Contese da vicini di casa

Era il 13 aprile del 1518 quando Massimo Grati mi scrisse questa lettera da Camaiore, cittadina confinante con Pietrasanta. Le due città tanto d’accordo non son mai andate ma è cosa risaputa che fra vicini spesso non corre buon sangue a causa di qualche disaccordo: te mi metti le conche dei fiori sul mio, io ti pianto i paletti dentro i tuoi filari di viti e te m’annaffi il gatto che viene a orinare sulle tue camelie. Insomma, i soliti litigi da confinanti.

Ebbene questo signor Grati voleva che il Benti, amico di entrambi e pure mio collaboratore, m’accompagnasse fino a casa sua a Camaiore per chiarire certe questioni di confine fra le due cittadine. Che fossi un omo stimato era cosa nota anche fuori da Firenze e Roma, ma tirarmi in ballo per dispute fra confinanti mi parve un po’ azzardato. E come facevo io a sapere chi aveva ragione e chi torto? Mica lavoravo al catasto.

In ogni modo voglio riportarvi la lettera che ricevetti: mi par degna di nota soprattutto nella parte iniziale nella quale il signor Grati dice un sacco di cose che mi piaccion parecchio, di quelle che fanno bene al mio ego. In pratica dice di non volermi ingolosire per farmi andare a Camaiore usando le lodi ma a conti fatti lo fa con la maestria di chi è abituato a tessere lodi continuamente a destra e a manca.

Charissimo Michelan(gno)lo, s’io volessi o pensassi con lenocinio et dolcezza di laude muovervi, ben saperia dir con buone ragioni et exempli delle opere vostre, ché Apelles non fu miglior pictore, né Praxitele ve haveria tolto lo scarpello, né Lisippo ve averia superato nei metalli né alcuno altro innel plasmar di terra, artificio iudicato archetipo et genitore exemplare di tutte le belle opere di metallo, di saxo et de pictura.

Aggiugneria la continentia e ‘1 riposo, la modestia et la mansuetudine, discurrendo per mille altre parti degne di gran commendatione, nate tucte et nutrite de benigno influxo, solertia, ingegno et bontà incomparabile.

Ma per la servitù che insieme havemmo con la felice recordatione de papa Iulio, nudamente et senza alcum colore di rectorica scrivendo, vi pregho che, havendo a andare mastro Donato, con voi o senza, a veder le confine di marina tra Pietrasanta et Camaiore, siate contento fare o persuadere a lui che faccia relationi del vero.

Et per vostra informatione dico che, essendo per antico intrecciati li territorii dei decti luoghi, el marchese di Mantua, arbitro, li dirizzò et divise tirando una linea dritta da un termino che era presso a Motrone per fino alla fontana di Rotaio, dove sono certe. Et perché il tracto era longo, per dui altri commissarii, de saputa et consenso delle parti, furono posti in mezzo alli III altri termini. Depoi furono svelti quel termino de Motrone et dui altri di quelli di mezzo.

È manifesto, come ben sapete, che, volendoli reponere ai luoghi suoi, conviem tirare una linea dalla fontana a quel termino che resta in piedi, di quelli di mezzo, et de lì a dirictura alle acque salse, et, dove batte la linea, repiantarli. Nondimeno, perché, disputandone altre volte sopra di questo, alcuni Camaioresi temerarii, che non haveano auctorità di farlo, consentivano certe braccia, avenga non seguisse, el signor Commissario vorria pur adesso che quel consenso havesse luogo.

A me par duro partir dalle dui sententie et termini extanti, eo maxime che vedo la cosa non solamente esser grave ma periculosa, a questi poveri Camaioresi, che li hanno tagliato dui miglia di paese, muoverli adesso et tirarli addosso la linea de’ confini, tanto che pigliasse di Chiolaia et togliesse del sodo che è in capo all’acqua del Nichieto el qual sodo serve per passo alle bestie di qua che vanno a bevere all’acqua fresca del Secchino.

Nondimanco, per finirla una volta et tor materia de questioni, la mitigaria volentieri; et, per satisfare in parte alla signoria del Commissario, me pareria bastasse ch’el termino che era sulla ripa del fosso di Ciaffarone, verso Pietrasanta, se piantasse in su quest’altra ripa, che saranno pur li X et anche 12 braccia di largo; et poi si menasse la linea dalla dicta fontana et termino fino al mare, che l’acquisto se allarga sempre a guisa de girone, et dove la linea battesse dirimpeto a Motrone, piantar il termino mosso et contar quante braccia fusse lontano dal procincto del castello.

Et crediatemi che ogni altra via è periculosa, imperò che, pigliando la linea di Chiolaia, pigliaria tanto del sodo del Nichieto, che facilmente, andando le bestie a beverare, passariano le confine et sariano menate a Pietrasanta.

Et quando il sodo prefato vi paresse spacioso, sappiate che, crescendo il verno le acque, ne cuopren tanto che lle bestie a ffatica ci passaranno così; et se lla Signoria del Commissario dicesse voler reservare a Camaiore quanto la linea troncasse del dicto sodo et de Chiolaia, dico che chi non ha servato dui sententie et termini saldi mancho serverà cotal biscocha et transgressione. Per tanto iudico esser meglio, per la pace di questi populi, che la confine si termini dal mare al dicto fonte, come di sopra è dicto, con termini et fosse a dirittura, che partisseno absolutamente i territorii senza lassarvi scrupulo alcuno.

Et circa questo caramente vi prego vogliate affaticarve per la verità et per il dovere in servitio di Dio, et anche per amor mio. Et siate contento venirvene con mastro Donato a starvene un dì domesticamente meco, et bene valete. Ex abbatia Camaioris, XIII Aprilis 1518.Bonus frater Maximus Gratus prothonotarius et abbas.Al mio come caro fratello mastro Michelan(gno)lo. In Pietrasanta.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che per il momento vi saluta con questo scatto del trasporto del marmo su locomobile datato 1908, fatto sulla strada delle Gobbie. Appartiene agli archivi Henraux.

Srada delle Gobbie. Trasporto del marmo con la locomobile, ca. 1908 henraux.jpg

Annunci

Al mi babbo, da Roma

Arrivai a Roma per la prima volta il 25 luglio del 1496. Il cardinale Riario, vittima della truffa allestita da un antiquario poco onesto che aveva anticato un mio cupido dormiente, volle conoscermi. Ebbe così inizio sul serio la mia carriera artistica: se con il Bacco iniziai a farmi conoscere nell’ambiente dei grandi mecenati, con la Pietà Vaticana divenni lo scultore più ricercato e apprezzato del momento.

Vi riporto la prima lettera che scrissi da Roma a mio padre o perlomeno la più datata che sia stata rintracciata.

Roma, 1 luglio del 1497

Reverendissimo e charo padre,

non vi maravigliate che io non torni, perché io non ò potuto ancora achonciare e’ fatti mia col Cardinale, e partir no’ mi voglio se prima io non son sodisfatto e rremunerato della fatica mia; e con questi gra’ maestri bisogna andare adagio, perché non si possono sforzare.

Ma credo in ogni modo di questa settimana che viene essere sbrigato d’ogni cosa. Avisovi come fra Glionardo ritornò qua a rRoma, che dicie che gli era bisognato fuggire da Viterbo e che gli era statto tolto la cappa e voleva venire chostà; onde io gli detti un ducato d’oro che mi chiese per venire, e chredo che ‘1 dobiate sapere, perché debe esser giunto costà. Io non so che mi vi dire altro, perché sto sospeso e non so ancora come la s’andrà; ma presto spero esser da voi. Sano così spero di voi.

Raccomandatemi agli amici. Michelagniolo scultore in Roma. Domino Lodovicho Buonarroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

d87cb953ae58277352577c3f44f17c45

Chi m’ha tolto giovinezza, onore e roba mi chiama ladro

Il 24 ottobre del 1542 scrissi forse la lettera più lunga di tutto il mio carteggio. Nonostante alcune sue parti siano molto note e citate spesso, il destinatario è un monsignore anonimo. Ve la riporto a seguire per farvela leggere e comprendere meglio quante noie abbia avuto per la sepoltura di Giulio II. Pure di strozzinaggio m’accusava questo tale.

Ve l’ho detto, non sbuffate: è lunga quanto un romanzo ma vale la pena conoscerla per capire le mie tribolazioni terrene.

Monsignor, la Vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga et non dubiti di niente.

Io rispondo che si dipigne col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell’utimo contratto non viene; e per vigore dell’altro, fatto presente Clemente, sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo.

Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato, presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia et questo fu che, mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gian Maria da Modonna inbasciadore fu col notaio et fecielo distendere a suo modo; in modo che, quand’io tornai e che io lo riscossi, vi trovai sù più mille ducati che non si era rimasto; trova’vi sù la casa dov’io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi, che Clemente non gli are’ sopportati.

Et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa e fare appiccare il notaio; io non volsi, perché non restavo obrigato a cosa che io non l’avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d’avere avuti i danari che detto contratto dicie et che disse Gian Maria che trovava che io havevo havuti.

Ma pogniamo che io li habbia havuti, poi che io gli ò confessati et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d’ogni cosa, e veghasi quello ch’ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch’io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et veghasi quello che io merito.

Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto havere cinque milia scudi. Io dico ancora questo che io ò auto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo ghovernare, che, se non fussi quello che m’à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame.

E secondo questi imbasciadori, e’ pare che e’ mi abbi aricchito et che io habbi rubato l’altare, e fanno un gran romore et io saprei trovare la via da fargli stare cheti, ma non ci sono buono. Gia’ Maria, imbasciadore a ttempo del Duca vechio, poi che fu fatto il contratto sopra detto, presente Clemente, tornando io da Firenze e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse che, se io volevo fare un gram piaci[e]re al Duca, che io m’andassi con Dio, ch’e’ non si curava di sepultura, ma che haveva ben per male che io servissi papa Pagolo.

Allora conobbi per quel che gli aveva messa la casa in sul contratto per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore; sì che si vede a quel che ucciellano e fanno verghogna a’ nimici, a’ loro padroni. Questo che è venuto adesso ciercò prima quello che io avevo a Firenze, che e’ volessi vedere a che porto era la sepultura.

Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepoltura, con la difesa quant’ò potuto com papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m’à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tre mila scudi d’entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m’ingiegno d’impoverire.

Ma, per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo io dipignerò mal contento et farò cose mal contente. Ò scritto questo a Vostra Signoria, perché, quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche arei caro che il Papa l’intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m’è fatta. Chi à intendere, intenda.

Servitore di Vostra Signoria Michelagniolo. Anchora mi occorre cose da dire e questo è che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi; come se papa Iulio mi avessi innanzi conti octo milia ducati.

I danari che ò auti per la sepultura, vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s’apressa alla somma che harebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente. Perché il primo anno di Iulio che m’alloghò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare e’ marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove havevo le stanze dreto a Santa Catherina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sua sepultura in vita et mesemi a dipignere;

dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de’ danari della sepultura, che non avevo altra entrata. Poi, dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma magior cosa, ond’io condussi e’ marmi al Maciello de’ Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola et feci le fighure che ò in casa.

In questo tempo papa Leone, non volendo che io faciessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis, onde e’ mi dette a forza licienzia, con questo, che a ffirenze io faciessi detta sepultura di Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facci[a]ta di San Lorenzo, non vi havendo marmi per la sepultura di Iulio ritornai a cCarrara et stettivi tredici mesi et condussi per detta sepultura tucti e’ marmi in Firenze, et mura’vi una stanza per farla et cominciai a llavorare.

In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d’Aleria, a ssollecitarmi et vidde la stanza et tutti i detti marmi e fighure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch’i’ lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi Clemente, non mi lasciò seghuitare et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente, onde, sua presenza, si fe’ poi l’utimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d’ora, dove fu messo che io havevo ricieuti gli otto milia ducati che e’ dicono che io ò prestati a usura.

Et io voglio confessare un peccato a Vostra Signoria, che, essendo a cCarrara, quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e’ danari, spesi mille scudi ne’ marmi di detta opera che m’avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato et a llui detti parole, mostrando difìcultà; et questo facievo per l’amore che portavo a detta opera, di che ne son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.

Io scrivo questa storia a Vostra Signoria, perché ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Pier Giovanni, che dicie che m’à avuto a difendere; e ancora che, quando Vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perché io scrivo il vero. A presso degli omini, non dico di Dio, mi tengo huomo da bene, perché non inghannai mai persona, e ancora perché a difendermi da’ tristi bisogna qualche volta diventar pazzo, come vedete.

Prego Vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scripte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l’arei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perché scrivo il vero, e molto manco di quello che è, et non sono ladrone usuraio, ma sono cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene, et non sono da Chagli.

Poi ch’io ebbi scripto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d’Urbino, cioè che, s’io voglio che la retificazione vengha, che io acconci la coscienzia mia. Io dico che e’ s’à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e’ v’à dentro. Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che, poi che e’ si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo cierte barche di marmi a Ripa che più tempo inanzi avevo hordinate a cCarrara, non possendo havere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera, mi bisognò, per pagare i noli, o ciento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare i noli [dei] sopra detti marmi; et venendo, in questo tempo, scarpellini da Fiorenza i quali havevo hordinati per detta sepultura, de’ quali ne è ancora vivi qualchuno, et havendo fornita la casa che m’aveva data Iulio, dietro a Santa Caterina, di letti et altre masseritie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza danari essere molto impacciato;

et stringiendo il Papa a seghuitare il più ch’i’ potevo, mi fecie una mattina, che io ero per par[l]argli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese, che vidde questo acto, disse al palafreniere ‘Voi non conosciete costui?‘, el palafreniere mi disse ‘Perdonatemi, gentilhomo, io ho commessione di fare così’. Io me ne andai a casa e scripsi questo al Papa ‘Beatissimo Padre, io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della Vostra Santità, onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma’. E mandai questa lettera a messere Agostino scalco, che la dessi al Papa, et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facievami masseritie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro ‘Andate per un giudeo e vendete ciò che è in questa casa et venitevene a ffirenze’.

Et io andai et montai in sulle poste et anda’mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e’ quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte e presentornomi una lettera del Papa, la quale dicieva ‘Subito visto la presente, sopto pena della nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma’. Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d’avermi trovato. Risposi al Papa che ogni volta che m’osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d’avermi mai.

E standomi dipoi in Firenze, mandò detto Iulio tre brevi alla Signoria. All’utimo la Signoria mandò per me e dissemi ‘Noi non vogliamo pigliare la ghuerra per te contra papa Iulio bisogna che tu te ne vadi, et se tu vuoi ritornare a llui, noi ti faremo lettere di tanta autorità che, quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria’. Et così mi fecie et ritornai al Papa; et quel che seghuì sarie lungho a dire.

Basta che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perché, partito che io fui di Roma, ne fu gran romore con verghogna del Papa; et quasi tutti e’ marmi che io havevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli, ond’io n’ebbi a rifare un’altra volta in modo ch’io dico a’ fermo che, o di danni o interessi, io resto havere dalle rede di papa Iulio cinque milia ducati; et chi mi à tolto tutta la mia giovineza et l’honore e la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scripto innanzi, l’imbasciadore d’Urbino mi manda a dire che io acconci la coscienzia mia prima, e poi verrà la retificagione del Duca.

Innanzi che e’ mi faciessi dipositare 1400 ducati non dicieva così! In queste cose ch’io scrivo, solo posso errare ne’ tempi dal prima al poi ogni altra cosa è vera meglio ch’io non scrivo. Prego Vostra Signoria, per l’amor di Dio e della verità, quando à tempo, legha queste cose, acciò, quando achadessi, mi possa col Papa difendermi da questi che dico’ mal di me senza notitia di cosa alcuna e che m’ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo, con le false informazioni.

Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino; et questa fu causa che non e’ seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi. Et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che haveva dell’arte, l’aveva da me.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suo carteggio

michelangelo-buonarroti-mose-01.jpg

Il mi babbo non voleva lo comprassi

Investire in poderi mi piaceva. Di soldi ne guadagnavo assai e mai artista, prima di me, fu così ricco guadagnando con le sue opere non solo una fama eterna, ma anche un monte di palanche. Che ci facevo con tutti quei soldi? Io poco, ditelo a mio padre e ai miei fratelli. La mia vita parca e modesta è finita spesso accusa dai contemporanei e anche dai posteri: “è tirchio, non spende nulla…mette tutto da parte e pensa solo all’arte”. E che ci volete fare? Della vita mondana poco m’importava.

Mi sarebbe garbato che la mia famiglia d’origine acquistasse un po’ di prestigio a Firenze, che diventasse facoltosa e rispettata. Fra i miei fratelli e il mi babbo però, non si sa chi era più disgraziato. Non avevano il minimo senso degli affari ed eran bravi solo a scialacquare senza ritegno, ad avviare imprese già in partenza fallimentari e via discorrendo.

Il 2 Maggio del 1521, il mi babbo Lodovico mi scrisse una lettera in merito a un terreno che avrei voluto compare. Il podere apparteneva a Piero Busini e a occhio mi pareva potesse essere un buon affare. Al mi babbo però non gli garbava per nulla e si preoccupò di farmelo sapere. Secondo lui su quel terreno lì sarebbe cresciuto poco grano, non c’erano olivi per l’olio, né bestie, ne legname ma solo un vigneto di dubbia qualità.

Vi propongo la lettera che mi scrisse, zeppa di preoccupazioni. Oh, aveva paura mi stessero ingannando facendomi pagare un terreno molto più de suo valore di mercato.

Settignano, 2 Maggio 1521

 

Michelangniolo, ieri Lapo mi ragionò del podere di Piero Busini, e disse che il podere ti piacieva e che ctu gli avevi proferto tre mila duchati.

Io ti dicho, se ti piacie, che ctu lo chomperi, in quanto ti paia; ma bene ti dicho che ctu vadia a sentito, perché tu sse’ alle mani chon male persone. Io chredo che Piero Busini sia grande busbachatore, e Andrea Chambini non à buona bocie.

Per tanto apri gli occhi. E più ti dicho che a cchaso, im bottegha de’ Granacci, intesi che chotesto podere non passava venti dua moggia di ghrano in tucto. Chredo te lo dieno per più rendita assai che non rende.

Per tanto abbi buono chonsiglio, imperò che tre mila duchati sono lo stato d’ongni huomo. E più intendo che il podere non è universale non fa holio, non v’è lengnie, non tiene bestie, e el vino che fa bisongnia chuocierlo che vagliono più le lengnie che ‘l vino, e ciento barili tornano venti cinque. Per tanto, abbine buono chonsiglio, e pensa dove si smaltiscie chotesto vino, e quanta servitù bisongnia a chuocierlo e a chondurlo.

Se fussi una chompera che tu fussi inghannato ciento fiorini, io direi ‘Lasciati inghannare’; ma chotesta mi pare una spesa da non si lasciare inghannare, perché io penso che chotesta sia uno inghanno di più di ciento fiorini.

Nondimancho fa’ quanto ti pare e quanto tu se’ chonsigliato; e sopra tutto fa’ d’avere buono chonsiglio chon chotesto Piero. Io ti schrivo quanto l’animo mi dicie; nondimancho io mi potrei inghannare, e ‘1 mio oppennione potrebbe essere falso.

Tu che ài veduto puoi giudichare el chaso in verità. Io non so quello mi dicho, perché non ò veduto, ma parlo in su quello che già ò sentito. Non ghuardare a mme, se ti piacie, ma sopra tutto va’ chop buono chonsiglio.

Altro per questa. Christo ti ghuardi. A dì 2 di magio 1521. Lodovicho a Sectigniano. Michelangniolo di Lodovico. In Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi lascia, prima di salutarvi, il dipinto di Signorini con un giardino di Settignano.

Giardino-a-Settignano-di-Signorini.jpg

A far del bene ai micci…

Questa è la lettera che scrissi a Pietro Grondi nel gennaio del 1524 in merito alla posizione di un certo Stefano. Era un mio collaboratore quando lavoravo alla Sagrestia Nuova ma lo avevo assunto più per pietà che per la stima che nutrivo nei suoi confronti. Non solo non era tanto capace di fare il mestiere suo, ma si lamentava sempre e non era mai contento. Un lavativo insomma che però non potevo licenziare per non essere poi additato come un personaggio poco raccomandabile.

Come si dice qua, a far del bene ai micci c’è da prendere solo dei calci.

Firenze, 26 Gennaio 1524

Piero, el povero ingrato à questa natura, che se voi lo sovvenite ne’ sua bisogni, dice che quel tanto che gli date a voi avanzava, se lLo mectete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri forzato, e per non la saper far voi v’avete messo lui; e tucti e’ benifiti[i] che e’ riceve, dice che è per necessità del benifichatore.

E quando e’ benifiti[i] ricievuti sono eviddenti, che e’ non si posson negare, l’ingrato aspecta tanto, che quello da chi egli à ricievuto el bene chaschi in qua[l]che errore publicho, che gli sia ochaxione a dirne male che gli sia creduto, per isciorsi dall’obrigo che e’ gli pare avere.

Chosì è sempre intervenuto chontra di me; e non si impacciò mai nessuno mecho – io dicho d’artigiani -, che io non gli abi facto bene chon tucto el chuore poi, sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e’ dichon che io ò, che non nuoce se non a mme, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi, che è el premio di tucti gl’uomini da bene.

Io vi scrivo sopra e’ ragionamenti di iersera, e sopra e’ chasi di Stefano. Io insino a qui non l’ò messo in luogho, che se io non vi potevo essere io, i’ non n’avessi trovato un altro da mectervi; tucto ò facto per fargli bene e non per mia utilità, ma per sua e chosì ultimamente.

Ciò che io fo, fo per suo bene, perché ò facto impresa di fargli bene e non la posso lasciare. E non creda o non dicha che io lo facci per mia bisognio, ché gratia di Dio non mi mancha uomini, e sse l’ò stimolato a questi dì più che l’ordinario, l’ò facto perché io sono anchora io più obrigato che l’ordinario, e èmmi forza intendere se e’ può e sse e’ vuole o se e’ sa servirmi, per potere pensare a’ chasi mia. E

non veggiendo molto chiaro l’animo suo, richiesi iersera voi che fussi mezzo a farmi intendere l’oppenione suo, e sse e’ sa fare quello di che io lo richiegho, e se e’ può o se e’ vuole, e se e’ sa e vuole e può che voi intendessi da lLui quello che e’ vuole el mese a essere sopra e’ garzzoni e insegniare lor fare la materia e quello che io ordinerò; e e’ gharzoni gli ò a pagare io.

Io vi richiesi iersera di questo, e di nuovo ve ne priegho che voi mi facciate intendere, chome è decto, l’animo suo; e non vi maravigliate che io mi sia messo a schrivervi simil cosa, perché e’ m’importa assai per più rispecti, e massimo per questo che se io lo lasciassi sanza g[i]ustificharmi e mectessi in suo luogho altri, sarei publichato infra e’ Piagnioni per maggiore traditore che fussi in questa terra, benché io avessi ragione. P

erò priego mi serviate. Io vi do chon sicurtà noia perché voi mostrate volermi bene. A dì venti sei gemnaio 1523. Michelagniolo schultore in Fire[n]ze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

26 gen 1524.jpg

TTG-Logo-Final white backgroundBook a Michelangelo tour and receive 5% off with Promo Code MB05AB

 

43 fiaschi di Trebbiano

Mangiare non era una mia passione. Da ragazzetto, la pratica che avevo di studiare i cadaveri di notte con quell’odore nauseabondo e la continua visione di quei corpi sezionati a lume di candela, m’avevano tolto l’appetito. Mangiavo il gusto per sopravvivere e dalla mia tavola erano bandite le carni. Qualche pesce ogni tanto ma poca roba, nemmeno quello m’andava tanto a genio.

A Roma non trovavo gli stessi formaggi, le stesse verdure e la frutta che potevo comprare a Firenze. Ero abituato a mangiare sempre le solite cose e la nostalgia di casa ce l’avevo soprattutto per il cibo. Puntualmente mi facevo spedire dal mi’ nipote Lionard quelle specialità che avevano il sapore di casa.

Ecco a voi una lettera che scrissi proprio al mi nipote non appena ricevetti da lui 43 fiaschi di trebbiano toscano.

Roma, 27 Giugno del 1562

Carissimo nipote, per questa vi aviso come ho recevuto il trebbiano che furno fiaschi 43, il quale mi è stato al solito grato.

Non vi maravigliate se io non vi scrivo, perché sono vechio, come sapete, et non posso durar fatica a scrivere. Io sono sano, il simile sperando de voi tutti.

Pregate Iddio per me. Se la Cassandra fa figliolo, porreteli nome Buonarroto; se sarà figliola, porretili nome Francesca. Altro non scrivo. Il Signor Iddio da mal vi guardi, et me insieme con voi.

Di Roma, il dì 27 de giugno 1562.Michelagniolo Buonarroti.A Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze.

Il vostro Michelangelo e le sue lettere

firenze_piccione.jpg

Speravo di tornare a Firenze in vecchiaia

Scartabellando un po’ di lettere, oggi mi sono ritrovato in mano questa che scrissi a Cornelia Colonelli che si trovava a Casteldurante. La signora Cornelia voleva mandarmi il su’ figliolo affinché gli insegnassi un po’ del mestiere mio. In quel momento però avevo assai da fare e l’età qualche acciacco me l’aveva regalato.

Anziano e stanco, al lavoro per il grandioso progetto della Basilica di San Pietro, speravo di portare a termine quell’impegno entro la fine dell’estate per potermene tornare su a Firenze dove avrei trascorso gli ultimi anni della mia vita.

Le cose però a volte vanno un po’ per conto suo senza tenere in considerazioni le speranze e i progetti ci ciascuno. Rimasi così a Roma e tornai a Firenze solo da morto.

Roma 28 Marzo 1557

Mal fa chi tanta fé sì tosto oblia.

Cornelia, io m’ero achorto che tuct’eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione. Ora, per l’ultima tua mi pare aver inteso il perché. Quando tu mi mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandar più altre cose, ma che i fazzolecti non erono ancor finiti; e io, perché non entrasi in ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere, sappiendo, anzi [dovendo] esser certa dell’amore ch’i’ porto ancora a Urbino, benché morto, e alle cose sua.

Circa al venir costà a veder te e’ pucti, o mandar qua Michelagniolo, è bisognio ch’io ti scriva in che termine io mi truovo. El mandar qua Michelagniolo non è al proposito, perché sto senza donne e senza governo, e ‘l pucto è troppo tenero per ancora, e potre’ nascerne cosa ch’i’ ne sarei molto mal contento e dipoi c’è ancora che ‘l duca di Firenze da un mese in qua, Sua Gratia, fa gran forza con grandissime oferte ch’i’ torni a Firenze. Io gli ò chiesto tempo tanto ch’io aconci qua le cose mia e che i’ lasci in buon termine la fabrica di Santo Pietro in modo che io stimo star qua tucta questa state; e aconcio le cose mia e le vostre circa al Monte della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perché son vechio e non ò tempo di più ritornare a rRoma.

E passerò di costà, e, volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze com più amore ch’e’ figl[i]uoli di Lionardo mio nipote, insegniandogli quello che io so che ‘l padre desiderava che gl’imparasi. Vostro di tucti voi Michelagniolo Buonarroti in Roma. Ieri, a dì venti secte di marzo, ebi l’ultima tua lectera.

IMG_20170128_092421.jpg

Per messer Tommaso

Vi ripropongo una lettera che scrissi da Firenze a Tommaso de’ Cavalieri che si trovava a Roma qualche annetto fa: era il 28 luglio del 1533.

Firenze, 28 luglio 1533

S(ignio)re mio caro,

se io non avessi creduto avervi in Roma facto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare’ paruta cosa strana, né mi sarea maraviglia il gran sospecto che voi mostrate per la vostra avere avuto, per non vi scrivere, che io non vi dimentichi. Ma non è cosa nuova, né da pigliarne ammiratione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rrovescio anch’ella perché quello che Vostra S(igniori)a dice a me, io l’arei a dire a quella; ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere.

Ma ssia come si vuole io so bene che io posso a quell’ora dimenticare il nome vostro, che ‘l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare il cibo di che io vivo, che nutri[s]ce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutriscie il corpo e l’anima, riempiendo l’uno e l’altra di tanta dolcezza, che né noia né timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire.

Pensate, se l’ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

11855828_431861443669639_1927027347872718390_n

Mai contenti

E non erano mai contenti. I mi fratelli e il mi babbo non perdevano occasione per elemosinare dinari quasi come se non glie ne dessi mai a sufficienza. Avevo a cuore la questione del prestigio familiare, il buon nome della famiglia. Davo loro denari affinché comprassero poderi o per che li investissero in altri modi fruttuoso. Invece spesso li sciupavano, facevano cattivi acquisti se non li guidavo di persona e poi avevano pure il coraggio di dire che non era sufficiente quello che davo loro. Che ingrati.

Ecco a voi una delle tante lettere che scrissi a Buonarroto, uno dei miei fratelli proprio in merito al denaro dato.

Roma, 22 settembre 1515

Buonarroto,

io t’ò scricto più volte el parer mio e chosì sono per far sempre, perché fo per bene nostro ciò che io fo, e benché tu abi un altro openione, questo non importa niente. Vero è che e’ non è da farsi beffe di nessuno, e lo star chon timore in questi tempi e provedersi per l’anima e pel corpo non può nuocere niente. Io arei charo che tu mi facessi pagar qua quel resto de’ danari, quando tu intendessi che e’ fussi tempo che e’ non se ne perdessi niente. Non altro.

Actendete a stare im pace, e quel che non si può fare, non si facci; se’ tempi sono chactivi, bisognia avere patienza. E pensate che ciò che io fo, fo per voi chome per me. A dì 22 di settembre 1515. Michelagniolo in Roma. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze.

alinari

Giovan Simone tu non mi piaci più

Che disastro il mi fratello Giovan Simone: disubbidiente e capriccioso come un bimbetto, insofferente e pure scialacquatore. Mi facevo in quattro per rendere la vita della famiglia a Firenze più che dignitosa ma lui pareva insensibile all’acquistare un po’ di prestigio economico e sociale.

Litigammo ferocemente e gli scrissi una lettera sdegnata dai toni tutt’altro che pacati ma ero davvero arrabbiato per quel fratello così sciocco che m’era capitato di avere come parente stretto. Ve la riporto a seguire: la scrissi da Roma il 30 giugno del 1509 ma credo che ancora che se la ricordi bene: quelle parole Giovan Simone ancora non le ha digerite ma per il semplice fatto che sapeva che avevo ragione.

Giovan Simonee’ si dice che chi fa bene al buono, il fa diventare migliore, e al tristo, diventa peggiore.

Io ò provato già più anni sono, con buone parole e chon facti, di ridurti al viver bene e im pace con tuo padre e con noi altri, e ctu peggiori tuctavia. Io non ti dico che tu sia tristo, ma tu sse’ i’ modo che tu non mi piaci più, né a me né agli altri.

Io ti potrei fare un lungo dischorso intorno a’ chasi tua, ma lle sarebon parole come l’altre che t’ò già facte; io, per abreviare, ti so dire per chosa cierta che tu non ài nulla al mondo, e lle spese e lla tornata di casa ti do io e òcti dato da qualche tempo in qua per l’amor de Dio, credendo che tu fussi mio fratello chome gli altri.

Ora io son cierto che tu non se’ mio fratello, perché, se ctu fussi, tu non minacceresti mio padre; anzi se’ una bestia, e io come bestia ti tracterò. Sappi che chi vede minacciare o dare al padre suo, è ctenuto a mectervi la vita; e basta.Io ti dicho che tu non ài nulla al mondo; e chom’io sento più u’ minimo che de’ casi tua, io verrò per le poste insino costà e mosterroti l’error tuo e insegnierocti stratiar la roba tua e fichar fuocho nelle case e ne’ poderi che tu [non] à’ guadagnati tu. Tu non se’ dove tu credi; se io vengo costà, io ti mosterrò cosa che tu ne piangierai a chald’ochi e chonoscierai in su quel che tu fondi la tua superbia.Io t’ò a dir questo anchor di nuovo, che se ctu voi actendere a far bene e a onorare e rriverir tuo padre, che io t’aiuterò chome gli altri, e farovi infra pocho tempo fare una buona boctega; quando tu non facci chosì, io sarò chostà e achoncierò i chasi tua i’ modo che tu chonoscierai ciò che tu se’ meglio che tu chonosciessi mai, e ssaperai ciò che tu ài al mondo, e vedra’lo in ongni luogo dove tu anderai. Non altro. Dov’io mancho di parole, superirò cho’ facti. Michelagniolo in Roma.

Io non posso fare che io non ti schriva ancora dua versi e questo è che io son ito da dodici anni in qua tapinando per tucta Italia, sopportato ogni vergogna, patito ogni stento, lacerato il corpo mio in ongni faticha, messa la vita propia a mille pericoli solo per aiutar la chasa mia; e ora che io ò cominciato a rrilevarla un poco, tu solo voglia esser quello che schompigli e rrovini in una ora quel che i’ ò facto in tanti anni e chon tanta faticha, al chorpo di Cristo, che non sarà vero! ché io sono per ischompigliare diecimila tua pari, quando e’ bisognerà. Or sia sa[vio], e non tentare chi à altra passione. A Giovan Simonedi Lodovicho Buonarroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi eterni casini

satiro.jpg