Metello Vari: il committente più paziente

Metello Vari mi commissionò nel 1514 la realizzazione di un Cristo Portacroce da mettere nella Chiesa di Santa Maria Sopra Minerva.

Non avevo iniziato subito quel lavoro perché avevo altre faccende assai più complicate e impegnative alle quali pensare. Fatto sta che quasi a opera conclusa, nell’estate del 1516, saltò fuori una brutta venatura nera nel viso del Cristo. Tentai in tutti i modi di mascherarla incorporandola nei lineamenti ma, anche se in parte ci riuscii, mica potevo consegnare un’opera del genere al committente con quella rigaccia scura in mezzo al viso.

Fatto sta che il tempo passava e non avevo coraggio di dire al Vari a che punto era la sua scultura. Il 13 dicembre del 1517 Metello mi scrisse una lettera dopo avermi versato su conto 150 ducati fiorentini. Voleva sapere a che punto era il Cristo: pensava che oramai l’avessi terminato…e invece dovevo ancora cominciare a intaccare il nuovo blocco che fra le altre cose ancora non avevo trovato.

Roma, 13 Dicembre 1517

Michelangelo, salutem et cet.

Questa è per advisarve como io ve feci intendere per via de Siena, già molti dì sonno, che, attento la inportantia delle cose mee sopra al facto della cappella della Minerva, volessete expedire, che già ne era tempo et più che tempo; del che non ho havuto resposta alcuna.

Ultimamente havete mandato per denari; ve lli ho facto dare per non mancare al debito mio, et sempre son stati a vostra petitione dal primo die, et nientedimeno delle cose mee io non intendo cosa alcuna. Me forria parso fussi honesto, già tre anni et sette mesi, me fecessino intendere almanco per un verso se volete aspecti più per un Cristo nudo.

El che non havendo voi scripto, stimai fossi perché, essendo facta l’opera, non bisognassi altre lettere. Per tanto ho expectato dicta opera die per die, et non venendo, per lo interesse grande che me inporta supra la heredità, como voi sapete, ve ho rescripto la presente, pregandove strectamente per le prime me fate intendere quando verrà dicta opera, perché me nporta como ve ho scripto. Non altro. Christo ve aguardi da male.Romae, a dì 13 Decembris 1517Al tuo piacere Metello Vari romano.

Spectabili viro magistro Michaeli Angelo Buonaroti florentino sculptori dignissmo, suo tamquam fratri. Florentiae.

Dopo questa lettera ne seguirono addirittura altre 25 in pochi anni. Il Cristo Portacrocce lo consegnai definitivamente al committente nel 1521, ovvero molti anni dopo aver ricevuto la committenza.

Il blocco che avevo fatto estrarre a Carrara per iniziare a lavorare la seconda versione del Cristo era bloccato a Pisa. Io non avevo modo di metterci mano: ero impegnato e disperato in quel di Seravezza. Non solo i cavatori avevano grandi difficoltà nell’estrarre le colonne che mi servivano per la facciata della Basilica di San Lorenzo ma dovevo anche occuparmi della progettazione di una nuova strada che dalle cave arrivasse fino al mare. Insomma, un periodo che non avrebbe potuto essere più nero di quello!

Alla fine riuscii a scappare da quel luogo per me così doloroso e iniziai a metter mano alla scultura del Vari nella primavera del 1521. Portai a buon punto tutta l’opera, in particolar modo il volto ma poi la spedii a Roma ancora da terminare. Arrivò indenne a Roma via mare prima della fine del medesimo anno ma i problemi non finirono lì. Incaricai il mio collaboratore Pietro Urbano di rifinire l’opera in vista della consegna al committente ma, invece di fare le cose perbene, me la rovinò deturpandone in maniera importante l’aspetto generale.

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Il fattaccio mi venne palesato dal carissimo amico Sebastiano del Piombo con una lettera disperata scritta nel settembre del 1521. A quanto pare Urbano s’era intascato il danaro che gli avevo pagato in anticipo per il lavoro e faceva il gran signore a Roma: gioco d’azzardo, bische clandestine, cortigiane e chi più ne ha più ne metta. Dal risultato che mi descrisse minuziosamente Sebastiano mi pareva quasi che l’Urbano mettesse mano agli scalpelli ubriaco o quasi..la barba pareva scolpita da un bambino alle prime armi, le mani erano inguardabili e i piedi parevano quelli di uno storpio.

Come potevo consegnare un Cristo così conciato che pareva quasi una caricatura? Ero disperato e avrei voluto iniziare un altro Cristo con un nuovo blocco da lavorare. Il Vari era però esasperato e non era più disposto ad attendere altro tempo prima di vedere la sua opera conclusa.

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Decisi allora di inviare a Roma un altro garzone, Federico Frizzi, affinché rimediasse al meglio gli errori grossolani fatti da Urbano. Dopo l’intervento del Frizzi, mi scrisse entusiasta Sebastiano del Piombo dicendomi che il Cristo finalmente era diventata un’opera degna di me.

Il Cristo Risorto, dopo tante peripezie e difficoltà, fu collocato all’ingresso della cappella maggiore di Santa Maria sopra Minerva il 10 ottobre del 1521 e ancora si trova lì. Se passate dalle parti del Pantheon, a Roma, varcate le soglie di Santa Maria sopra Minerva per guardare a distanza ravvicinata il mio Cristo e non solo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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