Antonioni: “Lo sguardo di Michelangelo”

Nel 2004 il regista Michelangelo Antonioni girò un interessante cortometraggio dedicato alla Tomba di Giulio II. Una sorta di film muto in versione ridotta nel quale a parlare sono le immagini. Antonioni alla bellezza di 92 anni debuttò come attore proprio in questo suggestivo capolavoro.

Guardatelo dall’inizio alla fine…ne vale la pena.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Com’a morte era nata

  S’è ver, com’è, che dopo il corpo viva,
da quel disciolta, c’a mal grado regge
sol per divina legge,
l’alma e non prima, allor sol è beata;
po’ che per morte diva
è fatta sì, com’a morte era nata.
    Dunche, sine peccata,
in riso ogni suo doglia
preschiver debbe alcun del suo defunto,
se da fragile spoglia
fuor di miseria in vera pace è giunto
de l’ultim’ora o punto.
Tant’esser de’ dell’amico ‘l desio,
quante men val fruir terra che Dio.

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Foto di Andrea Jemolo

Io e quel terribile Papa Carafa

Oggi vi propongo questo intervento di Antonio Forcellino all’Accademia di San Luca di Roma che vale la pena ascoltare. In occasione del 450° anniversario della mia morte, l’Accademia di San Luca organizzò un importante incontro per celebrare la mia produzione artistica e alcune particolarità della vita mia.

Forcellino affronta il mio rapporto con gli Spirituali e le forti tensioni che c’erano fra me e papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa. Carafa era un tremendo censore, un austero inquisitore e con lui rischiai sul serio di finire alla forca. Fu proprio papa Carafa ad accentrare il potere inquisitorio sotto il potere papale con l’istituzione della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione con la bolla del 21 luglio del 1542.

Guardate questo video e comprenderete qualcosa di fondamentale anche sulla mia produzione artistica, in particolare sul cambio di posizione del Mosè e sugli affreschi paolini.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Chi m’ha tolto giovinezza, onore e roba mi chiama ladro

Il 24 ottobre del 1542 scrissi forse la lettera più lunga di tutto il mio carteggio. Nonostante alcune sue parti siano molto note e citate spesso, il destinatario è un monsignore anonimo. Ve la riporto a seguire per farvela leggere e comprendere meglio quante noie abbia avuto per la sepoltura di Giulio II. Pure di strozzinaggio m’accusava questo tale.

Ve l’ho detto, non sbuffate: è lunga quanto un romanzo ma vale la pena conoscerla per capire le mie tribolazioni terrene.

Monsignor, la Vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga et non dubiti di niente.

Io rispondo che si dipigne col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell’utimo contratto non viene; e per vigore dell’altro, fatto presente Clemente, sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo.

Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato, presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia et questo fu che, mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gian Maria da Modonna inbasciadore fu col notaio et fecielo distendere a suo modo; in modo che, quand’io tornai e che io lo riscossi, vi trovai sù più mille ducati che non si era rimasto; trova’vi sù la casa dov’io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi, che Clemente non gli are’ sopportati.

Et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa e fare appiccare il notaio; io non volsi, perché non restavo obrigato a cosa che io non l’avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d’avere avuti i danari che detto contratto dicie et che disse Gian Maria che trovava che io havevo havuti.

Ma pogniamo che io li habbia havuti, poi che io gli ò confessati et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d’ogni cosa, e veghasi quello ch’ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch’io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et veghasi quello che io merito.

Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto havere cinque milia scudi. Io dico ancora questo che io ò auto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo ghovernare, che, se non fussi quello che m’à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame.

E secondo questi imbasciadori, e’ pare che e’ mi abbi aricchito et che io habbi rubato l’altare, e fanno un gran romore et io saprei trovare la via da fargli stare cheti, ma non ci sono buono. Gia’ Maria, imbasciadore a ttempo del Duca vechio, poi che fu fatto il contratto sopra detto, presente Clemente, tornando io da Firenze e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse che, se io volevo fare un gram piaci[e]re al Duca, che io m’andassi con Dio, ch’e’ non si curava di sepultura, ma che haveva ben per male che io servissi papa Pagolo.

Allora conobbi per quel che gli aveva messa la casa in sul contratto per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore; sì che si vede a quel che ucciellano e fanno verghogna a’ nimici, a’ loro padroni. Questo che è venuto adesso ciercò prima quello che io avevo a Firenze, che e’ volessi vedere a che porto era la sepultura.

Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepoltura, con la difesa quant’ò potuto com papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m’à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tre mila scudi d’entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m’ingiegno d’impoverire.

Ma, per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo io dipignerò mal contento et farò cose mal contente. Ò scritto questo a Vostra Signoria, perché, quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche arei caro che il Papa l’intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m’è fatta. Chi à intendere, intenda.

Servitore di Vostra Signoria Michelagniolo. Anchora mi occorre cose da dire e questo è che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi; come se papa Iulio mi avessi innanzi conti octo milia ducati.

I danari che ò auti per la sepultura, vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s’apressa alla somma che harebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente. Perché il primo anno di Iulio che m’alloghò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare e’ marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove havevo le stanze dreto a Santa Catherina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sua sepultura in vita et mesemi a dipignere;

dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de’ danari della sepultura, che non avevo altra entrata. Poi, dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma magior cosa, ond’io condussi e’ marmi al Maciello de’ Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola et feci le fighure che ò in casa.

In questo tempo papa Leone, non volendo che io faciessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis, onde e’ mi dette a forza licienzia, con questo, che a ffirenze io faciessi detta sepultura di Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facci[a]ta di San Lorenzo, non vi havendo marmi per la sepultura di Iulio ritornai a cCarrara et stettivi tredici mesi et condussi per detta sepultura tucti e’ marmi in Firenze, et mura’vi una stanza per farla et cominciai a llavorare.

In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d’Aleria, a ssollecitarmi et vidde la stanza et tutti i detti marmi e fighure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch’i’ lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi Clemente, non mi lasciò seghuitare et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente, onde, sua presenza, si fe’ poi l’utimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d’ora, dove fu messo che io havevo ricieuti gli otto milia ducati che e’ dicono che io ò prestati a usura.

Et io voglio confessare un peccato a Vostra Signoria, che, essendo a cCarrara, quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e’ danari, spesi mille scudi ne’ marmi di detta opera che m’avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato et a llui detti parole, mostrando difìcultà; et questo facievo per l’amore che portavo a detta opera, di che ne son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.

Io scrivo questa storia a Vostra Signoria, perché ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Pier Giovanni, che dicie che m’à avuto a difendere; e ancora che, quando Vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perché io scrivo il vero. A presso degli omini, non dico di Dio, mi tengo huomo da bene, perché non inghannai mai persona, e ancora perché a difendermi da’ tristi bisogna qualche volta diventar pazzo, come vedete.

Prego Vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scripte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l’arei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perché scrivo il vero, e molto manco di quello che è, et non sono ladrone usuraio, ma sono cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene, et non sono da Chagli.

Poi ch’io ebbi scripto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d’Urbino, cioè che, s’io voglio che la retificazione vengha, che io acconci la coscienzia mia. Io dico che e’ s’à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e’ v’à dentro. Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che, poi che e’ si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo cierte barche di marmi a Ripa che più tempo inanzi avevo hordinate a cCarrara, non possendo havere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera, mi bisognò, per pagare i noli, o ciento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare i noli [dei] sopra detti marmi; et venendo, in questo tempo, scarpellini da Fiorenza i quali havevo hordinati per detta sepultura, de’ quali ne è ancora vivi qualchuno, et havendo fornita la casa che m’aveva data Iulio, dietro a Santa Caterina, di letti et altre masseritie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza danari essere molto impacciato;

et stringiendo il Papa a seghuitare il più ch’i’ potevo, mi fecie una mattina, che io ero per par[l]argli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese, che vidde questo acto, disse al palafreniere ‘Voi non conosciete costui?‘, el palafreniere mi disse ‘Perdonatemi, gentilhomo, io ho commessione di fare così’. Io me ne andai a casa e scripsi questo al Papa ‘Beatissimo Padre, io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della Vostra Santità, onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma’. E mandai questa lettera a messere Agostino scalco, che la dessi al Papa, et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facievami masseritie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro ‘Andate per un giudeo e vendete ciò che è in questa casa et venitevene a ffirenze’.

Et io andai et montai in sulle poste et anda’mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e’ quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte e presentornomi una lettera del Papa, la quale dicieva ‘Subito visto la presente, sopto pena della nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma’. Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d’avermi trovato. Risposi al Papa che ogni volta che m’osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d’avermi mai.

E standomi dipoi in Firenze, mandò detto Iulio tre brevi alla Signoria. All’utimo la Signoria mandò per me e dissemi ‘Noi non vogliamo pigliare la ghuerra per te contra papa Iulio bisogna che tu te ne vadi, et se tu vuoi ritornare a llui, noi ti faremo lettere di tanta autorità che, quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria’. Et così mi fecie et ritornai al Papa; et quel che seghuì sarie lungho a dire.

Basta che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perché, partito che io fui di Roma, ne fu gran romore con verghogna del Papa; et quasi tutti e’ marmi che io havevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli, ond’io n’ebbi a rifare un’altra volta in modo ch’io dico a’ fermo che, o di danni o interessi, io resto havere dalle rede di papa Iulio cinque milia ducati; et chi mi à tolto tutta la mia giovineza et l’honore e la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scripto innanzi, l’imbasciadore d’Urbino mi manda a dire che io acconci la coscienzia mia prima, e poi verrà la retificagione del Duca.

Innanzi che e’ mi faciessi dipositare 1400 ducati non dicieva così! In queste cose ch’io scrivo, solo posso errare ne’ tempi dal prima al poi ogni altra cosa è vera meglio ch’io non scrivo. Prego Vostra Signoria, per l’amor di Dio e della verità, quando à tempo, legha queste cose, acciò, quando achadessi, mi possa col Papa difendermi da questi che dico’ mal di me senza notitia di cosa alcuna e che m’ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo, con le false informazioni.

Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino; et questa fu causa che non e’ seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi. Et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che haveva dell’arte, l’aveva da me.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suo carteggio

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La mia grafia sul marmo

Sogliono gli scultori nel fare le statue di marmo, nel principio loro abbozzare le figure con le subbie- che sono una specie di ferri da loro così nominati, i quali sono appuntati e grossi, e andare levando e subbiando grossamente il loro sasso; e poi con altri ferri, detti calcagnuoli, ch’anno una tacca in mezzo e sono corti, andare quella ritondando per fino ch’eglino venghino a un ferro piano più sottile del calcagnuolo, che ha due tacche, et è chiamato gradina“. Così scriveva il Vasari qualche annetto fa.

Se dovessi indicare lo strumento di lavoro che meglio degli altri identifichi tutta la mia opera scultorea, sceglierei la gradina. Sulle mie opere non finite ma anche nelle zone meno visibili di quelle finite, ancora sono ben evidenti i segni lasciati dalle gradine che adoperavo con padronanza e con un controllo assoluto.

Usavo la gradina fino alla pelle delle sculture disdegnando l’uso della raspa per rifinire dettagli come invece facevano e fanno quasi tutti gli altri scultori. Forcellino, nell’ultimo restauro condotto sulla Tomba di Giulio II, è riuscito a decifrare la mia grafia sul marmo ovvero il mio modo di scolpire lasciando tracce visibili sul marmo. Tenendo il martello nella sinistra davo colpi ben ponderati sullo strumento di metallo, trascinandoli poi per una decina di centimetri lasciando segni tanto regolari da sembrare essere fatti a macchina. Riuscivo anche a lavorare nelle zone curve senza mai interrompere la corsa dello scalpello, come per esempio nella parte del gomito del Mosè.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e la sua grafia

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My unique technique on the marble

Vasari wrote this about sculptors: “Sculptors are given the arduous duty to make marble statues, to start off they sketch the figures on the marble with a subbia – which is a kind of steel device which is sharp and thick, and allows a sculptor to remove big parts of the marble; Then with other chisels called “calcagnuoli” which is short and has a notch in the middle.  Then the last one which rounds off the edges and has two notches and is called a “gradina”. ”

If I had to choose the tool that best identifies all my sculptural work, I would choose the “gradina”. On my unfinished works and also in the less visible sides of the finished ones, there are clear marks left by the “gradina” which I mastered and had absolute control over its use.

I used the “gradina” all the way to the skin of the figure opposed to using a file like all the other sculptors. Mr. Forcellino, in the last restoration of Julius II’s tomb, was able to distinguish the technique I used on my marble works due to the traces that are still visible on the marble. Holding the hammer in the left hand I pounded on the metal tool dragging it about 10 centimeters at a time making marks so perfect and straight that it seems to have been made by machine. I also work on curved areas without ever breaking the chisel stroke as on ecan still see on the elbow of Moses

Truly yours, Michelangelo Buonarroti and my unique technique

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La scultura

“La scultura è una arte che levando il superfluo dalla materia suggetta, la riduce a quella forma di corpo che nella idea dello artefice è disegnata. Et è da considerare che tutte le figure, di qualunque sorte si siano, o intagliate ne’ marmi o gittate di bronzi o fatte di stucco o di legno, avendo ad essere di tondo rilievo, e che girando intorno si abbino a vedere per ogni verso, è di necessità che a volerle chiamar perfette ell’abbino di molte parti”

Così scriveva il Vasari sula scultura.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Ombre e luci per creare volumi

Le ombre e le luci sono fondamentali nella scultura. I pieni e i vuoti creano profondità nell’opera e danno vita ai punti luce proprio come avviene nella pittura. Durante l’ultimo restauro del Mosè sono stati scoperti dettagli assai interessanti relativi alle diverse finiture delle superfici.

Il restauratore Antonio Forcellino si è reso conto che per rafforzare ancora di più la luce in alcune zone, le tirai a lustro strofinandole con fogli di piombo molto sottili e ossalati, quasi sicuramente reperiti nella pipì dei bambini. Le zone così trattate, illuminate direttamente dalla luce proveniente dalla finestra oramai chiusa, riuscivano a rifrangere ancora di più la luce del sole.

In altre aree destinate a rimanere in secondo piano, effettuai una levigatura meno raffinata adoperando pietra pomice e sabbie abrasive. Il contrasto creato fra le zone particolarmente luminose e le altre meno lucide, crea un effetto di contrasti che accentuano l’effetto di tridimensionalità.

Per effettuare la finitura superficiale adoperavo scalpelli a due denti chiamati anche calcagnuoli mentre i miei pochi collaboratori preferivano lavorare con la raspa per dare il tocco finale.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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Una nuova natura

“Ne le man Vostre vive occulta l’idea d’una nuova natura…Gran miracolo che la natura, che non può locar sì alto una cosa che Voi non la ritroviate con industria, non sappia imprimere ne le opere sue la maestà che tiene in sé stessa l’immensa potenza del vostro stile” mi scrisse l’Abetino in una lettera che mi inviò il 16 settembre del 1537.

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Le sculture che nessuno guarda

Chi si trova dinnanzi al complesso monumentale di Giulio II di solito viene affascinato e rapito completamente dalla grandiosità del Mosè, perdendosi di fatto tutte le altre sculture e dettagli che arricchiscono e completano l’opera. Se Lia, Rachele e Giulio II godono di una popolarità quasi trascurabile, le altre opere nemmeno vengono notate.

Non mi credete? E se vi dico che proprio nella tomba monumentale ci sono anche un profeta, una sibilla, la Madonna con il Bambino fra le braccia e un cardellino? Forse vi sembrerà di averle viste ma dubito vi ricordiate nel dettaglio i loro atteggiamenti.

La sibilla e il profeta sono entrambi seduti con pose e atteggiamenti che rimandano col pensiero ai duchi fiorentini della Sagrestia Nuova. Si trovano nelle nicchie poste ai lati di Giulio II giacente e completano il secondo registro. Entrambe le sculture le disegnai io ma poi affidai la realizzazione a Raffaello da Montelupo. Sempre dello stesso scultore è la Vergine con il Bambino che si trova sopra il pontefice. Il Montelupo però si ammalò seriamente mentre stava lavorando proprio a quest’ultima scultura che venne così ultimata da Scherano da Settignano, o molto probabilmente, da Domenico Fancelli. Aguzzate a vista: vedrete che il bambino fra le mani stringe un cardellino ovvero il simbolo della sua futura passione.

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L’intero complesso è sormontato da quattro candelabri divisi al centro dallo stemma papale con tanto di chiavi e tiara. Fu il mio amico pietrasantino Donato Benti a scolpire con maestria lo stemma papale che ancora racconta ai posteri chi fu il committente di quel complesso monumentale.

La parte inferiore dell’opera è divisa in tre parti dai pilastri decorati con motivi riportanti cornucopie, candelabri e bracieri. Al loro vertice compaiono insolite cariatidi: busti maschili che incrociano le braccia sotto la veste. Anche il registro superiore è suddiviso nello stesso modo ma le colonne sono molto più spoglie , decorate solo con volti barbuti che sorreggono il peso dei candelieri sovrastanti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e le sue opere.

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Li du’ spuntoni

Ecco a voi come un vostro poeta contemporaneo ha cercato di spiegare il significato delle corna che scolpii sul capo del Mosè.

Li du’ spuntoni che er Mosè cià in fronte,

che la gente a capilli ce se scorna,

me l’hanno detto, non so’ mica corna,

ma so’ du’ raggi che, salito ar monte,

Mosè sprizzava fino all’orizzonte.

E non la vo’ capì la giente sciorna,

ma si la cosa così me torna,

mo’ la capisco quale fu al fonte

de ‘st’illuminazione che riluce;

Mosè, visto l’Eterno risplendette,

quele du’ corna so’ raggi de luce.

Non ci aveva le corna da vitello,

da cornuto, ma in testa lui ci aveva

du’ raggi de luce pe’ capello.

Bartolomeo Rossetti, autore del Vangelo in dialetto romano – Roma 1999

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