Mi volevano far fuori

Mi volevano far fuori e non in senso figurato: volevano proprio ammazzarmi. Era il 1527 e a Firenze imperversava la peste. Puzzava di morte l’intera città e le campagne attigue e tutte le famiglie, nessuna esclusa, vennero decimate. La peste si portò via anche il mi fratello Bonarroto che lasciò orfani i due figli Francesca e Ludovico.

La Firenze repubblicana proprio in quel momento drammatico era minacciata dai Medici che a tutti i costi volevano tornare a tiranneggiare. Io ero tutto preso dalla realizzazione delle fortificazioni della città e, dopo essere entrato a far parte dei Nove della Milizia, venni nominato generale governatore e procuratore per la difesa di Firenze che ramai era sempre più sotto scacco.

L’aria che tirava era davvero pesante e si vociferava che Malatesta Bagioni, il capitano delle milizie fiorentine, stesse patteggiando sottobanco per consegnare le chiavi della città al papa. Io ordinavo continui provvedimenti per rendere la città più sicura ma pareva che nessuno volesse ascoltarmi. Per reperire il danaro utile alla realizzazione delle mura e per tutti gli altri sistemi di difesa di Firenze, i più abbienti venivano spremuti come limoni. Ovviamente fra questi strizzati c’ero anch’io che nell’arco della mia vita lavorativa di danari ne avevo accumulati parecchi.

Alla fine non ressi e me ne andai dalla mi amata Firenze fuggendo come un ladro. Era il 21 settembre del 1529 quando sgattaiolai via passando dalla Porta a Prato assieme al mio assistente Antonio Mini e all’amico Rinaldo Corsini. Avevo con me tutti i risparmi di una vita o quasi. Ce ne andammo a Venezia e da lì avremmo dovuto procedere alla volta della Francia.

Non molto più tardi m’arrivò a Venezia un’accorata lettera scritta da Battista del Palla che mi chiedeva di far ritorno in terra natìa. Non potetti opporre resistenza ma anche se i miei amici s’erano adoperati per far revocare il bando di ribelle indetto dalla Signoria nei miei confronti, non erano pochi quelli che mi volevano veder morto.

Oltre ai fanatici parteggiatori per il ritorno dei Medici che mi consideravano un traditore, mi diede una caccia spietata il commissario papale Baccio Valori mediante un Corsini che avrebbe dovuto essere l’esecutore del delitto.

Grazie al cielo riuscii a nascondermi perbenino nella Basilica di San Lorenzo con la complicità del priore e nemmeno dopo ripetute perquisizioni riuscirono a trovarmi.

Le acque col tempo si placarono e quasi costretto dovetti tornare a scolpire per i Medici.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che è stato pure perseguitato.

14893617712_60b40b577f_bDettaglio del pettorale di Giuliano de’ Medici

 

Advertisements

Scalpellini poco abili sull’Altissimo

Quanto ci tribolai per cavar i marmi nelle cave di Seravezza. Buttai via tempo, sprecai fatica e mi venne un fegato grosso come un pallone. Gli scalpellini lasciavano molto a desiderare e non erano abituati per nulla a lavorare con gli artisti. Che tempi duri quelli, se ci ripenso mi sento di nuovo come in quei giorni la. Vi propongo una lettera che scrissi al Buoninsegni proprio in quel periodo burrascoso, dispendioso e poco produttivo.

Firenze 30 Novembre 1518

 

Messere Domenicho,

io m’achorgo per la vostra che Bernardo Nicholini v’à scricto che io mi sdegniai um pocho secho per un vostro chapitolo, che diceva chome el signore di Charrara mi charichava assai e chome el Chardinale si doleva di me.

E questo è, che io mi sdegniai, perché in boctega d’un merc[i]aio me lo lesse im publicho, a uxo di processo, acciò che e’ si sapessi, per quello, che io andavo a mmorire. E perché io gli dissi ‘Perché non schriv’egli a mme?’, io vego che voi schrivete a mme.

Però scrivete pure a llui o a mme, chome vi vien bene, e dopo la iustitia, quando sarà, vi prego non manifestiate il perché, per onore della patria.Io intendo, per l’ultima vostra, chome io farei bene a ‘llogare e’ marmi di San Lorenzo.

Io gli ò allogati già tre volte, e ctuct’a tre sono restato gabato; e questo è, perché gli scharpellini di qua non si intendono de’ marmi, e visto che e’ non riescie loro, si vanno chon Dio.

E chosì ci ò buctato via parechi centinaia di duchati; e per questo m’è bisogniato starvi qualche volta a mme, a mmectergli in opera e a mostrar loro e’ versi de’ marmi e quelle cose che fanno danno, e quali sono e’ chactivi, e ‘l modo anchora del chavare, perché io in simil cose vi son docto. Anchora fu necessario che ultimamente io vi stessi…

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

504675019Il monte Altissimo della catena delle Alpi Apuane, sviscerato dai più moderni macchinari. Fui obbligato ad andar proprio lì per cavare i marmi per la facciata del San Lorenzo ma i risultati furono a dir poco drammatici.

L’irresistibile fascino della Sibilla Delfica

La Sibilla Delfica è una delle figure più suggestive e affascinanti che affrescai. Basta entrare nella Cappella Sistina e guardare in alto: la sua presenza scenica non può passare certo inosservata. Lo sguardo, la postura e quella sua veste verde avvolta in parte dal mantello celeste e arancione: impossibile non rimanere incantati da questa figura enigmatica.

Chi era la Sibilla Delfica? Un tempo, nella Grecia continentale, si narrava la presenza di una profetessa che stava presso il santuario di Delfi: la Pizia. Lei, posseduta dal dio Apollo, prevedeva il futuro. Raccontano della Delfica e delle sue affascinanti premonizioni diversi autori, sia latini che greci.

La Sibilla Delfica fu una delle figure che dipinsi nel primo blocco che terminai nel 1510. Dietro di lei ci sono i due assistenti: uno sorregge un libro e l’altro lo legge. Lei invece svolge il rotolo tenuto sulla sinistra e, mentre volge il corpo in quella direzione con il braccio sinistro sollevato. mantiene uno sguardo sorpreso per metà in luce e per metà in ombra. Che la sua meraviglia sia dovuta alla venuta di Cristo anche da lei predetta?

Se aguzzate la vista su una foto scattata a distanza ravvicinata potrete notare una croce incisa nell’intonaco fra i due occhi: mi servì per allinearli bene e per dipingerli in maniera simmetrica.

 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

XBF84FK83132-U1040197607579N4E-U1040200877973L5F-388x581@LaStampa-NAZIONALE-kNAC-U1040200877973L5F-640x320@LaStampa.it

Rivoluzioni scolpite

Ogni artista, a suo modo , ha apportato qualcosa in più al mondo dell’arte. C’è che ha prodotto opere pregevoli, chi ha rinnovato tecniche oramai soprassate per i suoi tempi e chi ha letteralmente rivoluzionato la maniera di realizzare sculture, pitture e architetture. Non per vantarmi ma, a distanza di secoli dalla mia morte, posso permettermi di dire che ho incarnato alla perfezione tutto ciò durante la mia attività lavorativa.

Ho letteralmente rivoluzionato il modo di scolpire anche se, ancora oggi, quasi nessuno osa azzardare tanto per estrarre dal marmo le opere pensate prima nella mente e poi sentite attraverso il cuore. La mia personalissima tecnica scultorea si vede bene nei quatto Prigioni attualmente conservati presso la Galleria dell’Accademia a Firenze ma anche in altre opere che lasciai incompiute come il San Matteo o l’estrema Pietà Rondanini.

Iniziavo a estrarre la figura pensata dal blocco e la vedevo poco a poco emergere come se affiorasse dall’acqua sempre di più. Tanta audacia se la può permettere solo che ha bene in mente gli spazi occupati dalla figura finita, da chi ha una conoscenza perfetta dei volumi da modellare a disposizione. Basta un colpo male assestato per rovinare tutto e dover ricominciare da capo. Chi s’azzarderebbe a scolpire in questo modo rischiando di non avere più materia disponibile poi per modellare la schiena di uno schiavo, le chiappe o un polpaccio? Il rischio che si corre è altissimo ma il risultato finale ripaga sempre, non v’è dubbio alcuno.

Guardate i miei schiavi del Louvre: le superfici appena sbozzate ancora recanti i segni lasciati dallo scalpello e dalla subbia sono in perfetto contrasto con le parti tirate a lucido. Il contrasto è forte fra la pietra grezza e l’opera che emerge divincolandosi. Sapete cosa vi dico? E’ una fortuna che quelle opere non le abbia finite come prevedeva il primo progetto della tomba commissionata da quel megalomane di Giulio II! Così i posteri hanno potuto osservare con i propri occhi in qual modo procedessi nello scolpire, nel creare le figure di marmo che tanto son divenute celebri nel mondo intero.

Il Vasari usò queste parole per descrivere la mia rivoluzionaria tecnica scultorea: “far emergere la figura dalla pietra come se la si vedesse affiorare da uno specchio d’acqua”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti: rivoluzionario sempre, domo mai

12301461_743772569090733_2092059129024043568_n

Il Venerdì Santo nell’arte

Oggi è Venerdì Santo, il giorno nel quale si ricorda la Passione di Cristo. La condanna, il Calvario, la Crocifissione e la Deposizione sono state raffigurate e scolpite da decine e decine di artisti nel corso dei secoli. Da Giotto a Caravaggio, da Raffaello a Ciseri, da De la Croix a Dalì: in epoche diverse ciascuno ha voluto dare il proprio contributo, spesso su commissione, a questo giorno tanto importante per la cristianità.

Anch’io c’ho messo del mio con le tre pietà scolpite, qualche crocifissione disegnata e molto altro ancora. Se oggi vi parlassi di tutte le opere attinenti alla Passione che sono state realizzate nel corso dei secoli 24 ore non mi basterebbero. Ve ne cito alcune fra le più note tralasciandone molte altre comunque celeberrime.

Fra le Pietà più note sicuramente c’è la mia che realizzai da ragazzo: la Pietà Vaticana. Chi non conosce quel viso della Madonna addolorato ma non straziato? Quel corpo del Cristo poi che sembra aver appena perso il soffio vitale, abbandonato sulle ginocchia della Madre.

036_037-b

La Deposizione che invece vi propongo a seguire è quella dipinta dal Pontormo ubicata nella Chiesa di Santa Felicita a Firenze. Fu Ludovico Capponi nel 1525 a commissionare al Pontormo la decorazione della cappella di famiglia appena acquistata. L’artista ideò questa pala d’altare, molto studiata e osservata nei secoli a venire. La decorazione dell’intera cappella Capponi venne protetta con pannelli di legno fino alla completa esecuzione. Quando nel 1528 si conclusero i lavori, Firenze rimase affascinata dal lavoro del Pontormo.

 

Jacopo_Pontormo_-_Deposition_-_WGA18113

Fra le più note deposizioni c’è sicuramente quella dipinta da Raffaello, conosciuta come Pala Baglioni o Deposizione Borghese. Si tratta di  un dipinto a olio su tavola conservato presso la Galleria Borghese a Roma realizzato nel 1507. In basso a sinistra, proprio sopra il gradino roccioso, l’artista volle firmare la sua opera con il suo nome e la data del termine dei lavori: RAPHAEL URBINAS MDVII.

Quest’opera venne commissionata da Atalanta Baglioni per ricordare il figlio ucciso e venne eseguita dopo una lunga elaborazione da parte dell’artista. Sono innumerevoli i disegni che realizzò prima della sua esecuzione che tutt’oggi si conservano sia in gallerie italiane che estere. In origine questa Deposizione si trovava nella cappella della famiglia committente all’interno della Chiesa di San Francesco da Prato. Il successo di questo lavoro fu tale che l’anno seguente Raffaello fu chiamato a Roma da quel gran mecenate e guerrafondaio di Papa Giulio II.

800px-Raffaello,_pala_baglioni,_deposizione.jpg

Questa che vedete sopra è la Crocifissione dipinta a olio su tela dal Tintoretto nel 1565 ed è visibile presso la Scuola Grande di San Rocco a venezia.

cr-cro-tintoretto-x

La mia carrellata di opere dedicate al giorno del Venerdì Santo prosegue con la superba Deposizione di Caravaggio conservata presso la Pinacoteca dei Musei Vaticani. Quest’oper venne commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella dedicata proprio alla Pietà ubicata in Santa Maria in Valicella a Roma. La Deposizione rimase nella sua collocazione originaria fino al 1797 quando dopo il Trattato di Tolentino, venne tolta dalla Chiesa e trasferita a Parigi da Valadier. Successivamente entrò a far parte del Musée Napoleon ma poi venne restituita nel 1816 e collocata dove tutt’ora si trova.

Caravaggio_-_La_Deposizione_di_Cristo

Le opere che raccontano gli episodi del Venerdì Santo sono innumerevoli e come già vi ho accennato, menzionarle tutte sarebbe un lavoro certosino che richiederebbe ore e ore di lavoro. La mia carrellata termina qua ma solo dopo avervi mostrato un’opera che mi sta molto a cuore: Ecce Homo di Ciseri. Fu commissionata all’artista dal Governo Italiano nel 1870. Prima di metter mano alla tela, Ciseri realizzò innumerevoli disegni preparatori e studiò a fondo lo schema compositivo.

Ecce_homo_by_Antonio_Ciseri_(1)

Lavorò costantemente all’opera fino alla morte sperando di ottenere l’approvazione da parte di tutti. Così effettivamente fu e dopo l’esposizione postuma pubblica l’opera riscosse molto successo. L’inquadratura scelta per il soggetto è paragonabile a fotografia moderna. In primo piano si vede Pilato di spalle che propone alla folla lo scambio tra Barabba e Gesù. I dettagli più minuti come i bassorilievi sulla colonna in secondo piano, vennero dipinti con la massima attenzione. Ecce Homo è conservato a Firenze nella Galleria di Arte Moderna presso Palazzo Pitti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta e se ne va ad ammirare lo splendido sepolcro che è stato allestito nella Cappella dei Principi del San Lorenzo, qui a Firenze.

 

 

Un Pietro da Cortona da salvare a Seravezza

Pietro da Cortona ha lasciato ai posteri un gran numero di opere. Fra le più belle vale la pena menzionare il Trionfo della Divina Provvidenza a Palazzo Barberini (Roma) e le sue volte affrescate nella Galleria Palatina a Firenze come quella della Sala di Giove e quella della Sala di Venere. Altri suoi dipinti importanti si trovano un po’ in tutto il mondo: dal Prado di Madrid al National Gallery di Londra, dal Kimbell Art Museum di Forth Worth al Louvre di Parigi passando per l’Ermitage di San Pietroburgo. Le sue opere in Italia non si contano e sono dislocate nei più prestigiosi musei: Galleria Borghese, Palazzo Barberini, Palazzo dei Conservatori ma anche presso i Palazzi Vaticani e precisamente negli appartamenti del Borgia.

Insomma, Pietro da Cortona non è proprio l’ultimo arrivato e sapeva il fatto suo. Ora ditemi, com’è possibile che una sua opera possa venire dimenticata e lasciata in uno stato di totale abbandono. Io il perché non l’ho ancora capito e ancora me lo domando giorno e notte.

Pare incredibile eh? Eppure le sue Tre Marie al Sepolcro si stanno consumando a vista d’occhio all’interno della Chiesa consacrata alla Santissima Annunziata di Seravezza (LU).

Ogni volta che piove ci son pozzanghere d’acqua sul pavimento e le travature in legno se le stanno divorando i tarli neanche tanto lentamente. La prima volta che vidi le Tre Marie di Pietro da Cortona lì dentro mi sentii male. Oramai i colori sono talmente scuri da rendere l’opera a tratti quasi illeggibile. Il tasso di umidità è elevatissimo e la cura che viene messa nella conservazione di quell’opera lì è nulla.

Seppur su qualche opuscolo stampato a scopo turistico della zona l’opera viene nominata, chi vuol vederla con i propri occhi si troverà dinnanzi a una porta chiusa. Eh sì, perché la Chiesa in questione è permanentemente chiusa e viene aperta solo in rare occasioni. Certo si può richiedere la chiave alla Misericordia attigua o al custode ma chi arriva da chissà dove mica le sa queste cose qui e se ne torna a casa con la coda fra le gambe senza aver potuto vedere il quadro.

Mi pare che nemmeno sia necessario sottolineare che un’opera del genere di un grande autore non si più trattare in questo modo. E poi per quanto? Chiusa in quel posto lì la sua fine è prossima. Dopo aver tenuto duro per secoli è destinata a far unna brutta fine in mezzo a umido e tarli voraci.

A mio avviso le soluzioni possibili sono solamente due: o la musealizzazione all’interno di un luogo più consono per un’opera simile oppure il recupero di tutta la Chiesa. In entrambi i casi le Tre Marie hanno bisogno di un bel restauro perché come sono adesso rischiano di perdersi per sempre senza lasciare traccia di sé.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in cerca di un miracolo che salvi dal degrado le Tre Marie al Sepolcro di Pietro da Cortona.

Pietro_da_cortona.jpg

Il primato in scultura e in pittura

“Ha volsuto a tutto il mondo mostrare che tutti li altri pittori gli sono inferiori, et tutti quegli che vogliono di tale arte essere chiamati maestri, a pari di quella di Michelagniolo conosciesi essere tutte le altre cose impiastrate” Ecco quello che scrisse di me Antonio Billi prima del 1530 dopo aver ammirato la volta della Cappella Sistina con le storie della Genesi. Anche Albertini nella sua guida alla città di Roma ebbe per la mia opera da poco inaugurata parole lusinghiere.

Anche gli artisti si son dati da fare e si son messo subito a scopiazzare pose, colori e tutto quello che poteva essergli utile. Un nome su tutti? Raffaello, sempre lui. Ha copiato parecchio in tutta la sua produzione non solo da me ma anche da altri noti pittori. Non si poteva trattenere. vedeva una cosa bella e invece di citarla con eleganza nelle sue produzioni la copiava spudoratamente. Gli affreschi della Chiesa di Sant’Agostino a Roma vi parranno noti dopo aver guardato la mia volta: ve lo assicuro.

Se quasi dieci anni prima avevo conquistato il primato nella scultura con il David, gli affreschi della volta erano un ribadire la mia supremazia anche nel campo della pittura.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

2527OP786AU16315

 

La carne terra

La carne terra, e qui l’ossa mie, prive
de’ lor begli occhi e del leggiadro aspetto,
fan fede a quel ch’i’ fu’ grazia e diletto
in che carcer quaggiù l’anima vive.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che per oggi si chiude nel suo guscio

50891922

Occasione imperdibile: ebook e libro in offerta da oggi fino a Pasqua

Se volete fare un bel regalo a qualcuno oppure volete concedervi una pausa all’insegna della lettura vi consiglio di approfittare di questa vantaggiosa offerta. Di cosa sto parlando? Ebbene, sul sito ilmiolibro.it potete acquistare l’Ebook Michelangelo Buonarroti è tornato a un prezzo decisamente ridotto fino al giorno di Pasqua, ovvero fino a Domenica 27 Marzo 2016.

In concomitanza con l’inizio di primavera ho voluto proporvi questa imperdibile occasione per dimostrarvi che poi non son tanto tirchio come si vocifera in giro da secoli.

Disponibile presso lo stesso venditore c’è anche la versione cartacea proposta sempre a un prezzo ridotto se paragonato a quello ufficiale di copertina.

Leggete le lusinghiere recensioni del libro che hanno scritto quelli che hanno letto i primi capitoli disponibili gratis online e concedetevi un regalo per festeggiare questa Pasqua all’insegna dell’arte e della lettura.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che adesso esce da Santa Croce per prendere un po’ di sole camminando per qualche vicolo della sua Firenze.

53540020

FPR109652. Part of the artwork of Michelangelo that adorns the ceiling of the Sistine Chapel at the Vatican, Italy. MANDATORY CREDIT ©FOTOPRESS

La teoria del quinto incisivo

Sulle mie opere le ricerche non si son mai fermate. Da secoli continuano ad essere oggetto dell’attenzione di esperti alla ricerca di nuovi dettagli, segreti e cose celate. C’è sempre chi ne studia di nuove e vuol vedere cose che mai immaginai e chi, con ardore, si impegna attraverso approfonditi studi a trovare nuove chiavi di lettura di particolari inusuali.

La sapete la storia del dente di troppo? Oramai sono diversi anni che se ne discute e sicuramente qualcosa vi dev’essere arrivato alle orecchie.

Ebbene, un certo Marco Bussagli, un esperto di anatomia e noto storico dell’arte, ha osservato che in diverse figure che dipinsi, disegnai e scolpii c’è in realtà un incisivo in più. Pare una sorta di patologia dentaria che coinvolge diversi personaggi: dalla Sibilla Delfica a Giona, dal tale che alza la croce di San Paolo fino alle figure dei demoni che affrescai nella parte bassa del Giudizio Universale.

XBF84FK83132-U1040197607579N4E-U1040200877973L5F-388x581@LaStampa-NAZIONALE-kNAC-U1040200877973L5F-640x320@LaStampa.it

Perché avrei inserito questo dente in più nell’arcata superiore? Per una semplice questione estetica o per motivi ben diversi? Busagli è convinto che l’estetica non c’abbia nulla a che fare con questa questione. Avrei inserito un dente in più per sottolineare la predestinazione al male di chi li sfoggia.

Certo è che nelle mie opere niente è casuale. E come si spiega che anche Giona e la Sibilla Delfica abbiano un incisivo in più? Mica erano figure malvagie! A quanto pare a tutto c’è una spiegazione: sono venuti prima di Cristo e quindi non erano nati nella sua grazia. Questo modo di pensare mi par però una forzatura nemmeno troppo velata. Il dente in più ce l’ha anche il Cristo della Pietà Vaticana. Un dettaglio molto difficile da notare se non guardando l’opera dall’alto. Anche Lui era malvagio? Eh, Cristo avrebbe quel dente perché, come predisse Isaia, su di Lui Dio farà ricadere tutta l’iniquità del mondo.

«La chiave di lettura offerta dal quinto incisivo ci aiuta a comprendere ancor meglio il significato profondo della volta della Sistina. Tutto ciò eleva la figura del Buonarroti al livello dei grandi teologi non solo del suo tempo» sostiene Busagli. Ma proprio sicuri che il significato del quinto dente sia quello di identificare le figure destinate al male? In questa teoria qualche stortura mi pare ci sia. Comunque come sempre in casi del genere non mi esprimo perché mi garba proprio vedervi arroventare il cervello per scoprire cose nuove che riguardano le mie opere. E se fosse solo una semplice questione estetica? Conoscete voi altre bocche aperte realizzate da me che abbiano  un numero regolare di denti? Io no, non ne ricordo alcuna. Osservate il Bacco a distanza ravvicinata con le labbra semi dischiuse: anche lui ha i denti e gli incisivi sono rigorosamente cinque.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

IMG20141203094413298_900_700

Dettaglio del quinto incisivo del Cristo della Pietà Vaticana