Mai contenti

E non erano mai contenti. I mi fratelli e il mi babbo non perdevano occasione per elemosinare dinari quasi come se non glie ne dessi mai a sufficienza. Avevo a cuore la questione del prestigio familiare, il buon nome della famiglia. Davo loro denari affinché comprassero poderi o per che li investissero in altri modi fruttuoso. Invece spesso li sciupavano, facevano cattivi acquisti se non li guidavo di persona e poi avevano pure il coraggio di dire che non era sufficiente quello che davo loro. Che ingrati.

Ecco a voi una delle tante lettere che scrissi a Buonarroto, uno dei miei fratelli proprio in merito al denaro dato.

Roma, 22 settembre 1515

Buonarroto,

io t’ò scricto più volte el parer mio e chosì sono per far sempre, perché fo per bene nostro ciò che io fo, e benché tu abi un altro openione, questo non importa niente. Vero è che e’ non è da farsi beffe di nessuno, e lo star chon timore in questi tempi e provedersi per l’anima e pel corpo non può nuocere niente. Io arei charo che tu mi facessi pagar qua quel resto de’ danari, quando tu intendessi che e’ fussi tempo che e’ non se ne perdessi niente. Non altro.

Actendete a stare im pace, e quel che non si può fare, non si facci; se’ tempi sono chactivi, bisognia avere patienza. E pensate che ciò che io fo, fo per voi chome per me. A dì 22 di settembre 1515. Michelagniolo in Roma. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze.

alinari

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