Gioele

Gioele è uno dei profeti che decisi di affrescare nella volta della Cappella Sistina nel 1509. Si trova al lato del riquadro dell’Ebbrezza di Noè, proprio al di sotto del grande tino. Non è un caso che si trovi proprio in quel punto lì giacché fu proprio lui a profetizzare “Le aie saran piene di frumento e i tini traboccheranno di vino e di olio”.

Indossa una tunica morbida della stessa tonalità di colore di quella indossata da Dio nella scena della Creazione. Dalla spalla destra parte una fascia blu che taglia in due il petto mentre una stola verde gli cinge la vita. Il mantello rosso contorna la figura ricadendo sulle gambe.

E’ tutto concentrato a leggere la pergamena che sorregge con entrambe le mani mentre i due putti alle spalle pare siano intenti a discutere di chissà che cosa fra di loro. Gioele è per antonomasia il profeta delle calamità, ovvero di tutti quegli eventi disastrosi che avverranno sulla terra, dell’oscuramento della terra e del cielo.

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28 ED avverrà, dopo queste cose, che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi sogneranno de’ sogni, i vostri giovani vedranno delle visioni. 
29 E in quei giorni spanderò il mio Spirito eziandio sopra i servi e le serve; 
30 e farò prodigi in cielo ed in terra; sangue, e fuoco, e colonne di fumo. 
31 Il sole sarà mutato in tenebre, e la luna diventerà sanguigna; avanti che venga il grande e spaventevole giorno del Signore. 
32 Ma egli avverrà, che chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato; perciocchè nel monte di Sion, e in Gerusalemme, vi sarà salvezza, come ha detto il Signore; e fra i rimasti, che il Signore avrà chiamati.
Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti
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Opere grandiose a gravar sulle spalle delle umili genti

Vi sento spesso lamentare dei politici che vi governano o perlomeno che dovrebbero farlo: tanto chiacchierano, poco attuano e molto intascano. Come darvi torto: avrei parecchie rimostranze da fare anch’io ma poi mi ricordo che son morto, che di voce in capitolo non ne ho più e mi rinfilo le mie idee nelle tasche.

Purtroppo a far fare la vita da nababbi a pochi signori è la povera gente, fin dalla notte dei tempi. Una pratica ben consolidata, più difficile da sradicare che la peggiore delle erbe infestanti senza l’uso dei diserbanti.

Perché questo preambolo? Guardate tutte le opere d’arte che ci sono in giro…qualcuno le ha pagate, siatene certi. A sponsorizzare le grandi opere erano pontefici amanti delle arti, facoltosi cardinali, signoroni, nobili, ma quei soldi lì arrivavano sempre dalle tasche della povera gente. Per esempio gli affreschi sistini della volta me li pagò sì papa Giulio II ma adoperando in parte gli incassi delle tasse imposte a persone e merci che attraversavano il fiume Po all’altezza di Piacenza, mentre la restante parte arrivava dagli introiti della Dataria Apostolica, una sorta di Agenzia delle Entrate ante litteram.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Tutti e’ ripari mie son corti e folli

Prima di inoltrarmi fra uffici e burocrazia, stamani vi propongo questi versi…è la poesia più lunga che scrissi: leggetela da cima a fondo e fatela vostra. Oh, che vi credete, le scartoffie esistono anche da questa parte d’esistenza e capita pure di stare ore in fila…

 Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
    Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
    I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
    Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
    E’ non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
    E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
    Quando un dì sto che veder non ti posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com’altri il ventre di votar si muore,
ch’è più ‘l conforto, po’ che pri’ è ‘l dolore.
    E non mi passa tra le mani un giorno
ch’i’ non la vegga o senta con la mente;
né scaldar ma’ si può fornace o forno
c’a’ mie sospir non fussi più rovente;
e quando avvien ch’i’ l’abbi un po’ dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre’ dir, s’ella m’aspetta,
ch’i’ dico men che quand’i’ non ho fretta.
    S’avvien che la mi rida pure un poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal foco
o di bombarda o d’altra artiglieria;
se mi domanda, subito m’affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s’arrende il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
    I’ sento in me non so che grand’amore,
che quasi arrivere’ ‘nsino alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa’ minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c’amore o forza el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto vola.
    I’ vo pensando al mie viver di prima,
inanzi ch’i’ t’amassi, com’egli era:
di me non fu ma’ chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni altra schiera?
    Or si fa ‘l nome, o per tristo o per buono,
e sassi pure almen che i’ ci sono.
    Tu m’entrasti per gli occhi, ond’io mi spargo,
come grappol d’agresto in un’ampolla,
che doppo ‘l collo cresce ov’è più largo;
così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo
come pelle ove gonfia la midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che tu mai n’esca ardir creder non aggio.
    Come quand’entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato l’animella,
come l’apre di fuor, la serra drento,
così l’immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all’alma venir sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla pugno al primo balzo, 
percosso da’ tu’ occhi al ciel po’ m’alzo.
    Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
    I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
    Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Angeli con gli strumenti della passione

Nelle due lunette ubicate nella parte alta del Giudizio ci sono una serie di angeli impegnati a sostenere tutti gli strumenti che hanno caratterizzato la passione di Cristo: dalla Croce ai dadi con i quali i soldati si giocarono le vesti del Salvatore. Alcuni angeli mostrano occhi smarriti, turbati per ciò che sta accadendo appena sotto di loro.

Il particolare che vedete a seguire appartiene alla lunetta destra. Cinque angeli apteri sostengono la colonna della flagellazione: guardate con quanto sforzo ne sopportano il peso mettendo in tensione tutto il corpo. Gli angeli hanno dimensioni notevoli: quello con un panneggio sistemato in zona strategica da Daniele da Volterra ha un’altezza che oltrepassa i due metri.

Sullo sfondo un altro angelo regge la scala mentre all’estrema destra un angelo messo in evidenza da un panneggio arancione, tiene nella mano sinistra l’asta con la spugna intrisa d’aceto per far bere Cristo.

Dopo aver affrescato questa lunetta mi presi un po’ di tempo per così dire libero: avevo bisogno di  un attimo di tregua per poter pensare alla fascia centrale del lavoro, quella che fa perno su Cristo e la Vergine.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Il più virile, il più sicuro, il più durabile di tutti gli altri modi

Papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, era un uomo colto e un mecenate dal gusto squisito. Appena salì al soglio di Pietro, non ebbe dubbio alcuno: la decorazione della parete dell’altare nella Cappella Sistina doveva essere realizzata da me, così come aveva stabilito il suo predecessore Clemente VII.

Cercavo di prendere un po’ di tempo: dovevo terminare la Tomba di Giulio II. I suoi eredi non finivano di infastidirmi e quell’opera che oramai si stava protraendo da anni era divenuta un coltello piantato nel fianco che mi provocava dolori continui notte e giorno.

“Io ho avuto trenta anni questo desiderio er ora che son papa non me lo caverò? Io son disposto che tu mi serva ad ogni modo.” Alla fine mi convinsi a salire ancora una volta i ponteggi: a papa Paolo III non potevo dire di no.

Ci si mise di mezzo pure Sebastiano del Piombo, amico con il quale ebbi a discutere in più di una occasione. Gli sarebbe garbato avessi lavorato sulla parete con i colori a olio, una moda che stava iniziando ad acquistare sempre più adepti ma ovviamente, come sempre, feci di testa mia mostrando d’aver la ragione dalla mia parte anche a secoli di distanza dopo la mia dipartita dal vostro mondo. L’affresco in fondo era ed è il più virile, il più sicuro, il più durabile di tutti gli altri modi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

A testa in su sì, sdraiato no

Fra le tante cose che si dicono di me, c’è anche quella che dipinsi parte della volta sistina sdraiato sui ponteggi. Mica vera questa cosa qua. Con la testa rivolta verso l’alto sì, affrescai grandi porzioni così ma sdraiato no.

Lavorare al centro della volta non fu facile ma a dirla tutta, durante quel lungo lavoro di semplice non ci fu proprio nulla: dai problemi iniziali relativi alle muffe fino alle liti col papa che ogni tanto si dimenticava di pagarmi, le tensioni con Bramante, Raffaello che copiava ogni nuova posa…insomma, ebbi parecchio da fare. Cascai anche giù dai ponteggi tanto per non farmi mancar nulla.

Alla fine venne un bel lavoro e il mio fisico ne pagò lo sotto. Scrisse in Condivi in merito alla questione: “Alla fine del lavoro, Michelangelo, che era stato tanto tempo in posizione malcomoda, con gli occhi alzati verso la volta. non riusciva più a vedere guardando all’ingiù, e per leggere uno scritto un po’ minuto doveva tenerlo sollevato con le braccia sopra il capo”:

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e con lo studio della mano di Aman.

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Le angeliche buone maniere

Il Giudizio Universale è un insieme di corpi affrescati in ogni atteggiamento possibile e immaginabile. Osservare i dettagli è un diletto sia per lo spirito che per la vista. Prendete una foto che riproduca per intero il Giudizio e iniziate a guardare uno a uno i personaggi che lo animano. Troverete particolari interessantissimi che forse non avevate mai notato prima. Momenti drammatici per alcuni, gloriosi per altri ma anche qualche brano ironico, capace di strappare un sorriso.

Guardate con quanta dolcezza gli angeli dissuadono i dannati ad ascendere verso il Paradiso. Con la sinistra fermano la loro corsa verso la salvezza mentre alzano la destra per sferrargli un cazzotto: un gentilissimo angelo mira al volto del dannato mentre l’altro ha come obbiettivo laddove non batte mai il sole. Insomma, con le buone maniere si ottiene sempre tutto, o quasi. Sembra che anche gli angeli in momenti così concitati perdano la loro proverbiale dolcezza adoperando maniere meno consone al loro status.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Una favola contemporanea

Oggi voglio raccontarvi una storia bella, una di quelle che per un attimo commuovono e fanno pensare che in fondo i desideri più improbabili si possono trasformare in tangibili realtà nel giro di un secondo. È stato il mio fedelissimo lettore Mauro a mandarmi il link alla notizia e sono molto contento lo abbia fatto.

Karitina, una contadina messicana di 77 anni, è stata la duemilionesima persona a visitare la riproduzione della Cappella Sistina itinerante, che da un po’ di tempo a questa parte sta attraversando tutto il Messico. Ovviamente lei voleva solo vedere da vicino questo progetto multi sensoriale ideato da Gabriel Barumen ed era all’oscuro di ciò che stava per accaderle. Prima di uscire è stata fermata dagli addetti ai lavori e immediatamente le è stata comunicata la notizia: si era appena conquistata il diritto di andare fino in Vaticano per visitare l’autentica Cappella Sistina.

Un accordo stretto fra Barumen e i Musei Vaticani prevedeva infatti che il 2.000.000° visitatore sarebbe volato fino a Roma per vedere il mio capolavoro dal vero.

Non ho soldi, non ho nemmeno il passaporto, non ho nulla” è stata la prima cosa che ha detto Karitina. Nel corso della sua vita mai si è spostata dalla sua città natale, ubicata nello stato di Querétaro. La signora è stata aiutata a sbrigare tutte le pratiche dall’ambasciata messicana presso la Santa Sede e dal Ministero della Cultura. Alla fine, il 21 giugno, è arrivata in Vaticano assieme alla figlia. Karitina parla solo il nahuatl, un’antca lingua locale e la figlia ha fatto da tramite traducendo in spagnolo ciò che diceva.

Immaginate l’emozione, la meraviglia e lo stupore di questa signora.

Appena arrivata presso la Santa Sede è stata ricevuta da Papa Francesco e il giorno seguente, alle sette  del mattino, la Cappella Sistina ha aperto le porte solo a lei. Dinnanzi al Giudizio è scoppiata in lacrime: “Dio mio, non è possibile” ha esclamato. Sicuramente Karitina questo viaggio non se lo dimenticherà più.

“È stato davvero emozionate lasciare il Messico, venire qui e soprattutto incontrare papa Francesco. Entrare nella vera Sistina è un’emozione incredibile. Non so come dire: si respira Dio”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Per la strada erta e lunga

   A l’alta tuo lucente dïadema
per la strada erta e lunga,
non è, donna, chi giunga,
s’umiltà non v’aggiungi e cortesia:
il montar cresce, e ‘l mie valore scema,
e la lena mi manca a mezza via.
    Che tuo beltà pur sia
superna, al cor par che diletto renda,
che d’ogni rara altezza è ghiotto e vago:
po’ per gioir della tuo leggiadria
bramo pur che discenda
là dov’aggiungo. E ‘n tal pensier m’appago,
se ‘l tuo sdegno presago,
per basso amare e alto odiar tuo stato,
a te stessa perdona il mie peccato.

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Il restauro di Elazar e Mathan

Sapete, i restauratori che nel passato misero mano agli affreschi sistini, erano soliti ricorrere all’utilizzo di materiali che niente avevano a che fare con l’antica tecnica del buon fresco.

Con lo scopo di ravvivare i colori resi opachi e scuri dai depositi di polvere, usavano cera d’api, colle animali, resine vegetali e gli albumi delle uova. Con questi prodotti si riuscivano a mascherare in parte ma non a togliere le macchie bianche dei sali che l’acqua piovana portava in superficie.

A volte tutti questi prodotti non erano sufficienti a migliorare l’aspetto complessivo degli affreschi e così i restauratori si armavano di pennello e colori e ritoccavano qua e là le figure oppure, a seconda dei casi, le ridipingevano.

La coppia che vedete a seguire si trova nella lunetta di Elazar e Mathan e la foto è stata scattata dopo l’ultimo restauro condotto da Gianluigi Colalucci. Con l’ultimo restauro si sono ovviamente adoperate tecniche molto diverse da quelle che vi raccontavo poco fa e sono stati rimossi tutti gli strati di colle animali, polvere e altri prodotti che con il passare del tempo avevano reso quasi illeggibili alcuni brani.

In secondo piano potete vedere Mathan ovvero il nonno di Giuseppe e in primo piano sua moglie, la madre di Giacobbe. A lei diedi un piglio autoritario, rimanendo fedele ai testi biblici. I due soggetti costituisce la parte più rovinata dell’intera lunetta: sia le corrosioni degli intonaci che forti salificazioni hanno creato delle alterazioni cromatiche ahimè irrecuperabili.  Il volto di Mathan non ha più i mezzi toni e una brutta riga nera gli attraversa il volto. Si tratta del disegno preparatorio riaffiorato dopo che i colori originali sono stati consumati dal tempo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Elazar e Mathan