Ricordi vagando di notte per Firenze

Oramai sulla città è calata la notte. In giro ci son più poche persone e dopo una giornata intera di turisti e traffico, Firenze torna a dormire. Le luci la fanno da padrone e le sculture sembra riconquistino una loro quotidianità più rilassata, senza essere al centro dell’attenzione di tutti.

E’ quasi come se la città di notte ritornasse indietro nel tempo, lontano dal clamore. Quant’era diversa Firenze a mi’ tempi! La rimpiango? No, non credo anche se molte cose che avevo allora mi mancano. Quali? La vita ma prima ancora scalpello e gradina.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che stanotte fa gli straordinari e pensa di starsene seduto a lungo sulla spalletta dell’Arno.

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Il trasporto e le dorature del David

Il David ha alle spalle una storia lunga oltre 500 anni tutta da raccontare. Alcune sue vicissitudini le vissi in prima persona mentre ancora ero in vita ma altre le ho osservate da morto e sepolto.

La mia opera venne trasportata dinnanzi a Palazzo Vecchio fra il 14 e il 18 maggio del 1504 e per facilitare la sua movimentazione venne creata una struttura in legno simile a una gabbia per uccelletti. La gabbia veniva spinta su travi unte di sevo guadagnandosi lentamente ogni centimetro di terreno. Se ci fossero state le gru che c’avete adesso sicuramente l’impresa sarebbe stata meno degna di nota e nemmeno sarebbe passata alla storia. Se volete avere un’idea di che forma avesse questo gabbiotto funzionale potete guardare il modello presentato presso casa mia a Firenze.

La base non toccava direttamente a terra ma era leggermente sollevata per evitare che le ripetute vibrazioni potessero danneggiare il mio David. Ecco fatto: tante ore di lavoro, passione e fatica denigrate da un gruppetto di sciabigotti senz’arte né parte.

Come potete intuire il trasporto non fu cosa da poco e durò quattro giorni. Durante una pausa notturna un gruppo di giovanotti affezionati all’appena esclusi dalla reggenza della città, me lo presero a sassate. Era chiaro a tutto che il David fosse il simbolo della repubblica appena instaurata.

Alla fine il David fu collocato dinnanzi a Palazzo Vecchio e sul posto vennero dorati la cinghia  e il broncone.

Cos’è il broncone? E’ quel pezzo di tronco d’albero che realizzati dietro la gamba destra del gigante. Oh, non lo misi a caso tanto per rendere più armonica l’opera ma contribuisce a distribuire il peso del colosso che si regge quasi per intero sulle caviglie.

In realtà venne preparata anche una ghirlanda in filo d’ottone con ben ventotto foglie in rame ma ancora gli storici si stanno scervellando per capire se realmente poi fu messa in testa al David o no. Io non vi rivelo nulla perché mi diverto assai nel vedere esperti e storici che si attorcigliano le budella per cercare di capire come siano andate le cose.

Il David anche negli anni a seguire non ebbe una gran fortuna: dal fulmine che lo colpì alla base nel 1512 agli oggetti che venivano lanciati dalle finestre di Palazzo Vecchio verso la piazza che frantumarono il braccio sinistro e scheggiarono sia la palpebra inferiore dell’occhio sinistro che la fionda…

Va be’ via, per oggi ve n’ho dette assai.. rimando a più tardi altri dettagli sul mio gigante buono.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti.

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La nuova collocazione della Pietà Rondanini

Oramai manca proprio poco all’apertura dell’Expo ma a dire il vero ora come ora mi preme più vedere la mia Pietà Rondanini nella nuova collocazione. In questi giorni la mia ultima opera viene preparata in maniera ottimale per essere trasportata fino all’ex Ospedale Spagnolo, sempre all’interno del Castello Sforzesco. Ancora si trova nella sala degli Scarlioni ma a partire dal 2 Maggio 2015 potrete ammirarla nella sua nuova dimora, proprio in concomitanza con l’avvio dell’Expo milanese.

In rete ho scovato un video girato il 24 marzo che mostra tutti gli interventi a cui è stata sottoposta la Pietà in previsione del trasloco. Prima la rimozione delle stuccature della base poi l’installazione dei vari sensori per arrivare poi al montaggio della gabbia per il trasporto.

La Pietà verrà sollevata e non poggerà più sull’Ara romana ma bensì sopra una pedana antisismica appositamente studiata per salvaguardare l’opera in caso di sismi.

Ve lo lascio guardare e vi saluto.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che rimarrà sveglio mezza nottata per mettere avanti le lancette dell’orologio perdendo di fatto un’ora di vita eterna…potrei anche far causa a quelli che hanno inventato per primi l’ora legale.

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La Sistina è la casa di tutti

Certo che Papa Francesco è proprio ganzo, uno di quelli che non ha paura di sporcarsi le mani e mescolarsi fra la gente normale, fra quella che ogni giorno deve rimboccarsi le maniche per mettere un pezzo di pane sotto i denti.

Ai tempi della guerra fredda avrebbe fatto tremare qualcuno: un Papa troppo amorevole avrebbe potuto sembrare un pericolosissimo sovversivo.

Ieri con grande non chalance ha aperto le porte dei Musei vaticani ai 150 clochard che vivono nella zona del vaticano. A portare gli inviti era stato monsignor Konrad Krajewski, l’elemosinere del Papa. Le porte dei prestigiosi musei si sono chiuse per i visitatori abituali alle 17 per consentire agli invitati di godersi in tutta tranquillità l’intero complesso.

Ciliegina sulla torta il Papa ha fatto il suo ingresso a sorpresa nella Cappella Sistina per salutare uno a uno gli ospiti mentre sbalorditi guardavano i miei affreschi con gli occhi rivolti al soffitto a botte.

E’ stata un’iniziativa a dir poco lodevole. Probabilmente nessuno di questi ospiti non avrebbe mai avuto l’opportunità di vedere con i propri occhi nessuna delle opere contenute nei Musei Vaticani. Il biglietto per entrare costa troppo per le loro tasche.

Alla fine a tutti è stato offerto un pasto all’interno del punto di ristoro dei Musei e i loro occhi sfavillanti dicevano raccontavano mille storie diverse. Chi sostiene che con l’arte non si mangi s’è dimenticato un piccolo dettaglio. l’arte salva sempre.

Il vostro Michelangelo Buonarroti, contento come una Pasqua anche prima della domenica delle Palme.

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Perché si chiama Loggia dei Lanzi?

Firenze si sta addormentando. Passeggio per le strade mentre poco a poco i vicoli si svuotano. L’estate è ancora lontana e la sera l’arietta fresca fa rincasare tutti presto. Vado fino a Piazza della Signoria per guardarmi lo spettacolo della Loggia dei Lanzi. Li sembra davvero che il tempo si sia fermato e per un attimo mi illudo di essere sempre un mortale vestito di corpo e armato di gradina.

Questo venticello leggero accarezza il Ratto delle Sabine del Giambologna e sfiora il volto del Perseo del Cellini.

Tutti conoscono la Loggia ma in pochi sanno che viene detta dei Lanzi per il fatto che proprio sotto questo porticato si accamparono i temibili lanzichenecchi nel 1527 che stavano andando alla conquista di Roma. La Loggia viene chiamata anche dell’Orcagna per una attribuzione sbagliata. Infatti la sua realizzazione per molto tempo fu attribuita a Andrea di Cione, detto Orcagna, ma in realtà era stata progettata dal su’ fratello Benci assieme al Talenti. L’Orcagna probabilmente ci mise del suo ma in modo assai marginale.

Me ne torno in Santa Croce da solo. A quest’ora anche in Canova si sarà addormentato. Dubito che il Machiavelli si sia deciso a cedere il telecomando al Foscolo. Quei due litigano sempre perché amano guardare programmi totalmente diversi. Niccolò è sempre alla ricerca di dibattiti politici e Ugo guarda certe robe lacrimose che mi fanno star male anche me.

Il vostro Michelangelo Buonarroti tornando a casa vi augura una buona serata.

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I miei francobolli

Girovagando per la rete guardate un po’ cosa ho scovato: una serie di francobolli dedicati alla volta della Sistina. QUesta serie è stata emessa il 6 marzo del 1961 ed è stata riconosciuta come una delle più belle emissioni filateliche da sempre da parte degli intenditori.

La serie cosiddetta michelangiolesca rappresenta l’unica emissione messa fuori corso nella storia della repubblica e riammessa l’anno successivo. Sono diciannove francobolli che partono dal valore minimo di una lira per uno degli ignudi finendo poi con la cifra record di 200 lire con il mio volto.. .quello ritratto da Daniele da Volterra.

Prima di salutarvi e lasciarvi ai vostri affanni quotidiani, vi lascio l’immagine dei francobolli. E’ proprio un peccato che oggi si scriva pochino e di francobolli ne vengano emessi sempre meno. Qualcuno tempo fa ha detto che ci stiamo lasciando dietro un deserto digitale. Beh, è proprio così.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che stasera c’ha la luna di traverso.

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Il Cristo e il tendine che non c’è

Son parecchi i Crocifissi lignei realizzati nella seconda metà del Quattrocento a Firenze. Ce ne sono di pregevoli e altri meno belli ma comunque degni di ammirazione. Basta varcare le soglie di una Chiesa qualunque della città per trovarsi dinnanzi a crocifissi in tiglio o di altre essenze come quello del Brunelleschi in Santa Maria Novella o quello di Donatello che si trova qui in Santa Croce. Hanno in comune non solo l’epoca in cui vennero realizzati ma anche il tendine che compare ben in evidenza sotto l’ascella.

Chissà perché l’hanno realizzati con questo dettaglio… forse qualcuno ha visto l’omo scorticato riprodotto da Leonardo in cui nel quale il tendine è ben evidente. Fatto sta che questo dettaglio è presente in tutti i crocifissi di quel periodo, anche in quelli realizzati prima degli studi presentati da Leonardo.

Io ho sempre fatto di testa mia e nel mio Cristo di Santo Spirito il tendine non c’è. Provate a mettere le braccia a croce in tensione… vedete forse tendini così evidenti voi? Io no e nemmeno con le braccia rilassate si vede alcunché.

A notare per primo questo dettaglio è stato Pietro Antonio Bernabei, il medico e artista che assieme a Giulisano ha analizzato toccando con mano il Cristo e altre opere mie.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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L’inimitabile blu dei lapislazzuli

Michelangelo Buonarroti è tornato

Meno male che siamo in piena estate almeno da quello che dice il calendario di Frate Indovino! Stanotte ho dormito con la coperta di lana sulle gambe e oggi sono andato a giro per Firenze con una camicia a maniche lunghe. Mah, dire che le stagioni non ci son più sarà pure un luogo comune ma io ho freddo lo stesso. Fino all’anno scorso si boccheggiava come lucci in questo periodo.

Via, lasciamo perdere i discorsi a randello.

Avete mai notato la differenza di colori tra i cieli dipinti nella volta della Cappella Sistina e quello sullo sfondo del Giudizio Universale? Se ancora non avete prestato attenzione a questo particolare fateci caso: gli azzurri della volta sono poco intensi mentre quelli del Giudizio son talmente sfavillanti che sembra vivano di vita propria.

Il trucco c’è e può esser visto anche dallo spettatore meno attento. Nel periodo in cui ero intento…

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Il David: la piazza e l’esedra

Dinnanzi a Palazzo Vecchio il mi David ci stava proprio benino. Faceva sfigurare l’Ercole e Caco del Bandinelli al punto tale che quasi nessuno ne ricordava chi raffigurasse o il nome dello scultore che la ideò. Va beh, scordarsi l’opere del Bandinelli è un peccato veniale. Non è un mistero che l’abbia avuto sempre a schifo per quella sua spocchia insopportabile e quella maniera tutta sua di rovinare il marmo.

C’è poco da fare: gli sguardi erano solo per il mio gigante. Gli agenti atmosferici però non perdonano nemmeno le opere più belle e nel corso dei secoli iniziarono a erodere inesorabilmente le parti ben esposte come i riccioli del capo, le spalle e le dita dei piedi.

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L’architetto De Fabris realizzò all’interno della Galleria dell’Accademia uno spazio enfatico dedicato esclusivamente al ricovero del David. Dopo anni di lavoro la scultura venne sistemata al centro di un esedra voltata ad abside. La cupola protetta da vetri lasciava e ancora lascia passare la luce naturale che arriva diretta sul petto e sul volto del David facendolo risplendere.

In questa nova collocazione però alcuni effetti prospettici che avevo ideato vennero annullati. In Piazza della Signoria era ubicato molto più in alto rispetto agli spettatori e il corpo appariva più proporzionato. Fatto sta che la nuova sistemazione fu indispensabile per preservare il David per gli anni a seguire.

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Nel 1909 l’allora soprintendente Corrado Ricci effettuò un ulteriore intervento di mirabile ingegno. Nella navata da percorrere per arrivare al cospetto del David dispose i prigioni che in origine erano destinati alla tomba di Giulio II, il San Matteo e la Pietà Palestrina. Gli avventori tutt’oggi si trovano a percorrere un corridoio ricco di corpi che sembrano divincolarsi dai blocchi di marmo grezzo per arrivare al perfetto corpo del David.

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Dopo il trasloco però dinnanzi a Palazzo Vecchio il David mancava. Quel vuoto in un primo momento si pensò di colmare con una copia in bronzo ma i fiorentini, peraltro a ragione, non ne volevano sapere di mettere in piazza un’opera così diversa per colore e per materiale adoperato. La fusione fu sistemata al centro del piazzale di Giuseppe Poggi, quello che oggi è da tutti conosciuto come Piazzale Michelangelo.

Nel 1910 però Luigi Arrighetti scolpì una copia in marmo che ancora oggi si sta dirimpetto a quel coso che scolpì il Bandinelli.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che come la Tosca visse d’arte, visse d’amore, non fece mai male ad anima viva.

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Se ci fossero stati i telefoni

Scartabellando qua e là di primo mattino ho ritrovato sotto a una pila di libri queste poche righe che scrissi a Tommaso il 28 luglio del 1533. Mi trovavo a Firenze e lui era a Roma… al tempo i telefoni avevano ancora da venire ma pensate un po’: se ci fossero stati avrei scritto meno lettere e i discorsi si sarebbero perduti per sempre nell’etere. Con le nuove tecnologie sembra tutto più facile e veloce ma in realtà ai posteri di quest’epoca rimarrà poco. Pochissime opere d’arte, poche immagini stampate o disegnate, poche sculture. Vista la qualità di tanti lavori però alla fine potrebbe essere pure un vantaggio.

S(ignio)re mio caro,

se io non avessi creduto avervi in Roma facto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare’ paruta cosa strana, né mi sarea maraviglia il gran sospecto che voi mostrate per la vostra avere avuto, per non vi scrivere, che io non vi dimentichi.

Ma non è cosa nuova, né da pigliarne ammiratione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rrovescio anch’ella perché quello che Vostra S(igniori)a dice a me, io l’arei a dire a quella; ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere. Ma ssia come si vuole io so bene che io posso a quell’ora dimenticare il nome vostro, che ‘l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare il cibo di che io vivo, che nutri[s]ce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutriscie il corpo e l’anima, riempiendo l’uno e l’altra di tanta dolcezza, che né noia né timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire.

Pensate, se l’ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

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