un aspetto a dir poco grandioso.

Con i suoi 2 metri e 15 cm lo Schiavo Morente avrebbe dovuto essere collocato al ridosso di uno dei pilastri attigui alle Vittorie. “Una figura di marmo, ritta alta quattro braccia, che à le mani dietro” annotai in una lettera facendo riferimento all’opera che vide in realizzazione Luca Signorelli quando venne a trovarmi a casa mia a Roma.

I lacci stringono il petto e il polso sinistro dello Schiavo mentre sembra voler sostenere il peso della testa con il braccio alzato. Se l’avessi sistemato dinnanzi al pilastro, l’effetto ottico sarebbe quello di un lento scivolamento verso il basso del corpo non più sostenuto dalla forza vitale.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per oggi vi saluta e evita di passare da Piazza della Signoria per non vedere quel tartarugone luccicante di Jan Fabre

 

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Se l’immortal desio

Se l’immortal desio, c’alza e corregge
gli altrui pensier, traessi e’ mie di fore,
forse c’ancor nella casa d’Amore
farie pietoso chi spietato regge.
    Ma perché l’alma per divina legge
ha lunga vita, e ‘l corpo in breve muore,
non può ‘l senso suo lode o suo valore
appien descriver quel c’appien non legge.
    Dunche, oilmè! come sarà udita
la casta voglia che ‘l cor dentro incende
da chi sempre se stesso in altrui vede?
    La mie cara giornata m’è impedita
col mie signor c’alle menzogne attende,
c’a dire il ver, bugiardo è chi nol crede.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che stamani cerca di iniziare la giornata con un po’ di poesia, lontano da tutto e da tutti.

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La scala della laurenziana e il mio riserbo

Quando me ne andai da Firenze lasciai dietro alle spalle parecchi lavori a metà. Il progetto della Biblioteca Medicea Laurenziana  era ancora in alto mare e non avevo dato disposizioni a nessuno in merito. Il Tribolo venne a Roma per chiedermi qualche spiegazione per procedere col lavoro ma da me non ottenne granché.

Il duca Cosimo s’alterò parecchio e ordinò al Vasari di sollecitarmi per ottenere modelli, spiegazioni e tutto quello che era necessario per realizzare la scala seguendo il mio progetto. A detta di Cosimo avrei dovuto rispondere con dovizia di dettagli in virtù del rispetto che avevo per Giorgio.

Ci scrivemmo diverse lettere nelle quali spiegavo come avrei voluto realizzare il progetto ma erano talmente intricate e poco chiare che non so quanto avesse potuto comprendere.

I maligni dicono l’abbia fatta apposta: sarei stato così geloso delle miei progetti in cantiere da non svelarne i dettagli più significanti. Era complicato spiegare a parole quello che realmente avevo in mente. In un paio di schizzi minuti che disegnai su una di quelle lettere al Vasari delineai la vista frontale e quella laterale della scala del ricetto.

Il Vasari e il Tribolo lavorarono alla Laurenziana per diversi anni ma l’opera venne terminata solo nel 1561, quando inviai un modello di terracotta e l’Ammannati ne fece tesoro.

Non vi tragga in inganno il modello che menziono nella lettera a seguire scritta al Vasari: si tratta di tutt’altra roba ovvero quello della facciata della Basilica di San Lorenzo.

Roma, 28 settembre 1555

Messer Giorgio amico caro, circha la scala della liberia, di che m’è stato tanto parlato, crediate che, se io mi potessi ricordare come io l’avevo ordinata, che io non mi farei preghare.

Mi ritorna bene nella mente come un sognio una certa iscala, ma non credo che sia a punto quella che io pensai allora, perché mi torna cosa ghoffa; pure la scriverò qui c[i]oè, se voi togliessi una quantità di scatole aovate di fondo di uno palmo l’una, ma non d’una lungheza e largheza, e lla magiore e prima ponesi in sul pavimento, lontana dal muro della porta tanto quanto volete che la scala sia dolcie o cruda, e un’altra ne mettessi sopra questa che fussi tanto minore per ogni versso, che in sulla prima di sotto avanzassi tanto piano quanto vole il piè per salire e così dette scatole, diminuendole e ritirandole versso la porta, fra l’una e ll’altra senpre resterà per salire; e che la diminuizione de l’utimo grado sia quanto el vano della portta, e detta parte di scala aovata abi come dua alie, una di qua e una di là, che vi seguitino e’ medesimi gradi, ma diritti e non aovati. Questi pere e’ servi, e el mezo aovato per el Signore.

Dal mezo in su di detta iscala le rivolte di dette alie ritornino al muro, dal mezo ‘nn giù, insino in sul pavimento, si discostino con tuta la scala dal muro circha tre palmi, in modo che l’inbasamento del ricetto non sia ocupato in luogho nesuno e resti libero in ogni facc[i]a.

Io scrivo cosa da ridere, ma so bene che messer Bartolomeo e voi troverete cosa al proposito. Del modello d[i] che mi scrivete, non sapete voi che non achadeva scriverne niente ma subito mandarllo ove piacessi al Duca?

E non che il modello, ma volessi Iddio che qua si trovassi qualche cossa antica bella a mio modo, che io non guarderei in cosa nesuna, per mandarlla a Sua Signoria.Delle oferte grandissime pregho ne ri[n]graziate Sua Signoria.

So bene che io non le merito, ma pur ne fo capitale.Vostro Michelagnuolo in Roma.

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