Un anno con voi: il 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 23.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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A New York senza Carrara

E’ mai possibile che non possa sta tranquillo nemmeno da morto? Almeno quand’ero in vita potevo rispondere per le rime a quanti tentavano di manipolarmi o di farmi stare da una parte o dall’altra a seconda del proprio torna comodo. Invece ora sono stecchito e non ho altro modo per protestare se non questo blog: zitto però non ci sto lo stesso!

Come vi avevo già scritto qualche tempo fa https://michelangelobuonarrotietornato.com/2014/12/17/io-e-la-versilia-a-new-york/  , a New York mi stanno omaggiando con un’esposizione organizzata dal Consolato Generale d’Italia assieme all’Istituto italiano di cultura della città e dai quattro comuni della Versilia storica: Seravezza, Stazzema, Pietrasanta e Forte dei Marmi. Si tratta di un’occasione d’oro per i quattro comuni per pubblicizzare la loro attività estrattiva e tutte le attività collegate alla lavorazione del marmo.

Ma Carrara?

Possibile che nessuno si sia fatto sentire dal comune, dall’amministrazione o da qualche organo preposto per la promozione del territorio?

In fondo io dalle cave della Versilia ho preso ben poco, anzi, nulla. Mi ci sono arrabbiato fino a logorarmi il fegato e ho perso un mucchio di tempo. Di fatica ce n’ho messa abbarbicato sull’Altissimo ma nessuna delle mie opere la realizzai con quei marmi lì.

Il perché mi trovassi lì fra quelle montagne invece che a Carrara dovete chiederlo a Papa Leone X. Fu lui a obbligarmi a cavar marmi proprio lì per la facciata del San Lorenzo.

Prima dovetti progettare la strada che dai monti scendeva fino al mare, perché mancava e poi mi dovetti portare pure dietro gli scalpellini di Settignano fin lassù. Il fatto è che quelli di Azzano e delle zone limitrofe erano bravi ma non erano abituati a lavorare grandi blocchi come servivano a me. Al mio servizio ce n’era solo uno del posto.

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Dalle montagne di pertinenza della Versilia riuscimmo a estrarre una colonna che faceva proprio al caso mio ma andò in frantumi. Durante la lizza un canapo si schiantò e il blocco andò in frantumi. Purtroppo nell’incidente morì anche un cavatore e fu allora che decisi di lasciar perdere l’impresa, Papa o non Papa volevo tornare a Carrara subito!

Ecco parte della lettera che scrissi al mi’ fratello Buonarroto a Firenze il 18 aprile del 1518, da Pietrasanta:

…monterò subito a chavallo e anderò a trovare el chardinale de’ Medici e el Papa, e dirò loro el facto mio, e qui lascierò la impresa e ritorneromi a Charrara che ne sono pregato chome si prega Cristo.

Questi scharpellini che io menai di chostà non si intendono niente al mondo né delle chave né de’ marmi. Chostonmi già più di cento trenta duchati e no’ m’ànno anchora chavata una schaglia di marmo che buona sia; e vanno ciurmando per tucto che ànno trovato gran chose, e cerchono di lavorare per l’Opera e per altri cho danari che gli ànno ricievuti da me.

Non so che favore s’abino, ma ogni chosa saperà el Papa. Io, poi che mi fermai qui, ò buctato via circha trecento ducati e non vego anchor nulla che sia per me. Io ò tolto a rrisuscitar morti a voler domestichar questi monti e a mecter l’arte in questo paese; che quando l’Arte della Lana mi dessi, oltre a’ marmi, cento duchati el mese, che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare el partito.

Però rachomandami a Iachopo Salviati e schrivi pel mio garzone chome la chosa è ita, acciò che io pigli partito subito, perché mi consumo a star qui sospeso.Michelagniolo im Pietrasanta.

Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere stato ucciellato e chosì mi vanno tucte le chose. Ò maladecto mille volte el dì e l’ora che io mi parti’ da Charrara.

Quest’è chagione della mia rovina; ma io vi ritornerò presto. Oggi è pechato a far bene. Rachomandami a Giovanni da Richasoli….”

E dopo uno come fa a rimané calmo senza farsi montare la bile? Non si pole mica! Carrara, fatti avanti e soprattutto fatti valere!

Se n’approfittano perché son morto ma quando verrete di qua, mi auguro fra molto tempo perché siamo già in tanti, du’ scapaccioni ve li do’ lo stesso. Potrò togliermi anch’io una soddisfazione, no?

Ah piccolo appunto… il sindaco Neri prima ha fatto il diavolo a quattro per far chiudere la cava Cappella con una serie di motivazioni quasi surreali. Ora prende parte a questo evento che mette in luce l’attività estrattiva della zona adoperando il mio nome. Chissà cosa ne pensano quegli operai che alla Cava Cappella lavoravano e si son ritrovati senza lavoro. Tanto loro mica li conoscono a New York!

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L’arte appassionata di chi si mette in gioco

Mi garba l’arte appassionata, quella in cui si percepisce il corpo e l’anima di chi la realizza. Ho speso una vita intera a riprodurre la perfezione delle membra, delle espressioni del volto, degli atteggiamenti e se potessi avere ancora in mano un martello, uno scalpello ma anche dei pigmenti macinati e qualche pelo da mettere insieme per far dei veri pennelli, continuerei a studiare. Perché l’arte non è solo istinto ma anche dedizione e amore. C’è poco da fare: gli artisti riescono ad osservare tutto con occhi diversi, a reinterpretare ciò che vedono per tradurlo secondo la propria realtà. Gli artisti son capaci di trovar colori anche dove agli altri par che sia tutto nero, buio e desolato.

Oggi mi sento ispirato, si nota? Sapete perché? A parte il fatto che voglio finir bene l’anno e, se non temessi di sembrar troppo volgare, potrei mandare anche a quel paese tutti quelli che m’han voluto male ma c’è anche un altro motivo.

Sono reduce dalla visita di una mostra di un’artista in gamba: Monica Antonelli. Qualche giorno fa ero in giro per Prato non per affari ma per andare a cercare il regalo di Natale al Canova…è di un noioso quello lì! Non gli va mai bene nulla e allora ho pensato di comprargli i famosi cantuccini: se non gli vanno a genio quelli di Prato non so’ quali altri potrebbero piacergli. Al limite se non gli fossero piaciuti me li sarei mangiati io con molto piacere, alla sua salute!

Divagazioni sul tema a parte, mi sono ritrovato davanti a Palazzo Banci Buonamici. Mi sono intrufolato per ammirare l’Arancera, il braccio affrescato dal Valentini nell’Ottocento.

In questo momento la sala al primo piano ospita la mostra “Un prato di libri”. Non ho perso tempo e sono entrato per andare a vedere le opere di scultura, illustrazioni e fotografie esposte. In particolare mi hanno colpito le sculture di Monica Antonelli, una pratese doc. Non aspettatevi di vedere sculture dalle forme classiche ma piuttosto una trasposizione del suo animo nella materia. Le linee spigolose e secche ti entrano sottopelle quasi a voler scalzare a forza un qualche sentimento, negativo o positivo che sia. E’ difficile rimanere indifferenti. Sapete bene che la scultura che amo e sento mia è tutt’altra ma ciò non toglie che mi senta attratto da forme non convenzionali.

” Un Prato di libri”  

PALAZZO BANCI BUONAMICI

Via Ricasoli, 25 

Sala al 1° piano 

Affrettatevi a visitare la mostra e vedere da vicino le opere di Monica Antonelli perché la mostra sarà aperta fino al 10 gennaio 2015 con il seguente orario dal lunedì al venerdì 9-19.
Il vostro Michelangelo Buonarroti, prima di salutarvi vi lascia qualche immagine delle opere della Antonelli.
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Io, il Bargello e il Bandinelli

Siete mai stati al Museo del Bargello di Firenze? Se la vostra risposta è negativa, i casi sono due: o non avete avuto la possibilità materiale di farlo oppure non sapete cosa vi state perdendo!

E’ un concentrato di opere di rara bellezza, tutte da ammirare. Se avete solo un’ora di tempo per visitare tutto il museo, non entrate nemmeno. In così poco tempo non fareste a tempo a veder nulla come si deve e ve ne andreste pure scorucciati e scontenti.

Queste opere sono costate ingegno e fatica a chi le ha ideate e realizzate: non si meritano forse di essere osservate con calma e dedizione?

A dire il vero qualcosa di poco bello c’è anche lì, ma che rimanga tra noi. Ora mi direte che parlo così perché quello lì non l’ho mai digerito…si credeva un superuomo e nemmeno sapeva tenere uno scalpello in mano senza farsi male! Giudicate voi, io son di parte, dalla mia parte per la precisione. Di chi sto parlando? Ovvio, di quel presuntuoso del Bandinelli.

Ora ditemi voi se quel bassorilievo lì del Noè che si trova al Bargello è degno di un personaggio biblico di tale caratura. La sua Venere? Ma dai. Via giù…

Andate al Bargello per vedere il mio Bacco e ditemi se è lontanamente paragonabile al suo. Con quei braccini lì è proprio sgraziato, povero Bacco.

Il vostro Michelangelo Buonarroti per oggi qualche sfizio se l’è tolto!

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Questo è il mio di Bacco, per chi non lo sapesse mentre quello qui sotto è di Baccio… non aggiungo altro

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Hai premiato chi è nemico della verità

Avrei tante cose da dirvi oggi ma vi lascio solo qualche verso che scrissi quando ancora ero fra voi, in carne e ossa intendo. Sarà il freddo che m’ha raggruppato l’anima o la sorte talvolta non troppo benevola che mi spinge a lasciarvi queste rime.. non ne ho idea ma me le sento risuonare dentro incessantemente, come una litania di cui oramai stento a sentire il suono ma ne percepisco il dolore.

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Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole
e premiato chi è del ver nimico.
I’ sono e fui già tuo buon servo antico,
a te son dato come e’ raggi al sole,
e del mie tempo non ti incresce o dole,
e men ti piaccio se più m’affatico.
Già sperai ascender per la tua altezza,
e ‘l giusto peso e la potente spada
fussi al bisogno, e non la voce d’ecco.
Ma ‘l cielo è quel c’ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se vuol c’altri vada
a prender frutto d’un arbor ch’è secco.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, infreddolito e stanco

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Il ritrovamento del Laocoonte

Era una giornata gelida del gennaio del 1506. Non è l’inizio di un racconto da bambini ma di una favola per adulti che ha portato alla luce uno dei più grandi capolavori dell’arte ellenistica.

Ebbene, in quel giorno di gennaio, in una vigna nei pressi del Colosseo, vennero alla luce dei serpenti di marmo. Fu abbastanza chiaro che quelle spire erano un pezzo di storia che riaffiorava alla superficie, dopo secoli di oblio. Quei serpenti avevano fatto perire Laocoonte e i suoi due figli: il nefasto regalo che lasciò Ulisse ai Troiani.

Omero narra che a Rodi, due abili scultori, avevano realizzato in memoria di questa leggenda una scultura apprezzata da tutto il mondo allora conosciuto. Ne parlò anche Plinio mettendo in luce il fatto che l’imperatore Tito l’avesse comprata e fatta trasportare fino al centro dell’impero: Roma.

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Papa Giulio II non perse tempo e si affretto a proporre al proprietario della vigna oltre 600 ducati, una bella somma per quell’epoca. Il Pontefice già s’era messo in moto per far realizzare all’interno del giardino del Belvedere, in Vaticano, un’apposita cappella per conservare la preziosa opera alla stregua di una reliquia.

I poeti più in vista del tempo si misero a raccontare l’evento con parole lusinghiere. Alcuni credettero fosse un segno premonitore di chissà che cosa e cesare Trivulzio, disse a suo fratello che era il ritrovamento del Laocoonte fu l’evento più significativo dell’anno.

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Perché vi racconto questo evento?

Nel medesimo giorno del sensazionale ritrovamento, io ero a casa del Sangallo. Ero da poco rientrato da Carrara dove ero andato per scegliere i marmi per realizzare la colossale sepoltura di Giulio II ancora vivo e vegeto.

Qualcuno mi venne subito a chiamare per avvertirmi cosa stava accadendo a pochi passi dal Colosseo e mi precipitai nella vigna per osservare da vicino quel capolavoro che stavano facendo riemergere dalla terra.

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Come potevo non rimanere estasiato da una simile perfezione anatomica e da un pathos così coinvolgente? Le facce dei tre protagonisti erano un racconto continuo. Rimanere indifferenti era impossibile!

Mentre venivano riportate alla luce le forme di quel complesso, quasi mi sentii mancare. Possibile che la scultura avesse già raggiunto quella perfezione di forme in un tempo così remoto?

Sembra di sì.

Il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta e se ne va a giro per Firenze ancora vestita a festa.

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Buon Natale

Buon Natale a tutti. Sono uscito da Santa Croce perché non avevo più voglia di stare ascoltare il Canova che si battibeccava con Machiavelli su cosa è meglio mettere in tavola domani. Ma solo a mangiare pensano questi qua per un’occasione così speciale? Si, certo..c’è pure il pranzo sontuoso ma è solo un dettaglio. Si celebra la nascita del Figlio di Dio, no della venuta al mondo del nipote di Gualtiero Marchesi.

Una natività vera e propria non l’ho mai dipinta. Se non ve n’avete a male vi dedico questa, presa in prestito da Gerrit Van Honthorst, o Gherardo delle Notti come qualcuno lo chiamava per far prima. Non è splendida?

Attualmente è conservata presso il Museo delle Belle arti di Nantes.

A presto e statemi allegri se potete.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti.

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La lettera del mi’ fratello scritta la vigilia di Natale

Ecco a voi la lettera che mi scrisse il mi’ fratello Buonarroto da Firenze la Vigilia di Natale del 1507, mentre mi trovavo affaccendato a Bologna.

Firenze, 24 dicembre del 1507

Carissimo et magiore mio etc.,

ho la tua, stasera p(ur) de’ 24 di dicenbre, che è de’ dì 21 di deto, ne la quale è una del chardinale di Pavia, la quale manderò stasera per la via del bancho di Pagholo Rucelai, la quale anderà bene e sarane fato buon servizio.

òli fato una choverta e dirita a Giovani Balduci e deto quanto mi di’ per la tua.Scrisiti più fa più lettere, de le qualle non ò mai avuto risposta di nesuna. Io non me ne sono maravigliato, perché stimavo che tu fusi in sul tornare e chosì che tu avesi altra achupazione, chome anchora i’ chredo tu abi.

Nientedimancho arei avuto charo m’avesi risposto qualchosa per amore de’ mia maestri, perché più volte me n’àno domandato; e chosì quando tu se’ per tornare. Io ò detto loro che non so più nula e che fatino quello che viene lor bene. E dipoi io non mi sono sentito mai bene da u’ mese in qua, e chosì non mi sento bene per ora; sì che questo è magiore pensiero che abi.

Altro no’ mi achade.

Christo ti ghuardi. El Sanghallo si truova a Roma. Atendi a stare sano.

A dì 24 di dicenbre 1507. Tuo Buonarotto Simoni in Firenze.

Domino Michelagniolo di Lodovicho di Buonaroto, scultore fiorentino in Bolognia.

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Donare se stessi per Natale

Nella mia Sacra Famiglia, nota anche con il nome di Tondo Doni, sta tutto il Natale che ci apprestiamo a vivere. Non aggiungo altro. Gli alberi addobbati, le lucine sfavillanti e i negozi aperti 24 ore su 24 cosa hanno a che fare con il 25 Dicembre?

Il Natale non sono i doni fatti ma il donare se stessi agli altri. Il regalare il proprio tempo per ascoltare, condividere e vivere momenti insieme. Tutto il resto con il Natale c’entra poco, di questo ne ho l’assoluta certezza.

Il vostro Michelangelo Buonarroti.

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L’improvvisazione

L’improvvisazione è frutto del genio creativo ma non solo. Gli stolti possono anche pensare che dietro un dipinto estemporaneo fatto lì per lì, su due piedi, non ci sia alla base una profonda conoscenza della materia, degli strumenti e di tutto quello che ha reso possibile tale creazione.

Dopo anni di studio, perfezionamenti e limature atte ad affinare la propria maniera di comunicare le sensazioni attraverso un dipinto, una scultura o, perché no, attraverso la composizione di una melodia ci si può dedicare all’improvvisazione.

Anch’io ho improvvisato e pure con grande piacere. Se non lo avessi fatto avrei impiegato molto più tempo nella realizzazione degli affreschi della volta della Sistina. Avete presente lo sfondo, l’albero di fico e il serpente tentatore che ci si avvinghia sopra? Beh, ho realizzato tutto ciò senza adoperare alcun cartone preparatorio e l’effetto ottenuto mi pare eccellente, no?

L’improvvisazione è una virtù che si acquista col tempo attraverso la dedizione totale al proprio lavoro.

Il vostro Michelangelo Buonarroti se ne va a desinare e per l’occasione s’è comprato pure una bottiglia di liquore per farsi un ponche al mandarino. Si, lo so… i ponche si bevono la vigilia di Natale, ma c’ho forse colpa io se è freddo?

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