I due lottatori

Questo modello in terracotta chiara, alto soli 41 centimetri e risalente al 1530, si trova presso Casa Buonarroti, a Firenze. Quando è stato rinvenuto era assai frammentato e fu il Wilde a ricomporlo pezzetto dopo pezzetto.

E’ ipotizzabile pensare che sia il modello che realizzai per il gigantesco Ercole e Caco. L’opera mi fu commissionata in principio la famiglia Medici. Avrebbe dovuto affiancare il David dinnanzi a Palazzo Vecchio ma, il corso della storia, prese una piega assai differente.

Le prime tracce documentate della scultura di Ercole e Caco risalgono già al 1506 ma successivamente, nel 1525, venne richiesta la sua realizzazione a quel buono a nulla del Bandinelli. Negli anni a seguire, con l’avvento della Repubblica, la commissione passò di nuovo nelle mie mani. Dall’agosto del 1528 in poi pensai di cambiare soggetto di mia volontà preferendo decisamente Sansone e i Filistei.

La Repubblica ebbe vita breve e presto ritornarono a tiranneggiare i Medici. La commissione venne affidata in via definitiva al Bandinelli e vide finalmente la luce nel 1534. Il gruppo colossale ancora sta davanti Palazzo Vecchio assieme alla copia del mio David. D’impatto scenico sicuramente quel colosso lì ma a guardarlo bene si vede che l’esecutore è stato il Bandinelli: con tutti quei muscoli buttati alla rinfusa sull’ossatura!

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 

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Cleopatra

La testa di Cleopatra è uno dei disegni più belli e suggestivi conservati presso Casa Buonarroti a Firenze. Appartiene al gruppo denominato – presentation drowing – così definito da Johannes Wilde per identificare i fogli ideati non per qualche progetto concreto ma per essere regalati a persone a me care. In particolare questa testa la realizzai per il mio amato Tommaso de’ Cavalieri che ebbi modo di conoscere a Roma nel 1532.

Tommaso regalò questa opera nel 1562 al duca Cosimo I de’ Medici. Ero ancora vivo in quel frangente e il Cavalieri non avrebbe certo voluto privarsi di un dono così importante. Fu tuttavia costretto dalle fortissime pressioni del duca a cederlo ma lo recapitò a Firenze assieme a una lettera assai dolorosa nella quale dichiarava che, privarsi della Cleopatra mia, equivaleva alla straziante perdita di un figlio. Successivamente, nel 1614, la Cleopatra venne donata dal successore Cosimo II a Casa Buonarroti.

L’opera fu sottoposta a un accurato restauro nel 1988 che permise di eliminare il controfondo che portò alla luce sul verso un altro disegno mio sempre relativo alla Cleopatra. Questo secondo disegno è meno rifinito e dettagliato del primo e, sebbene presenti un’identica acconciatura e altre invenzioni simili all’altro disegno decisamente più noto, il suo volto ha un’espressione assai drammatica.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi disegni.cleo.jpg

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I disegni per il Giudizio

Sebbene dei cartoni che adoperai per il Giudizio Universale non ci sia più traccia, sono  giunti fino ai vostri tempi diversi studi, alcuni assai sommari, altri molto particolareggiati.

Questo che vedete a seguire, per esempio, è uno dei disegni miei appartenenti alla collezione Lord Methuen. Si tratta dello studio per l’angelo che affrescai poi all’estrema destra, all’interno del gruppo delle anime dannate. Con fare impetuoso solleva il braccio destro per colpire il dannato che tiene fermo con il sinistro. L’anima dannata aspirerebbe ad ascendere al cielo ma l’angelo, con maniere poco gentili e ortodosse, evita che lo faccia. Qui la testa dell’angelo appare appena tracciata e la posizione delle gambe un po’ diversa da quella che vedete tutt’oggi portata a termine nel Giudizio Universale.

Sempre nello stesso foglio disegnai sommariamente il braccio destro dell’anima dannata che accusa il colpo infertogli dal possente angelo.

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Sul verso dello stesso foglio schizzai quest’altro disegno relativo a un poco raccomandabie personaggio del Giudizio Universale. E’ quello che nei secoli è stato ribattezzato il demone della lussuria, ubicato all’estrema destra del gruppo delle anime dannate. Nell’affresco volli però potenziare le forme del corpo nudo rendendolo ancora più possente e forte.

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Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, perduto fra una montagna di suoi disegni.

‘L mal del foco spesso il foco sana

Inizia una nuova giornata e chissà di qui alla fine cosa accadrà. Vi lascio qualche verso mio tormentato come sempre. Che ci volete fare, mi ca ho avuto vita così facile dopotutto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
    Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
    I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
    Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
    E’ non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
    E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
    Quando un dì sto che veder non ti posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com’altri il ventre di votar si muore,
ch’è più ‘l conforto, po’ che pri’ è ‘l dolore.
    E non mi passa tra le mani un giorno
ch’i’ non la vegga o senta con la mente;
né scaldar ma’ si può fornace o forno
c’a’ mie sospir non fussi più rovente;
e quando avvien ch’i’ l’abbi un po’ dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre’ dir, s’ella m’aspetta,
ch’i’ dico men che quand’i’ non ho fretta.
    S’avvien che la mi rida pure un poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal foco
o di bombarda o d’altra artiglieria;
se mi domanda, subito m’affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s’arrende il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
    I’ sento in me non so che grand’amore,
che quasi arrivere’ ‘nsino alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa’ minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c’amore o forza el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto vola.
    I’ vo pensando al mie viver di prima,
inanzi ch’i’ t’amassi, com’egli era:
di me non fu ma’ chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni altra schiera?
    Or si fa ‘l nome, o per tristo o per buono,
e sassi pure almen che i’ ci sono.
    Tu m’entrasti per gli occhi, ond’io mi spargo,
come grappol d’agresto in un’ampolla,
che doppo ‘l collo cresce ov’è più largo;
così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo
come pelle ove gonfia la midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che tu mai n’esca ardir creder non aggio.
    Come quand’entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato l’animella,
come l’apre di fuor, la serra drento,
così l’immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all’alma venir sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla pugno al primo balzo,
percosso da’ tu’ occhi al ciel po’ m’alzo.
    Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
    I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
    Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

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Il Museo Tattile Statale Omero

Oggi voglio proporvi qualcosa di decisamente insolito che vale la pena conoscere: il Museo Tattile Statale Omero. Si tratta di un progetto interessante che consente a tutti gli avventori di scoprire attraverso il tatto opere prestigiose come la mia Pietà Vaticana, il David e molti altri capolavori. Non si paga il biglietto per entrare e si possono conoscere in maniera approfondita attraverso il tatto le riproduzioni di capolavori assoluti dell’arte.

Il tatto è la via percettiva esclusa in tutti i musei mentre qua è possibile approfondire anche questo tipo di conoscenza. Un museo ideato per i non vedenti, per dare modo a chi non può vedere di conoscere le opere che tutto il mondo ammira non solo attraverso i racconti e le descrizioni fatte dagli altri. Scoprire volumi, atteggiamenti e tensioni attraverso le mani è un’esperienza emozionante per tutti, bambini compresi.

La collezione del Museo Omero ha avuto inizio negli anni Novanta ma nel corso del tempo si è arricchita di ulteriori elementi. Attualmente conta oltre 300 opere di copie di sculture sia di arte antica che moderna ma ci sono anche sculture originali del Novecento da scoprire. Non mancano modelli architettonici in scala e reperti archeologici importanti originali.

Attualmente il museo si trova all’interno della preziosa cornice della Mole Vanvitelliana, ad Ancona. Sono in previsione altri importanti acquisti soprattutto di modelli architettonici.

Il percorso museale prevede copie dal vero sia in gesso che in resina realizzate nel periodo compreso fra la classicità greca e il Novecento. Il protagonista indiscusso del periodo rinascimentale non potevo che essere io mentre per il Barocco c’è quel genio del Bernini. Infine, parlando di eccellenze, per il periodo neoclassico è stato scelto il Canova.

Il percorso si conclude con opere contemporanee originali realizzate sia da artisti italiani che internazionali: da Pistoletto a Carron, da Blasi a Mannucci e molti altri ancora.

Le opere esposte sono accompagnate da descrizioni in Braille per renderle leggibili ai non vedenti.

Se avete l’opportunità di passare da Ancona, non perdete l’occasione di visitare l’interessante Museo Tattile Omero. Perchè è possibile l’accesso gratuito a un museo del genere? Perché come sempre dietro c’è uno sponsor  privato, alias Tod’s, che dal 2003 sostiene questo importante progetto non solo per i non vedenti, ma a beneficio di tutti.

Prima di salutarvi vi lascio in visone la copia della mia Pietà Vaticana presente all’interno del museo. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti.

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San Girolamo inginocchiato

Questo San Girolamo inginocchiato che tracciai con un inchiostro bruno seppia e uno grigio scuro si trova al Louvre di Parigi. San Girolamo sta lì dinnanzi alla sua grotta, inginocchiato e completamente nudo. Ha in realtà un mantello sostenuto dalla spalla destra ma gli scivola sul fianco per finire sotto le ginocchia.

Le gambe non vi ricordano forse quelle del Torso del Belvedere messe però in posizione rovesciata? Più di un esperto ha avanzato l’ipotesi che mi fossi realizzato un modello di cera o di gesso di questa celeberrima opera conservata attualmente nei Musei Vaticani per studiarne a distanza ravvicinata tutte le possibili varianti. Non sono poche infatti le mie opere che hanno in comune con il Torso del Belvedere l’atteggiamento. Si, in effetti quell’opera lì è uno dei capisaldi della storia dell’arte: risultò difficile farne a meno sia per me che per altri artisti a me contemporanei.

Questo foglio è parecchio consumato e danneggiato ai margini. Una brutta piegatura trasversale lo ha reso ancora più fragile tanto che nell’Ottocento si decise di controfondarlo. Il recto del foglio aggiunto reca una dicitura firmata L.C., presumibilmente scritta da Lionel Cust “Je crois que un dessin original de Michel-nge aura servi comme base de ceci. Le peu d’ecriture est biende la main de Michel-Ange époque florentine 1500-1510”. Le scritte presenti sul foglio originale sono due e riportano la medesima dicitura: ieronimo sacto.

Il San Girolamo inginocchiato fu attribuito a me in via definitiva da quel grande uomo di Charles de Tolnay. A quanto pare lo avrei realizzato poco prima del marzo 1505, ovvero prima della mia dipartita alla volta di Roma. Nelle mie opere di quel periodo c’era parecchia monumentalità e anche la grafia notata nelle due scritte presenti può essere ricondotta proprio a quel periodo là.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi tormenti e i suoi disegni scampati ai roghi.

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Il mio buongiorno per voi

Amor non già, ma gli occhi mei son quegli
che ne’ tuo soli e begli
e vita e morte intera trovato hanno.
    Tante meno m’offende e preme ‘l danno,
più mi distrugge e cuoce;
dall’altra ancor mi nuoce
tante amor più quante più grazia truovo.
    Mentre ch’io penso e pruovo
il male, el ben mi cresce in un momento.
    O nuovo e stran tormento!
    Però non mi sgomento:
s’aver miseria e stento
è dolce qua dove non è ma’ bene,
vo cercando ‘l dolor con maggior pene.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi vuole iniziare la giornata con qualche suo verso

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Sagrestia Nuova: il coronamento della lanterna

Nella cripta delle Cappelle Medicee, da qualche anno a questa parte, potete guardare a distanza ravvicinata il coronamento della lanterna che prima si trovava proprio sopra la cupola della Sagrestia Nuova della chiesa di famiglia dei Medici: la basilica di San Lorenzo.

Fu Papa Leone X Medici, nel 1520, ad affidarmi il progetto della Sagrestia Nuova che mi impegnò per parecchio tempo. Dopo il restauro architettonico della cupola diretto da Ludovica Nicolai, venne deciso di ricoverare il poliedro per evitare che si potesse rovinare ulteriormente sostituendo l’originale con una copia realizzata da Andrea Fedeli.

Il coronamento non è certo una delle opere mie più ammirate e conosciute ma sicuramente è degna di nota. Se avete avuto occasione di vederla da vicino vi sarete certo resi conto che è una creazione fuori dall’ordinario.

Una palla a 72 facce” la denominò il Vasari. Si tratta di una figura assai complessa ma regolare arricchita alla base con le teste dei leoni e una corona d’alloro. Io la progettai ma a realizzarla materialmente fu il Piloto. Un personaggio assai strano, a tratti scomodo e affatto compreso.

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Fino al momento i coronamenti delle cupole venivano realizzati con delle sfere perfette a simboleggiare le rotondità del mondo sormontata da una croce. Quello che ideai io invece aveva e continua ad avere un aspetto assai insolito. E’ formato da differenti elementi e quello più particolare è sicuramente il globo sfaccettato. In realtà sono due semi sfere sfaccettate con triangoli accoppiate che sorreggono una croce assai pesante che poggia su un nodo finemente decorato. Al di sotto del nodo c’è una lamina avente la forma di un tronco di cono decorato con otto fasce che terminano dietro altrettante teste di leone. La sfera non ha 72 facce come scrisse erroneamente il Vasari ma 60…chissà che s’era bevuto per aver fatto un conto del genere: secondo me ha tirato a indovinare senza contare!

Sebbene questo grandioso complesso della Sagrestia Nuova mi sia stato affidato da Papa Leone X, lo realizzai sotto un altro pontefice della famiglia Medici, salito sul trono di Pietro poco dopo: Clemente VII. In una lettera che scrissi a questo papa nel gennaio del 1525 gli palesai chiaramente lo stato di avanzamento dei lavori:

la lanterna qua della chapella di decto San Lorenzo, Stefano l’à finita di mecter su e schopertola, e piace universalmente a ognuno, e chosì farà a Vostra Santità. Facciàn fare la palla, che viene alta circha un braccio: e io ò pensato, per variarla dall’altre, di farla a faccie, che credo che arà gratia; e chosì si fa”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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I capitelli

Nei miei disegni sparpagliati per il mondo alcuni riguardano gli studi dei capitelli e dei profili delle basi delle colonne. Questo che vi propongo si trova al British Museum di Londra e forse non è così noto.

In alto a sinistra tracciai con una penna a inchiostro bruno un classico capitello corinzio mentre subito sotto ne ideai uno grottesco, caratterizzato dalla presenza di due foglie d’acanto che si uniscono alla base, immediatamente dietro a una conchiglia sormontata da un intreccio di due delfini attorno a un asse verticale. Il terzo capitello è composito e quello adiacente è una riproduzione di un capitello ionico che ai tempi miei si trovava in Santa Croce a Gerusalemme.

Per guardare la parte disegnata  sulla destra in teoria dovreste rovesciare sotto sopra il foglio per notare la presenza di una sezione di cornice, tre sezioni di basi di colonne e una sezione di uno zoccolo. Come sapete la carta era preziosissima, costosa e nemmeno così facile da reperire. Era indispensabile farne un utilizzo oculato cercando di sfruttare al meglio ogni spazio disponibile. Non è raro infatti che in uno stesso foglio disegnassi soggetti molto diversi e a distanza di anni gli uni dagli altri. Per questo la datazione dei miei disegni è sempre cosa assai complicata che ha fatto diventar matti diversi esperti di me e dei miei lavori.

Questi studi erano raffigurazioni di capitelli e basi di colonne esistenti tranne uno ovvero quello al centro a sinistra.

Questi studi con molta probabilità mi servirono per creare i capitelli in pietra serena della Sagrestia Nuova. Ovviamente il risultato finale differisce molto da questi studi preliminari mentre la base proposta è quella che poi adoperai per realizzare alcuni elementi architettonici delle Tombe dei Magnifici.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi disegni

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Le critiche avanzate da chi poco avrebbe da criticare

“Non mi par molta lode che gli occhi de’ fanciulli e delle matrone e donzelle veggano apertamente in quelle figure la disonestà che dimostrano, e solo i dotti intendano la profon­dità delle allegorie che nascondono…” scrisse Ludovico Dolce nel 1557 nel suo Dialogo della Pittura. C’è chi non perdeva occasione per lodare il mio Giudizio Universale a distanza di qualche anno dalla sua inaugurazione e chi invece gridava allo scandalo chiedendo al papa di farlo distruggere o perlomeno di ricoprire le parti che potevano suscitare turbamenti.

Pensate un po’, ancora prima che terminassi il lavoro iniziarono a circolare critiche feroci. Mi accusavano di aver affrescato oscenità, di non aver adoperato un minimo di decoro e addirittura di tradimento della verità evangelica. Sospetto che chi mi accusasse di tradimento delle verità evangeliche poco conoscesse le Sacre Scritture nonostante l’appartenenza alle alte sfere del Clero.

Critiche feroci così come ammirazioni sublimi ce le avevo sia all’interno della corte papale che al di fuori di essa. I cosiddetti reverendissimi Chietini ce li avevo tutti contro e in questo gruppo di personaggi strampalati c’erano anche Andrea Gilio, quell’opportunista di Pietro Aretino, il sodomita violento e assassino di Biagio da Cesena e quel poco di buono di Ambrogio Catarino.

“Per meglio fare le persone ridere, l’ha fatta chinare dinanzi a San Biagio con atto poco onesto, il quale, standole sopra coi pettini, par che gli minacci che stia fissa, et ella si rivolta a lui in guisa che dice -che farai?- o simil cosa” scrisse Gilio al pontefice facendo riferimento al San Biagio chinato sopra Santa Caterina. Ora dico io, come si fa a pensare una cosa del genere? Bisogna essere dei pervertiti… e in effetti spesso chi mi muoveva le critiche più aspre aveva ben poco da parlare e non conduceva certo una vita rispettabile.

L’accusa di eresia nei miei confronti era già da un po’ che circolava ma dopo aver svelato al mondo il Giudizio mi sentivo sempre di più il fiato sul collo…ma ero tosto, mica avrei mollato così. Avevo ancora parecchie cose da dire e lo avrei continuato a fare poi soprattutto con gli affreschi della Cappella Paolina.

Gli anni passarono e, solo dopo la mia morte, fu ordinato a Daniele da Volterra di coprire le impudicizie con panneggi e perizomi assai improbabili come quello che ancora oggi sfoggia San Giovanni Battista. La censura più severa e irreversibile toccò proprio al gruppo di Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio: venne infatti scalpellato via Biagio e ridipinto a buon fresco. Dopo l’intervento di Daniele seguirono quelli di Girolamo da Fano prima e Domenico Carnevale dopo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti per il momento vi saluta. E’ quasi giunta l’ora di desinare ma c’ha sempre da iniziare a preparare da mangiare…oggi ospiti: il Foscolo ha deciso di mettere il naso fuori dal suo sepolcro imbiancato.

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