Bloccata la mostra ad Arezzo dalla Soprintendenza Archivistica

Poco tempo fa vi avevo annunciato che presto sarebbe stata organizzata una nuova mostra a Arezzo nella quale dovevano essere esposte lettere mie e del caro amico Giorgio Vasari appartenenti al grande archivio Vasari. Ebbene, la Soprintendenza Archivistica ha bloccato l’esposizione che avrebbe avuto  inizio l’8 marzo del 2018 all’interno della Fraternita dei Laici.

I fratelli Festari, proprietari dell’archivio però non ci stanno e pensano di organizzare per protesta la mostra con le teche vuote. Inoltre, dalla prossima settimana hanno intenzione di mettere online tutte le carte dell’archivio digitalizzate, inclusa la corrispondenza che riguarda me e Giorgio Vasari a beneficio di tutti.

La questione della proprietà dell’Archivio Vasari è una faccenda spinosa che va avanti da anni. La famiglia Festari ha portato avanti una lunga battaglia legale per il riconoscimento della sua proprietà mentre il Ministero per i Beni Culturali vuole l’esproprio. Non entro nel merito della faccenda perché anche se ho letto un po’ di carte sulla questione, non sono in grado di prendere posizione. Beh, certo un’opinione mia me la son fatta, non c’è dubbio.

Insomma, traendo le conclusioni la mostra non verrà fatta ma in compenso l’archivio già digitalizzato da tempo verrà messo online.

 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Tommaso: luce del secol nostro unica al mondo

Roma, 30 Novembre del 1532

Inconsideratamente, messer Tomao s(ignio)r mio karissimo, fui mosso a scrivere a Vostra S(igniori)a, non per risposta d’alcuna vostra che ricievuta avesse, ma primo a muovere, come se creduto m’avesse passare con le piante asciucte un picciol fiume, o vero per poca aqqua un manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol fiume abbi trovato, ma l’occeano con soprastante onde m’è apparito inanzi, tanto che se potessi, per non esser in tucto da quelle sommerso, alla spiaggia ond’io prima parti’ volentieri mi ritornerei. Ma poi che son qui, fareno del cuor rocha e andereno inanzi; e se io non arò l’arte del navicare per l’onde del mare del vostro valoroso ingegnio, quello mi scuserà, né si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, né desiderrà da mme quello che in me non è perché chi è solo in ogni cosa, in cosa alcuna non può aver compagni.

Però Vostra S(igniori)a, luce del secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi d’opera d’alcuno altro, non avendo pari né simile a ssé. E se pure delle cose mia, che io spero e promecto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più aventurata che buona; e quand’io abbi mai a esser certo di piacere, come è decto, in alcuna cossa a Vostra S(ignori)a, il tempo presente, con tucto quello che per me à a venire, donerò a quella, e dorrami molto forte non potere riavere il passato, per quella servire assai più lungamente che solo con l’avenire, che sarà poco, perché son troppo vechio.

Non altro che dirmi. Leggiete il cuore e non la lectera, perché ‘la penna al buon voler non può gir presso’. Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perché ò chonosciuto poi in quanto errore i’ fui; perché, quanto è da maravigliarsi che Dio facci miracoli, tant’è che Roma produca uomini divini. E di questo l’universo ne può far fede.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, perdutamente innamorato di Tommaso de’ Cavalieri, forse ancor prima di conoscerlo.

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La Madonna di Bruges al porto di Viareggio

Il tempo modifica, cambia, stravolge persone, cose e luoghi. Il porto di Viareggio oggi è diverso da ieri. Non solo accoglie un gran numero di yacht lussuosi provenienti da ogni angolo del mondo, ma la sua cantieristica è fra le più apprezzate proprio per la realizzazione di imbarcazioni a cinque stelle destinate a danarosi personaggi.

Un tempo però mica era così, come v’ho accennato, pare che tutto sia destinato a cambiare in qualche modo e non è detto che i cambiamenti siano sempre in positivo. Il porto di Viareggio era un porto di carico e scarico merci. Anche di là son partiti parecchi marmi, caricati sui bastimenti e arrivati chissà dove.

Sapete, anche la mia Madonna di Bruges venne imbarcata al porto di Viareggio alla volta delle Fiandre. Giovanni Balducci mi scrisse una lettera datata 14 agosto del 1506 nella quale in pratica mi chiedeva il nulla osta ( ma anche i danari) per far arrivare la Madonna da Firenze a Viareggio e da lì poi imbarcarla alla volta della sua destinazione finale. Ad occuparsi dei vari spostamenti sul campo sarebbe stato un uomo dabbene, come si diceva al tempo ovvero un uomo fidato: Francesco del Pugliese. Come vi ho detto in più occasioni la paura mia non era esclusivamente quella che l’opera in qualche modo potesse rovinarsi durante il trasporto, ma bensì che rimanesse segreta. Insomma, nessuno doveva vederla per poterla copiare.

Roma, 14 agosto del 1506

Michelagnolo carissimo, resto avisato chome Francesco del Pugl[i]ese arebbe chomodità al mandarla a Vioreggio, e da Vioreggio in Fiandra.

La qual chosa mi sarebbe piacere grande, che la chosa pasassi per mano di huomo da bene quale è lui. Per tanto vi dicho che, volendo Francesco del Pugl[i]ese pigl[i]are la chura di mandarla a Vioreggio, e da Vioregio in Fiandra, lien’aloghiate. El pregio farete d’achordo, ché lui è homo da bene e non vorrà se non l’onesto; e tutto che farete afermerò per ben fatto, che son cierto farete megl[i]o non vi saperò dire.

E quando chon lui siate d’achordo, la adirizate in Fiandra, cioè a Bruggia, a’ rede di Giovanni e Alexandro Moscheroni e compagni, chome chosa loro. E quando Francesco non potessi mandarla in Fiandra, la mandate a Vioregio a Giuliano d’Adamo, per seghuirne l’ordine de’ Bonvisi di Lucha; e tutto che spendete vi fate paghare a Bonifazio Fazzi e compagni, con darne avixo.

E di tanta brigha pigl[i]ate per me abiate pazienza, ché non si può fare non si serva li amici e piglisi sichurtà di chi si vuol bene a ristorarvi. Richordovi son senpre vostro. Che Christo vi guardi. Vostro Giovanni Balducci in Roma.Domino Michelagnolo Bonaroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti che prima di salutarvi vi regala una foto del brigantino goletta Ester di Viareggio costruito nel 1899 da Gino Benetti. Un omaggio a Viareggio, ai suoi marinai e ai suoi maestri d’ascia e calafati.

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La mia ultima lettera

L’ultima lettera che scrissi di mano mia fu quella indirizzata al mio caro nipote Lionardo, recante la data del 28 gennaio del 1563. In quelle poche righe lo ringraziai per avermi mandato dei formaggi di sua senza che glie li avessi richiesti: in fondo aveva un buon cuore quel ragazzo. Stringere una penna fra le dita per scrivere con una grafia decifrabile era diventato faticoso. Mi destreggiavo meglio con martello e scalpello che con la scrittura alla fine del corso della vita mia. Gli acciacchi aumentavano giorno dopo giorno, se non di numero di intensità.

Lionardo ricevette successivamente poi un’altra carta ma che scrisse Daniele da Volterra: io solo misi la firma in calce. Daniele la scrisse solo quattro giorni prima che morissi pregando il mnipote mio di venir presto al mio capezzale prima che fosse troppo tardi. E in effetti Lionardo arrivò a Roma solo poco dopo che me ne ero andato io.

Roma, 28 Gennaio 1563

Lionardo, ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni te ne ringratio, rallegrandomi del vostro buon essere, e ‘l simile è di me. E avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato perché la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io soctoscriverò. Altro non m’achade.Di Roma, a dì 28 di dicembre 1563.Io Michelagniolo Buonarroti.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

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Cose da fare: comprare zucchero rosso

Chi è entrato in possesso del mio patrimonio ha avuto l’accortezza di conservare con la dovuta cura tutto ciò che ha trovato nascosto nei cassetti, sparpagliato chissà dove. Mi fa sorridere il fatto che anche i miei garzoni non abbian buttato al vento nulla di quello che gli diedi, liste della spesa comprese.

C’è n’è una molto famosa che riporta una serie di cose da comprare affiancata dal disegno fatto per un ragazzotto non troppo avvezzo ad avere a che fare con lettere e parole. Oltre a quella però ne esistono molte altre e alcune davvero singolari con note aggiuntive curiose.

Oggi vi propongo questa che vi riporto a seguire. Non mi ricordo quando scrissi questa lista né dove mi trovassi ma se chiudo gli occhi ancora mi pare di risentire in bocca il sapore di quel pane cotto a legna.

“…facti dare una pera chotogna bella e matura, porta un pocho di zuchero rosso, quattro pani dal fornaio, due libre di chastrone, dì a lLodovicho che io sto assai bene e che facci conto chollo spetiale e che lo levi e faccilo tassare, e lunedì credo che io tornerò e pagherollo, dì a Gismondo se ci potessi venire domenica e portar da radere che io l’arei caro.”

Sempre su questo foglietto c’è un’altra scritta in calce, una nota che scrisse Pietro Urbano. La nota recita così: “Del filo e un ago e le mia chalze e del panno per raconciare; zuchero ce n’è”.  Probabilmente era lui il destinatario della lista con le cose da comprare e s’appuntò anche un par di oggettini per lui.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta lasciandovi una foto scattata da Antonio di Santo direttamente dal set del Monte Altissimo di Konchalovsky di “Il Peccato”…il nuovo film sulla vita mia

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Mai prestare qualcosa agli sconosciuti: meglio regalare

Se avete intenzione di prestare qualcosa che vi sta a cuore a uno sconosciuto mettete in conto in fin da subito che forse non lo riavrete mai più. Parlo per esperienza personale: si narra che fossi tirchio però prestavo denaro e non certo a scopo di strozzinaggio, sostentavo tutta la famiglia mia e ai miei garzoni regalavo continuamente cose. Feci anche la dote alla figliola di un pover’uomo donandogli i canapi che erano serviti per allestire il laborioso e poco sicuro ponteggio del Bramante ma questa è un’altra storia che vi racconterò in un’altra occasione.

Vi ho fatto questo preambolo prima di mostrarvi la lettera che scrissi al Capitano di Custodia il 30 aprile del 1518 per fargli presente la situazione e affinché intervenisse in questa faccenda facendomi riavere i miei quattrini.

In pratica un pittore che si sentiva poco apprezzato per il suo lavoro (e una ragione ci sarà pure stata se oggi quasi nessuno si ricorda di lui), Luca da Cortona, venne in quel di Roma durante il primo anno del pontificato di papa Leone X. Venne da me e fra un discorso e l’altro mi chiese 40 Giuli.

Non contento, un po’ di tempo dopo, venne a farmi visita in casa mia a Macel de’ Corvi mentre stavo lavorando allo Schiavo Ribelle e volle altri soldi. Gli diedi pure quelli ma poi non me li rese mai ma ci teneva al suo apparente onore: andava declamando ai quattro venti che mi aveva ridato fino all’ultimo centesimo. Che bugiardo. Oltre al danno anche la beffa. Durante la sua ultima visita non stavo bene e faticavo a lavorare tutto acciaccato com’ero. Luca da Cortona mi guardò sorridendo e mi disse “Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo a pigliarti le braccia e t’aiuteranno”...s’avessi saputo prima di che pasta era fatto, col piffero che gl’avrei prestato quei soldi.

Firenze 30 aprile del 1518

S(ignor)e Chapitano, send’io a rRoma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Lucha da Chortona pictore, e rischontrandolo un dì a presso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere no’ mi richordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliata la testa per amore della casa de’ Medici, e che gli parea, chome dire?, non essere richonosciuto; e dissemi altre simil cose che io non mi richordo. E sopra a questi ragionamenti mi richiese di quaranta iuli e mostròmi dov’io gniene avevo a mandare, cioè in bocte[ga] d’uno che fa lle scharpe, dov’io credo che lui si tornava.

E io, non avendo danari a chanto, m’ero oferto di mandargniene, e così feci. Subito che io fui a chasa, io gli mandai e’ decti quaranta g[i]uli per uno mio garzone che si chiama o vero à nnome Silvio, el quale credo che sia oggi in Roma. Dipoi, forse non riusciendo al decto maestro Lucha el suo disegnio, passati alquanti giorni venne a chasa mia dal Macello de’ Chorvi, nella casa che io tengo anchora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo ricta, alta quatro braccia, che à le mani drieto, e do[l]fesi mecho e richiesemi d’altri quaranta g[i]uli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in chamera e porta’gli quaranta g[i]uli, presente una fante bologniese che stava mecho, e anche credo che e’ v’era el sopra decto garzone che gli aveva portati gli altri; e preso ‘decti danari, s’andò chon Dio.

Non l’ò ma’ poi rivisto. Ma send’io allora mal sano, inanzi che decto maestro Lucha si partissi di chasa mi dolfi seco del non potere lavorare, e llui mi disse ‘Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo [a pi]gliarti le braccia e t’aiuteranno’. Questo vi scrivo io perché, [se le] decte cose fussino riplichate a decto maestro Lucha […], se ne richorderebe e non direbbe avermegli renduti, [chome la Vo]stra S(ignori)a schrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi s[chrivete] anchora che credete che e’ me gli abi renduti.

Questo non è [vero, a meno] che io sia uno grandissimo ribaldo, e chosì sarebe [se io cerchassi] di riavere quello che io avessi riavuto. Ma lla Vo[stra Signoria …] ciò che lla vuole; io gli ò a rriavere, e chosì g[i]uro. S[e la Vostra Signoria …] fare ragione, lo può fare, quanto che no. A s[…] Chapitano.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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L’uomo non deve ridere quando tutto il mondo piange

Oggi voglio proporvi la lettera che scrissi al Vasari da Roma il 31 Marzo del 1554. E’ una delle tante che ci scambiammo durante il corso degli anni. Nella sua precedente carta m’aveva detto d’aver visto Lionardo quasi rinato e un po’ mi dispiacque per quella sua insensata allegrezza quando tutt’attorno c’era parecchia disperazione.

Roma 31 Marzo del 1554

Messer Giorgio amico caro, io ò avuto grandissimo piacere della vostra, visto che pure ancora vi ricordate del povero vechio, e più per esservi trovato al trionfo che mi scrivete d’aver visto rinnovare un altro Buonarroto, del quale aviso vi ringratio quanto so e po[sso]; ma ben mi dispiace tal pompa, perché l’uomo non de’ ridere quande ‘l mondo tucto piange.

Però mi pare che Lionardo abbi molto poco g[i]udicio, e massimo per far tanta festa d’uno che nasce, con quella allegrezza che s’à a serbare a la mor[t]e di chi è ben vissuto. Altro non m’achade.

Vi ringratio sommamente dell’amor che mi portate, benché io no ne sia degnio. Le cose di qua stanno pur così. A dì non so quanti d’aprile 1554.Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.Al mio caro amico messer Giorgio Vasari in Fiorenza.

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Al mi babbo, da Roma

Arrivai a Roma per la prima volta il 25 luglio del 1496. Il cardinale Riario, vittima della truffa allestita da un antiquario poco onesto che aveva anticato un mio cupido dormiente, volle conoscermi. Ebbe così inizio sul serio la mia carriera artistica: se con il Bacco iniziai a farmi conoscere nell’ambiente dei grandi mecenati, con la Pietà Vaticana divenni lo scultore più ricercato e apprezzato del momento.

Vi riporto la prima lettera che scrissi da Roma a mio padre o perlomeno la più datata che sia stata rintracciata.

Roma, 1 luglio del 1497

Reverendissimo e charo padre,

non vi maravigliate che io non torni, perché io non ò potuto ancora achonciare e’ fatti mia col Cardinale, e partir no’ mi voglio se prima io non son sodisfatto e rremunerato della fatica mia; e con questi gra’ maestri bisogna andare adagio, perché non si possono sforzare.

Ma credo in ogni modo di questa settimana che viene essere sbrigato d’ogni cosa. Avisovi come fra Glionardo ritornò qua a rRoma, che dicie che gli era bisognato fuggire da Viterbo e che gli era statto tolto la cappa e voleva venire chostà; onde io gli detti un ducato d’oro che mi chiese per venire, e chredo che ‘1 dobiate sapere, perché debe esser giunto costà. Io non so che mi vi dire altro, perché sto sospeso e non so ancora come la s’andrà; ma presto spero esser da voi. Sano così spero di voi.

Raccomandatemi agli amici. Michelagniolo scultore in Roma. Domino Lodovicho Buonarroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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Chi m’ha tolto giovinezza, onore e roba mi chiama ladro

Il 24 ottobre del 1542 scrissi forse la lettera più lunga di tutto il mio carteggio. Nonostante alcune sue parti siano molto note e citate spesso, il destinatario è un monsignore anonimo. Ve la riporto a seguire per farvela leggere e comprendere meglio quante noie abbia avuto per la sepoltura di Giulio II. Pure di strozzinaggio m’accusava questo tale.

Ve l’ho detto, non sbuffate: è lunga quanto un romanzo ma vale la pena conoscerla per capire le mie tribolazioni terrene.

Monsignor, la Vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga et non dubiti di niente.

Io rispondo che si dipigne col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell’utimo contratto non viene; e per vigore dell’altro, fatto presente Clemente, sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo.

Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato, presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia et questo fu che, mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gian Maria da Modonna inbasciadore fu col notaio et fecielo distendere a suo modo; in modo che, quand’io tornai e che io lo riscossi, vi trovai sù più mille ducati che non si era rimasto; trova’vi sù la casa dov’io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi, che Clemente non gli are’ sopportati.

Et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa e fare appiccare il notaio; io non volsi, perché non restavo obrigato a cosa che io non l’avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d’avere avuti i danari che detto contratto dicie et che disse Gian Maria che trovava che io havevo havuti.

Ma pogniamo che io li habbia havuti, poi che io gli ò confessati et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d’ogni cosa, e veghasi quello ch’ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch’io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et veghasi quello che io merito.

Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto havere cinque milia scudi. Io dico ancora questo che io ò auto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo ghovernare, che, se non fussi quello che m’à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame.

E secondo questi imbasciadori, e’ pare che e’ mi abbi aricchito et che io habbi rubato l’altare, e fanno un gran romore et io saprei trovare la via da fargli stare cheti, ma non ci sono buono. Gia’ Maria, imbasciadore a ttempo del Duca vechio, poi che fu fatto il contratto sopra detto, presente Clemente, tornando io da Firenze e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse che, se io volevo fare un gram piaci[e]re al Duca, che io m’andassi con Dio, ch’e’ non si curava di sepultura, ma che haveva ben per male che io servissi papa Pagolo.

Allora conobbi per quel che gli aveva messa la casa in sul contratto per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore; sì che si vede a quel che ucciellano e fanno verghogna a’ nimici, a’ loro padroni. Questo che è venuto adesso ciercò prima quello che io avevo a Firenze, che e’ volessi vedere a che porto era la sepultura.

Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepoltura, con la difesa quant’ò potuto com papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m’à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tre mila scudi d’entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m’ingiegno d’impoverire.

Ma, per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo io dipignerò mal contento et farò cose mal contente. Ò scritto questo a Vostra Signoria, perché, quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche arei caro che il Papa l’intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m’è fatta. Chi à intendere, intenda.

Servitore di Vostra Signoria Michelagniolo. Anchora mi occorre cose da dire e questo è che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi; come se papa Iulio mi avessi innanzi conti octo milia ducati.

I danari che ò auti per la sepultura, vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s’apressa alla somma che harebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente. Perché il primo anno di Iulio che m’alloghò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare e’ marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove havevo le stanze dreto a Santa Catherina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sua sepultura in vita et mesemi a dipignere;

dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de’ danari della sepultura, che non avevo altra entrata. Poi, dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma magior cosa, ond’io condussi e’ marmi al Maciello de’ Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola et feci le fighure che ò in casa.

In questo tempo papa Leone, non volendo che io faciessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis, onde e’ mi dette a forza licienzia, con questo, che a ffirenze io faciessi detta sepultura di Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facci[a]ta di San Lorenzo, non vi havendo marmi per la sepultura di Iulio ritornai a cCarrara et stettivi tredici mesi et condussi per detta sepultura tucti e’ marmi in Firenze, et mura’vi una stanza per farla et cominciai a llavorare.

In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d’Aleria, a ssollecitarmi et vidde la stanza et tutti i detti marmi e fighure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch’i’ lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi Clemente, non mi lasciò seghuitare et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente, onde, sua presenza, si fe’ poi l’utimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d’ora, dove fu messo che io havevo ricieuti gli otto milia ducati che e’ dicono che io ò prestati a usura.

Et io voglio confessare un peccato a Vostra Signoria, che, essendo a cCarrara, quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e’ danari, spesi mille scudi ne’ marmi di detta opera che m’avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato et a llui detti parole, mostrando difìcultà; et questo facievo per l’amore che portavo a detta opera, di che ne son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.

Io scrivo questa storia a Vostra Signoria, perché ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Pier Giovanni, che dicie che m’à avuto a difendere; e ancora che, quando Vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perché io scrivo il vero. A presso degli omini, non dico di Dio, mi tengo huomo da bene, perché non inghannai mai persona, e ancora perché a difendermi da’ tristi bisogna qualche volta diventar pazzo, come vedete.

Prego Vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scripte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l’arei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perché scrivo il vero, e molto manco di quello che è, et non sono ladrone usuraio, ma sono cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene, et non sono da Chagli.

Poi ch’io ebbi scripto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d’Urbino, cioè che, s’io voglio che la retificazione vengha, che io acconci la coscienzia mia. Io dico che e’ s’à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e’ v’à dentro. Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che, poi che e’ si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo cierte barche di marmi a Ripa che più tempo inanzi avevo hordinate a cCarrara, non possendo havere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera, mi bisognò, per pagare i noli, o ciento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare i noli [dei] sopra detti marmi; et venendo, in questo tempo, scarpellini da Fiorenza i quali havevo hordinati per detta sepultura, de’ quali ne è ancora vivi qualchuno, et havendo fornita la casa che m’aveva data Iulio, dietro a Santa Caterina, di letti et altre masseritie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza danari essere molto impacciato;

et stringiendo il Papa a seghuitare il più ch’i’ potevo, mi fecie una mattina, che io ero per par[l]argli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese, che vidde questo acto, disse al palafreniere ‘Voi non conosciete costui?‘, el palafreniere mi disse ‘Perdonatemi, gentilhomo, io ho commessione di fare così’. Io me ne andai a casa e scripsi questo al Papa ‘Beatissimo Padre, io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della Vostra Santità, onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma’. E mandai questa lettera a messere Agostino scalco, che la dessi al Papa, et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facievami masseritie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro ‘Andate per un giudeo e vendete ciò che è in questa casa et venitevene a ffirenze’.

Et io andai et montai in sulle poste et anda’mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e’ quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte e presentornomi una lettera del Papa, la quale dicieva ‘Subito visto la presente, sopto pena della nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma’. Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d’avermi trovato. Risposi al Papa che ogni volta che m’osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d’avermi mai.

E standomi dipoi in Firenze, mandò detto Iulio tre brevi alla Signoria. All’utimo la Signoria mandò per me e dissemi ‘Noi non vogliamo pigliare la ghuerra per te contra papa Iulio bisogna che tu te ne vadi, et se tu vuoi ritornare a llui, noi ti faremo lettere di tanta autorità che, quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria’. Et così mi fecie et ritornai al Papa; et quel che seghuì sarie lungho a dire.

Basta che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perché, partito che io fui di Roma, ne fu gran romore con verghogna del Papa; et quasi tutti e’ marmi che io havevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli, ond’io n’ebbi a rifare un’altra volta in modo ch’io dico a’ fermo che, o di danni o interessi, io resto havere dalle rede di papa Iulio cinque milia ducati; et chi mi à tolto tutta la mia giovineza et l’honore e la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scripto innanzi, l’imbasciadore d’Urbino mi manda a dire che io acconci la coscienzia mia prima, e poi verrà la retificagione del Duca.

Innanzi che e’ mi faciessi dipositare 1400 ducati non dicieva così! In queste cose ch’io scrivo, solo posso errare ne’ tempi dal prima al poi ogni altra cosa è vera meglio ch’io non scrivo. Prego Vostra Signoria, per l’amor di Dio e della verità, quando à tempo, legha queste cose, acciò, quando achadessi, mi possa col Papa difendermi da questi che dico’ mal di me senza notitia di cosa alcuna e che m’ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo, con le false informazioni.

Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino; et questa fu causa che non e’ seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi. Et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che haveva dell’arte, l’aveva da me.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suo carteggio

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La discendenza dai Conti di Canossa: tutta colpa di una lettera

Che c’incastro io con i Conti di Canossa? Ebbene, prendetevi una sedia comoda e iniziate a leggere: la storia è lunga e parecchio interessante.

Ascanio Condivi iniziò la mia biografia menzionando proprio ai Conti di Canossa, una nobile famiglia di Reggio. E’ cosa nota che quel testo fu scritto sotto la mia supervisione ma mi guardai bene dallo smentire le origini nobili. In fondo la mia famiglia aveva un passato glorioso ma quando venni alla luce io, era caduta da tempo in disgrazia.

Michelagnol Buonarroti Pittore e Scultore singulare, hebbe l’origin sua da Conti da Canossa, nobile & illustre famiglia del tenitorio di Reggio, sì per virtù propria, & antichità, sì per hauer fatto parentado col sangue imperiale”. Così inizia il Condivi la mia biografia. Ma perché affermava quella cosa? Da dove era nata la diceria che fossi imparentato a quella famiglia lì?

Ebbene, l’8 Ottobre del 1520, il conte Alessandro di Canossa mi inviò una lettera da Bianello a Roma, appellandomi come parente onorando. Tutto nacque da lì: con quella lettera mi venne affibbiata in pratica una discendenza che non mi apparteneva ma della quale mi appropriai con molto piacere.

Parente honorando, son stato in nome vostro visitato da Zoane da Regio depintore, che mi è stato molto grato; ma più mi saria stato caro havervi veduto presentialmente, et che fusti venuto ad cognoscere li vostri et casa vostra.

Et se havessi saputo quando venisti a Carara, saria venuto ad sforzarvi ad venire qui alla caxa, ad cognoscerla et golderla qualchi dì cum noi. Vi offerischo per sempre quello habiamo, el conte Alberto mio fratello et mi; et se per voi possiamo qualche cossa, sempre saremo parati ad farvi apiacere, et vogliamo che vi possiate valere de noi et de tuto quello havemo como noi medemi, cum confortarvi che una qualche volta vogliate venire ad conoscere la casa vostra.

Et altro non mi accadendo dire, in vostra bona gratia mi raccomando. Bemché so non bisogna, vi racomando Zoane presente latore, quale vi è araldo. A Bianello de le Quatro Castelle, a dì VIII octobre MDXX.

Recercando in le cosse nostre antique ho trovato uno messer Simone da Canossa essere stato podestà de Fiorenza, como ho facto intendere al prefato Zoane. Vostro bom parente Alexandro da Canossa, conte ecc. Al mio molto amato et parente honorando messer Michelle Angelo Bonaroto de [Cano]ssa sculptoro dignissimo, in Roma. Rome.

Il conte scrive, fra le altre cose, di aver trovato fra carte antiche il nome di un certo Simone da Canossa che avrebbe svolto il ruolo di podestà a Firenze. In realtà questo Simone da Canossa pare non sia mai esistito ma è proprio su questa affermazione scritta dal conte che si fonda la diceria che fossi un discendente di questa nobile famiglia.

Certo c’ho messo del mio per far credere di appartenere a questa stirpe. O meglio, mi piaceva crederci davvero e ne facevo menzione anche nelle lettere successive indirizzate al mi nipote Lionardo: “…perché noi sian pure cictadini discesi di nobilissima stirpe“.

Dopo la mia morte, la storia della discendenza dai Conti di Canossa, che per altro fa acqua da tutte le parti, fu rafforzata sempre di più. Benedetto Varchi, con la sua pomposa orazione funebre, ribadì il concetto. E’ risaputo che una cosa detta più volte appaia come vera anche se vera, dopotutto, non lo è.

 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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