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Cappella Sistina: ecco da dove iniziai ad affrescare la volta

Vi siete mai chiesti quale fu il primo punto della volta della Cappella Sistina che dipinsi?
Molti osservano ogni giorno le mie figure, le Sibille, i Profeti e le grandi scene della Genesi, ma quasi nessuno si domanda da dove cominciai davvero il mio lavoro.

E allora lasciate che ve lo racconti, tornando idealmente sotto quella volta che per anni fu il mio cantiere.

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Il mio primo lavoro fu vicino al Diluvio Universale

Quando cominciai ad affrescare la volta della Cappella Sistina, i primi elementi che tracciai sull’intonaco furono due tratti di cornice che delimitano la scena del Diluvio Universale.

Dopo averli realizzati, passai alla scena vera e propria. Ma ciò che dipinsi allora non è esattamente quello che oggi vedete sulla volta.

La prima versione del Diluvio, infatti, ebbe una sorte particolare e fui io stesso a volerne la demolizione.

Perché? A raccontarlo è Giorgio Vasari, che nelle sue Vite ricorda come, dopo aver realizzato il Diluvio, l’opera cominciasse a deteriorarsi:

“Fatto il quadro del Diluvio, se gli cominciò l’opera a muffare, di maniera che appena si scorgevan le figure”.

L’intonaco, probabilmente troppo umido, non si comportò come avrebbe dovuto. Invece di asciugarsi correttamente, favorì la comparsa di muffe sulla superficie dipinta, compromettendo il risultato.

Così decisi di ricominciare ma non tutto quello che avevo fatto andò perduto.

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Quel piccolo gruppo di figure che sopravvisse

Durante il grande restauro della Cappella Sistina, diretto dal capo restauratore Gianluigi Colalucci, lo studio delle giornate di lavoro permise di ricostruire con maggiore precisione le diverse fasi della mia pittura.

La prima parte che avevo dipinto non mostrava alterazioni significative e per questo fu conservata.

Si tratta del gruppo di persone che affolla l’isolotto al centro del Diluvio Universale. Quella porzione della composizione corrisponde alle prime sei giornate di lavoro individuate dagli studiosi.

Ma c’è un altro dettaglio ancora più interessante. La sequenza delle giornate dimostra che, almeno in quella prima fase, cominciai a dipingere dall’interno del campo della scena e non dal bordo, procedura che sarebbe invece diventata più abituale nel proseguimento del lavoro.

In altre parole, osservando attentamente la superficie dell’affresco è ancora possibile leggere le tracce del mio primo modo di procedere.

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Dipinsi anche a secco

Quella prima porzione del Diluvio è particolarmente importante anche per un altro motivo. La dipinsi in gran parte a secco, utilizzando la tempera.

La tecnica dell’affresco richiede che i pigmenti vengano stesi sull’intonaco ancora fresco, così che il colore possa incorporarsi nella superficie durante l’asciugatura. La pittura a secco, invece, viene eseguita sull’intonaco asciutto.

Dopo il problema che incontrai con il primo Diluvio, abbandonai il più possibile la pittura a secco. Decisi dunque di far demolire la parte compromessa della scena e di conservare soltanto quella porzione che si era mantenuta in buone condizioni: l’isolotto con le figure.

Il resto lo rifeci.

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Un dettaglio rosso racconta ancora la mia tecnica

Anche dopo questa esperienza, per un periodo limitato continuai comunque a utilizzare alcuni pigmenti stesi a secco, fra i quali il minio, un pigmento di colore rosso-aranciato.

Le sue tracce sono state individuate anche nei rossi del Sacrificio di Noè, un’altra delle scene che fanno parte del grande ciclo della volta.

La Cappella Sistina, dunque, non racconta soltanto le storie della Genesi ma anche la storia del mio lavoro.

Ogni giornata di intonaco, ogni pentimento, ogni modifica e persino ogni parte demolita può ancora oggi rivelare qualcosa sul modo in cui affrontai quell’impresa.

Guardando la volta dunque non vedete soltanto il risultato finale, ma potete ancora intravedere le tracce del cantiere, degli esperimenti e degli errori che accompagnarono la sua nascita.

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Non nacqui già padrone di quella volta e della tecnica dell’affresco, ma imparai entrambi mentre dipingevo.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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The Sistine Chapel: where I began painting the vault

Have you ever wondered which part of the Sistine Chapel vault I painted first?
Many people gaze daily at my figures—the Sibyls, the Prophets, and the grand scenes from Genesis—yet hardly anyone asks where I actually began my work.

So, let me tell you the story, taking you back in spirit to beneath that vault which served as my worksite for years.

My first work was near the Great Flood

When I began painting the Sistine Chapel vault, the first elements I sketched onto the plaster were two sections of the frame bordering the Great Flood scene.

After laying those out, I moved on to the scene itself. However, what I painted then is not exactly what you see on the vault today.

In fact, the first version of the Flood met a peculiar fate, and I myself ordered its destruction.

Why? Giorgio Vasari explains this in his Lives, recounting how, after the Flood was completed, the work began to deteriorate:

“Once the Flood scene was finished, the work began to grow moldy, to the point where the figures were barely discernible.”

The plaster—likely too damp—did not behave as it should have. Instead of drying properly, it fostered the growth of mold on the painted surface, compromising the final result.

So, I decided to start over, though not everything I had done was lost.

That small group of figures that survived

During the major restoration of the Sistine Chapel, led by chief restorer Gianluigi Colalucci, the study of the daily work stages made it possible to reconstruct the various phases of my painting process with greater precision.

The first section I had painted showed no significant deterioration and was therefore preserved.

It is the group of people crowding the small island at the center of the Great Flood. That section of the composition corresponds to the first six days of work identified by scholars.

But there is another, even more interesting detail. The sequence of the days shows that, at least in that initial phase, I began painting from within the scene itself rather than from the edge—a procedure that would become more common as the work progressed.

In other words, by closely examining the surface of the fresco, one can still discern traces of my initial working method.

I also painted a secco (on dry plaster)

That first section of the Flood is particularly significant for another reason, too. I painted much of it a secco, using tempera.

The fresco technique requires pigments to be applied to still-wet plaster so that the color can bond with the surface as it dries. Painting a secco, by contrast, is done on dry plaster.

After the problem I encountered with the first Flood, I abandoned a secco painting as much as possible. I decided to have the compromised part of the scene demolished and to preserve only the section that had remained in good condition: the small island with the figures.

I repainted the rest.

A red detail still reveals my technique

Even after this experience, for a limited time, I continued to use certain pigments applied a secco—including red lead (minio), an orange-red pigment.

Traces of it have also been identified in the red areas of the Sacrifice of Noah, another scene in the great vault cycle.

The Sistine Chapel, therefore, tells not only the stories of Genesis but also the story of my work.

Every day’s section of plaster, every revision, every alteration, and even every demolished part can still reveal something today about how I approached that undertaking. So, when looking at the vault, you do not merely see the final result; you can still glimpse traces of the construction site, the experiments, and the errors that accompanied its creation.

I was not born a master of that vault or of the fresco technique; rather, I learned both as I painted.

For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell, looking forward to seeing you in future posts and on social media.

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