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I colori usati nel Rinascimento

Nella pittura, la scelta dei colori ha un ruolo fondamentale fin dalla notte dei tempi. Quali erano i pigmenti più utilizzati nel Rinascimento?

Cennino Cennini, fra la fine del Trecento e il principiare del Quattrocento, scrisse un vero e proprio trattato sulle tecniche pittoriche del suo tempo: Il Libro dell’Arte. Questo volume negli anni a seguire divenne un vero e proprio punto di riferimento per le botteghe rinascimentali. Riassumeva in modo chiaro e preciso tutte le tecniche pittoriche conosciute allora e descriveva nel dettaglio le diverse metodologie per preparare i colori.

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Il blu

Fra i colori più costosi che si potevano reperire ai miei tempi c’era il cinabro dal quale si riusciva a tirar fuori il rosso vermiglione, un rosso tendente all’arancione, e il blu oltremare ottenuto macinando il prezioso lapislazzuli importato direttamente dalla zona nord-orientale dell’attuale Afghanistan.

Il colore azzurro poteva essere ottenuto con altri pigmenti come l’azzurrite che però si deteriora rapidamente in affresco oppure il più resistente smaltino.

Lo smaltino ha una bella colorazione blu ed è un pigmento a base di vetro silico-potassico e assume la sua caratteristica colorazione grazie all’elevato contenuto di cobalto. Lo smaltino è proprio il pigmento che usai per tutte le tonalità di celeste e blu nella volta della Sistina mentre per il Giudizio Universale feci un uso smodato del lapislazzuli: tanto i colori li pagava direttamente papa Paolo III e non dovevo anticiparli di tasca come per la volta. Vi ho raccontato questa vicenda nel dettaglio QUA.

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Il verde

Per quanto riguarda il verde erano tre i principali pigmenti adoperati: la malachite, il verde rame e la terra verde.

La malachite resiste bene all’azione della luce ma si deteriora rapidamente quando viene esposta all’azione degli agenti atmosferici. Non è adatta per la pittura in affresco ma in tempi remoti veniva usata con la pittura a tempera su muro, sopra una base di morellone o nero di vite.

Il verde rame si ricavava lasciando agire i vapori di aceto su delle lastre di rame. Adoperato nella pittura a tempera e a olio, in affresco era necessario aumentare il suo potere coprente mescolando il pigmento alla biacca o al giallorino.

Il pigmento verde più diffuso ai miei tempi era la terra verde. Quella più pregiata arrivava da Verona, dalla Boemia e dalla Germania. Nel Rinascimento, il cosiddetto verdaccio, faceva da base agli incarnati nei dipinti su tela e su tavola.

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I rossi

Come accennato prima, il rosso più prezioso si otteneva macinando il cinabro, un minerale a base di solfuro di mercurio che si estraeva soprattutto in Spagna. Il colore ottenuto, noto come vermiglione, era caratterizzato da un bel rosso brillante molto caldo. Come altri pigmenti anche questo aveva un grado elevato di tossicità.

Il minio invece era un pigmento che si otteneva in modo artificiale, riscaldando a elevate temperature i sali di piombo. Aveva un elevato potere coprente e veniva utilizzato sia in affresco che nella pittura a tempera e a olio.

Molto utilizzate ai miei tempi per il rosso erano le lacche con pigmenti di origine animale o vegetale. Per rendere più stabile il colore si adoperava l’allume di Rocca e il colore ottenuto era molto brillante.

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Il giallo

Il giallo più in voga nel Rinascimento è dato dal realgar e l’orpimento. Entrambi arrivavano dall’Asia Minore e dall’Asia Centrale. Il loro colore era particolarmente apprezzato per creare effetti cangianti sulle vesti. L’orpimento utilizzato da solo poteva imitare pure l’oro e aiutava a non innalzare troppo i costi delle opere.

Il giallorino invece poteva essere ottenuto in modi diversi: quello di Napoli derivava dalla calcinazione del litargirio, dell’allume, dell’antimonio di potassio e dei sali di ammonio mentre altri tipi di giallo avevano una base di ossido di piombo e stagno.

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