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Colgo l’occasione per ringraziare uno a uno quelli che hanno visitato e visiteranno il mio privatissimo blog.

Michelangelo Buonarroti

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Piazzale Michelangelo e la sua storia

Oggi fa assai caldo e ho pure litigato con Canova. E’ presuntuoso e vuole sempre avere l’ultima parola quando si parla di scultura. E’ mai possibile? Già mi tocca sopportarlo da un par di secoli a questa parte ma da lì a ascoltare le sue disquisizioni ce ne passa!

Canova a parte vi volevo raccontare un po’ la storia di Piazzale Michelangelo a Firenze e delle copie che la sovrastano.

Ebbene, era il 25 giugno del 1873 quando venne inaugurato il David che tutt’ora troneggia al centro del Piazzale. In origine quell’opera lì avrebbe dovuto essere sistemata al posto del David originale, per riempire il buco visivo lasciato dopo il suo trasferimento definitivo dentro la tribuna dell’Accademia.

Fatto sta che ai fiorentini non gli garbava. Rimase in pazza della Signoria per un po’ ma alla fine si decise di toglierla. Il colore del bronzo era un cazzotto in un occhio per tutti coloro che erano avvezzi a guardare i riverberi del marmo.

Servirono nove paia di buoi per trasportare il David di bronzo lungo il viale dei Colli fino a Piazzale Michelangelo.

Fu posizionato al centro della piazza, assieme alle copie in bronzo delle quattro ore del giorno.

Giuseppe Poggi fu l’architetto che si dedicò alla riqualificazione di questa zona quando Firenze divenne capitale d’Italia. Dal piazzale si ammira Firenze per intero.

Cercate l’epigrafe scritta bene in mostra là sopra: “Giuseppe Poggi, architetto fiorentino volgetevi attorno ecco il suo monumento MCMXI”

Il vostro Michelangelo Buonarroti, eternamente appassionato e appassionante

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Tocchi di colore che fecero scuola al mondo

Nessuno aveva mai immaginato quale fosse realmente la mia particolare maniera di dipingere prima che venisse effettuato i colossale restauro degli affreschi della Sistina.

Gli addetti ai lavori si resero conto ben presto che condussi la pittura della volta in maniera del tutto inedita e decisamente originale. Se fino al momento gli esperti avevano definito come liquida la mia pittura, dovettero ricredersi appena iniziarono a osservare a distanza ravvicinata gli affreschi.

Dipingevo le figure stendendo  prima una velatura povera di pigmento direttamente sull’intonaco fresco e poi creavo i volumi con pennellate corte e fitte. I passaggi dal chiaro allo scuro i eseguivo aumentando l’intensità degli incroci utilizzando il colore in funzione dell’ombra.

Sulle prime stesure dei volti tracciavo con un pennello a punta fine una rete di ombre senza mai mescolare i colori ma tratteggiandoli sempre.

I restauratori, osservando a poca distanza glia ffreschi, dovettero ben presto rendersi conto che le figure sembravano fossero dipinte a matita più che a tempera.

Operando in questo modo la superficie dell’affresco rimane brillante, pulita e piena di luce.

Per quanto riguarda i panneggi preferivo dargli vita con pennellate larghe  e compatte senza però mai mescolare i colori. Ricercavo cangiantismi a effetto. Osservate bene la volta e troverete spesso i gialli aranciati abbinati ai verdi acidi per le ombre. Altri pittori per creare la zona in ombra non avrebbero fatto altro che scurire semplicemente il gialloma l’effetto finale sarebbe stato tutt’altro.

E’ vero che mi on sempre autodefinito scultore e che la pittura era assai lontana da me ma alla fine sono riuscito a stravolgere anche la maniera di colorire le figure. Son tanto quelli che han seguito poi il mio esempio e alla fine dei conti ho fatto scuola al mondo anche in questo campo artistico.

Son soddisfazioni.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Il mio Cristo Risorto censurato e deturpato

Povero Cristo di Santa Maria Sopra Minerva! Mi fa male vederlo così, con quel panneggio metallico che lo deturpa e sembra spezzarlo in due!

E pensare che quando lo ideai su commissione di Metello Vari avevo studiato appositamente una doppia torsione sulla Croce per metterne in risalto le anatomie perfette. Niente da fare. Qualche benpensante, o presunto tale, volle sciuparmelo così.

Ebbe una vita travagliata quel Cristo lì e il povero Metello Vari dovette aspettare dieci anni prima di vedere l’opera terminata. La versione originale la abbandonai perché presentava una brutta venatura nera proprio sul volto. In un primo momento cercai di toglierli importanza incorporandola nelle normali solcature espressive ma alla fine non ero comunque soddisfatto e iniziai da capo il lavoro.

Scolpii questo Cristo a Firenze e, quando oramai fu quasi ultimato, lo inviai via mare al porto di Civitavecchia. Il bastimento dovette permanere un mesetto al largo perché all’imboccatura del porto s’era creata una bara di sabbia che impediva alle  imbarcazioni di entrare o di uscire.

Finalmente il cristo arrivò a Roma e prima di essere collocato definitivamente nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva doveva essere ultimato. Mi trovavo assai incasinato fra Carrara e Firenze. Non potevo certo recarmi a Roma per concludere il lavoro così pensai di affidare il compito a Pietro Urbano. Non l’avessi mai fatto: me lo rovinò come mai mi sarei immaginato potesse fare.

Lo perdonai di quello scempio ma la scultura rimase deturpata. Chiesi a Federico Frizzi di rimediare alla meno peggio ma oramai si poteva cambiare ben poco.

A riferirmi dello scempio fatto da Pietro Urbano fu Sebastiano del Piombo che come sempre mi aggiornava continuamente su quello che succedeva a Roma durante le mie assenze.

“Ma io vi fo intender che tutto quello ha lavorato ha storpiato ogni cosa, maxime ha scortato el piede drito, che si vede manifestamente ne le ditta che lui l’à mozze; ancora ha scòrte le ditte de le mane, maxime quela che tiene la Croce, che è la drita, che ‘l Frizzi dice che par che li habi lavorato colloro che fano le zanbele: non par lavorate de marmo, par li habi lavorato colloro che lavorino de pasta, tanto sono stentate (…) et credo certamente li capiterà male, perch io ho inteso che lui iocha et de putane le vol tutte, et fa la ninpha con le scarpe de veluto per Roma ed diè dar de molti baiochi.”

Il vostro Michelangelo Buonarroti che pensa sempre al suo povero Cristo rovinato

foto di Nico Vigenti

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La mia ineguagliata e ineguagliabile maniera di lavorare il marmo

Se volete avvicinarvi alla mia scultura ma soprattutto al mio modo inusuale di approcciarmi alla materia prima osservate con attenzione lo Schiavo Atlante da ogni angolazione. Proprio quell’opera incompiuta può rivelarvi meglio delle altre quale sia stata la mia tecnica esecutiva, originale e diversa da tutte quelle adottate dagli altri artisti passati, presenti e futuri.

Il braccio sinistro e il corpo sono quasi portati a termine mentre il capo, l’altro braccio e la schiena ancora devono essere tirati fuori dal blocco che li imprigiona.

Chi avrebbe osato tanto? Operando in questo modo si rischia di arrivare a lavorare gli altri arti del corpo con poco marmo a disposizione per dar forma alle parti rimanenti.

Certo, un rischio elevato per chi come me non ha la capacità di vedere nello spazio l’opera già terminata ancor prima di intaccare la pietra con la prima scalpellata.

Potrà sembrarvi strano ma questo modo di trattare il marmo invece era una gran risorsa per me. Avevo modo di cambiare all’ultimo momento le posizioni di alcune parti del corpo dell’opera ogni qualvolta desiderassi farlo. Invece con la classica sbozzatura avrei dovuto improntare già dall’inizio una posa ben precisa ad ogni parte del corpo.

Proprio osservando l’Atlante noterete che la testa e il braccio ancora imprigionati nel marmo avrebbero potuto assumere diverse posizioni, tutte compatibili con la materia ancora a disposizione.

Volete sapere un’altra particolarità tutta mia? Beh, l’utilizzo dei ferri del mestiere. Adoperavo lo scalpello e talvolta la subbia fino ad arrivare alla pelle delle opere. Non avevo bisogno di raspe e altre robe più sottili per rimuovere gli ultimi residui: sapevo ben calibrare la forza e non rischiavo certo di assestare un colpo dato male rovinando così parte dell’opera.

Nessuno aveva mai osato tanto.

Lavorando in questo modo ottenevo passaggi rapidi dal concavo al convesso e cambi di volumi repentini. Tutti dettagli che hanno contribuito a rendere le mie opere vive, vibranti d’emozione e mai statiche.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, che ha trasformato un mestiere nella sua vita.

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Anche la giornata dedicata a San Giovani sta volgendo al termine

La giornata dedicata a San Giovanni oramai è quasi finita. La finale del calcio storico è stata vinta dai Bianchi di Santo Spirito e lo spettacolo dei fuochi è ancora in atto.

Prima di salutarvi stasera voglio lasciarvi questi versi che scrissi diversi secoli fa.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

Sol pur col foco il fabbro il ferro stende
al concetto suo caro e bel lavoro,
né senza foco alcuno artista l’oro
al sommo grado suo raffina e rende;
né l’unica fenice sé riprende
se non prim’arsa; ond’io, s’ardendo moro,
spero più chiar resurger tra coloro
che morte accresce e ‘l tempo non offende.
Del foco, di ch’i’ parlo, ho gran ventura
c’ancor per rinnovarmi abbi in me loco,
sendo già quasi nel numer de’ morti.
O ver, s’al cielo ascende per natura,
al suo elemento, e ch’io converso in foco
sie, come fie che seco non mi porti?

Cappelle mediccee, marcela Galuppo

Foto di Marcela Galuppo

La Creazione di Adamo

“Non esiste nell’universo delle arti un altro esempio di sì geniale trasposizione di qualcosa  che sta al di sopra dei nostri sensi in un episodio di assoluta, limpida comunicazione sensoriale”

Queste sono le parole che Jacob Burckhardt ha speso per la mia Creazione di Adamo che dipinsi anni or sono nella Volta della Sistina. E’ proprio quella parte d’affresco a catturare l’osservatore per prima che si renda conto delle altre figure presenti. Adamo e semidisteso e sta per alzarsi in piedi. Lo sguardo amorevole è rivolto verso Dio che sta per dargli il soffio vitale, l’anima.

A Adamo volli imprimere una posa molle, rilassata in contrapposizione a quella del Padreterno teso dalla punta del dito indice fino ai piedi. Gli sforzi del Creatore in procinto di dar la vita al primo uomo si notano parecchio. Osservate la sua fronte solcata da profonde rughe, le sopracciglia aggrottate e tutta la sua stanchezza concentrata nelle occhiaie.

Riguardando a distanza di secoli questo mio lavoro ci ritrovo dentro qualche virtuosismo della spettacolare Porta del Paradiso realizzata anni prima dal Ghiberti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in trepidante attesa per i festeggiamenti di San Giovanni a Firenze previsti per domani.

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Sette papi si rivolsero a me

Di papi ne ho conosciuti parecchi durante la mia esistenza terrena. Pensate che ebbi la sorte di lavorare per sette di loro e mio malgrado mi trovai ad affrontare caratteri, pensieri e filosofie di vita papali molto diverse le une dalle altre.

Il papato, a seguito della Riforma e poi della Controriforma, attraversò un periodo travagliato caratterizzato da lotte interne che nemmeno una fervida immaginazione potrebbe avere l’ardire di pensare. Ma non è tutto perché sempre nel medesimo periodo la Germania e la Francia si stavano scontrando per ottenere sempre più potere sui territori europei e la Chiesa ebbe in quel momento il suo bel da fare a far sentire la sua voce ma soprattutto la sua supremazia più che spirituale temporale.

Fu Giulio II il papa che più degli altri mi sostenne. Credeva fortemente nei miei progetti, nel mio talento e amava in maniera smisurata non solo sé stesso ma anche le mie opere.

Era un papa guerrafondaio ma amante dell’arte. Voleva che gli artisti più in gamba dell’epoca legassero al suo nome il proprio. Qualche esempio? Io, Raffaello ma anche quell’arrogante del Bramante. Giulio II voleva considerava la città pontificia l’erede della città imperiale e auspicava a renderla immortale attraverso opere senza tempo.

A distanza di secoli il suo amore smisurato per l’arte ha reso davvero lo stato del Vaticano un concentrato di bellezze assolute.

Il vostro Michelangelo Buonarroti, amato, odiato ma mai indifferente ad alcuno

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Panneggi censorei e traumi per le quattro ore del giorno

Oggi non ho alcuna voglia di andarmene in giro per Firenze. Preferisco rimanere qui dentro Santa Croce assieme a quel presuntuoso di Canova e quel futurista di Galileo rimembrando i tempi andati. A volte ci si siede ai piedi di qualche sepolcro illustre e si parla per ore fino a quando il morto si ridesta e ci caccia via in malo modo.

Stamani mi son messo a raccontargli del tempo in cui partii definitivamente da Firenze alla volta di Roma. Era il 1534 ma lo ricordo proprio come se fosse oggi. Lasciai le sculture che stavo realizzando per la Sagrestia Nuova del San Lorenzo sul pavimento. Alcune erano a buon punto mentre per terminare altre avrei avuto ancora un bel po’ da fare.

La famiglia Medici provò in tutte le maniere a farmi tornare per terminare i lavoro ma non tornai più.

Fu il Tribolo, architetto della fabbrica di San Lorenzo dal 1542, a cercare per primo di dare una disposizione alle sculture rimaste a terra. Prima fece montare le personificazioni delle quattro ore del giorno sui sarcofagi e successivamente mise la Madonna col Bambino e i Santi Cosma e Damiano sopra la cassa marmorea dentro la qual riposano i magnifici.

Ancora però mancavano gli intonaci alle pareti, i vetri alle finestre e altri dettagli prima che la Sagrestia potesse ritenersi terminata. Di questi particolari si fece carico il Vasari dopo la morte del Tribolo.

Nel corso degli anni queste opere non ebbero modo di starsene tranquille a lungo. Infatti durante la reggenza di Cosimo III gli splendidi corpi nudi che scolpii con tanta dedizione vennero deturpati da osceni panneggi. Grazie al cielo i successori provvedettero a rimuovere quella roba lì, utile solo a testimoniare l’idiozia del suo committente.

Nell’Ottocento e nel Novecento le opere subirono spostamenti rischiosi e traumi indelebili. Prima vennero rimosse per effettuare un’inutile esumazione dei corpi e poi per proteggerle da eventuali bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, che visse d’arte, visse d’amore e non fece mai male ad anima viva…parafrasando la Tosca.

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Troppi angoli bui nella Basilica di San Pietro del Sangallo

Nel 1546, dopo che Antonio da Sangallo il giovane passò a miglior vita, il papa in carica quasi mi obbligò a occuparmi del progetto della nuova Basilica di San Pietro. All’inizio mi rifiutai ma poi cedetti alla sua insistenza. Le difficoltà che avrei dovuto affrontare non erano certo di poco conto e oramai ero già parecchio in là con gli anni.

La parte iniziale del progetto fu eseguita dal Bramante su commissione di papa Giulio II. A lui succedettero i più noti e promettenti artisti del tempo quali Raffaello, Fra Giocondo e Giuliano da San Gallo. Alcuni di loro erano decisamente a favore del progetto a croce latina mentre altri avrebbero una forma a croce greca.

Papa Paolo III si rivolse all’esperienza di Antonio da Sangallo il giovane nel 1535, affinché riprendesse in mano le redini del progetto. La costruzione della basilica proseguì proprio secondo il suo progetto fino alla sua morte avvenuta soli tre anni più tardi.

Avevo settantuno anni quando Paolo III mi diede in mano le redini della Basilica di San Pietro. L’età si faceva sentire ma nonostante ciò il primo gennaio del 1547 venni nominato in via ufficiale sovrintendente della costruzione della Basilica di San Pietro.

Il progetto originario del Sangallo faceva acqua da tutte le parti. Non solo era brutto ma pure poco funzionale e addirittura pericoloso. Non sopportavo il fatto che presentasse nicchie ovunque e un gran numero di ambulacri.

“Tanti angoli bui e nascosti…che offrivano l’opportunità di consumare infamie di ogni genere, come servire da rifugio ai fuorilegge…violentare le monache e commettere altri crimini, tanto che alla chiusura della chiesa sarebbero stati necessari venticinque uomini per frugare in ogni andito”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che ideò una basilica dalla forma più compatta senza frammentare eccessivamente gli spazi interni.

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