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La posizione impossibile nella Cappella Sistina: ecco perché perdevo l’orientamento

Se pensate che affrescare la volta della Cappella Sistina sia stata soltanto una questione di talento, lasciate che vi racconti qualcosa in più sulla questione. Per realizzare quello che sarebbe diventato uno dei cicli pittorici più celebri della storia dell’arte, dovetti sottoporre il mio corpo a uno sforzo che oggi definireste, senza esagerazioni, da capogiro.

Vi assicuro che non è soltanto un modo di dire.

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Per anni mi sono ritrovato a lavorare con la testa completamente rovesciata all’indietro, gli occhi rivolti verso l’alto e il pennello che si muoveva sopra di me. Una posizione innaturale, mantenuta per ore, che finì per provocarmi disturbi alla vista, dolori e una continua perdita del senso dell’orientamento.

Ma andiamo con ordine: sulla mia impresa nella Cappella Sistina circolano ancora parecchie baggianate-

Quattro anni con la testa all’indietro: il prezzo della volta della Cappella Sistina

Affrescare il centro della volta non fu una passeggiata. Mi ritrovavo spesso a dipingere in piedi, con il capo piegato all’indietro per poter osservare la superficie sulla quale stavo lavorando.

Provate a immaginare di mantenere quella posizione per un’intera giornata. Moltiplicate lo sforzo per mesi e mesi, per anni addirittura.

Non c’era quasi giorno in cui non avessi giramenti di testa. A forza di guardare verso l’alto, mi capitava di perdere completamente il senso dell’orientamento. Non capivo più dove fosse il basso e dove l’alto. Sembrava quasi che il mio corpo avesse dimenticato quale fosse la sua posizione naturale.

A raccontare le conseguenze di questa fatica fu anche il mio caro amico Giorgio Vasari nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori.

Scrisse:

“Fu condotta questa opera con suo grandissimo disagio dello stare a lavorare col capo all’insù, e talmente aveva guasto la vista, che non poteva legger lettere, né guardar disegni se non all’insù: che gli durò poi parecchi mesi”.

E aggiunse, con una certa meraviglia, di stupirsi che fossi riuscito a sopportare tanto disagio, sostenuto soltanto dal desiderio di portare a termine l’opera.

Anche Ascanio Condivi, mio biografo e allievo, raccontò le conseguenze che quel lavoro ebbe sui miei occhi. Alla fine dell’impresa, spiegò, non riuscivo più a leggere guardando normalmente verso il basso: per decifrare uno scritto di caratteri piccoli dovevo sollevarlo sopra la testa.

Insomma, la Cappella Sistina mi aveva lasciato addosso qualcosa di più di una grande soddisfazione artistica.

Photo by Alina Rossoshanska on Pexels.com
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Dipinsi sdraiato? Cosa dovete sapere sul ponteggio della Cappella Sistina

E adesso veniamo a una delle convinzioni più diffuse sulla mia impresa: quella secondo cui avrei dipinto l’intera volta sdraiato sulla schiena.

Ebbene, non è così.

Non ho mai dipinto sdraiato come viene spesso rappresentato spesso nell’immaginario collettivo. Non avevo alcuna necessità di rimanere in quella posizione, peraltro estremamente scomoda e poco funzionale alla realizzazione di un affresco.

Per raggiungere ogni punto della volta mi progettai un ponteggio in legno, una struttura pensile a gradoni, sostenuta da sei coppie di capriate e da travi inserite nei fori delle pareti in prossimità delle finestre.

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Una soluzione ingegnosa, studiata per consentirmi di lavorare agevolmente sulle diverse porzioni della superficie da affrescare.

Potevo salire e scendere, spostarmi e raggiungere anche gli spazi meno accessibili. A seconda delle necessità lavoravo in piedi oppure accovacciato.

Il progetto era ben diverso da quello che avrebbe voluto farmi adottare Donato Bramante, che aveva immaginato una struttura di sostegno assai più complicata.

Non avevo bisogno di trasformare il lavoro in una continua acrobazia. Dovevo dipingere e avevo bisogno di un’impalcatura che mi permettesse di farlo nel modo più efficace possibile.

A contribuire alla diffusione della leggenda dell’artista sdraiato potrebbe essere stato anche il celebre film Il tormento e l’estasi, nel quale Charlton Heston, nei panni miei, viene mostrato mentre dipinge disteso sui ponteggi.

Una scena cinematografica di grande impatto, certo, ma non una rappresentazione fedele delle modalità con cui lavorai realmente.

La fatica, quella sì, era autentica.

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Il sonetto a Giovanni da Pistoia racconta il mio tormento

Se volete sapere davvero come mi sentissi mentre affrescavo la volta, non dovete affidarvi soltanto ai racconti dei biografi. Potete leggere direttamente ciò che scrissi.

In un celebre sonetto caudato indirizzato al mio amico Giovanni da Pistoia descrissi, con una buona dose di ironia e senza risparmiarmi, le conseguenze fisiche di quella posizione di lavoro.

Non cercai di abbellire la situazione. Raccontai il mio corpo deformato dalla fatica, il collo piegato, il ventre che si avvicinava al mento, la barba rivolta verso il cielo e il pennello che lasciava cadere gocce di colore sul mio viso.

Ecco i versi iniziali:

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento...

Il sonetto prosegue con una descrizione impietosa della mia postura, dei lombi deformati e del corpo costretto a incurvarsi come un arco.

Non prendete queste parole come una dichiarazione di resa. C’è ironia ma anche la stanchezza di un uomo sottoposto a uno sforzo enorme e la anche la consapevolezza di quanto fosse difficile dipingere in quelle condizioni.

Accompagnai il sonetto con un piccolo autoritratto che mostrava la posizione nella quale ero costretto a lavorare.

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I disturbi alla vista e i rimedi

Come se non bastassero i dolori e i capogiri, la mia vista subì conseguenze importanti.

Dopo tanto tempo trascorso con gli occhi rivolti verso l’alto, leggere normalmente era diventato un problema. E non si trattò di un fastidio passeggero destinato a scomparire nel giro di qualche giorno.

Nei miei fogli autografi conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana si trovano anche annotazioni con ricette e rimedi destinati a trattare alcuni disturbi oculari.

Fra queste compare una preparazione per il rossore degli occhi, nella quale vengono indicati diversi ingredienti vegetali e il latte di una donna che allatta.

Naturalmente, queste ricette appartengono alla medicina del mio tempo e non devono essere considerate indicazioni terapeutiche attuali.

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La Cappella Sistina: un capolavoro dipinto con il corpo al limite

Quattro anni di lavoro, una superficie immensa, ponteggi da progettare, giornate trascorse con il capo all’indietro e una vista che ne risentì a lungo.

Quando oggi alzate gli occhi verso la volta della Cappella Sistina e osservate la Creazione di Adamo, le Sibille, i Profeti e le altre scene del ciclo, pensate soprattutto alla bellezza delle figure, alla potenza delle anatomie e alla straordinaria capacità di organizzare uno spazio così complesso.

Dietro quelle immagini c’è però anche quello che vi ho raccontato fino al momento.

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Se proprio volete immaginarmi mentre dipingo la volta, lasciate perdere per un momento l’immagine cinematografica di Charlton Heston disteso sulla schiena. Immaginatemi piuttosto con la barba rivolta al cielo, il pennello in mano, il colore che mi gocciola sul viso e il collo ormai indolenzito.

Questa, signori miei, era la mia posizione da capogiro e la volta della Cappella Sistina, una volta per tutte, non l’ho dipinta sdraiato.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Grazie per la risposta. ✨

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The impossible position in the Sistine Chapel: why I kept losing my sense of direction

If you think that frescoing the Sistine Chapel ceiling was merely a matter of talent, let me tell you a bit more about the reality of it. To create what would become one of the most famous painting cycles in art history, I had to subject my body to a strain that—without exaggeration—you would describe today as dizzying.

I assure you, that is not just a figure of speech.

For years, I found myself working with my head tilted all the way back, my eyes turned upward, and my brush moving above me. It was an unnatural position, held for hours on end, which eventually caused me vision problems, pain, and a constant loss of my sense of direction.

But let’s take things in order: there is still a lot of nonsense circulating about my undertaking in the Sistine Chapel—

Four years with my head tilted back: the price of the Sistine Chapel ceiling
Frescoing the center of the ceiling was no easy task. I often found myself painting while standing, with my head bent backward so I could see the surface I was working on.

Just imagine holding that position for an entire day. Then multiply that strain by months and months—even years.

There was hardly a day when I didn’t suffer from dizziness. From constantly looking upward, I would sometimes completely lose my sense of direction. I could no longer tell what was down and what was up. It was almost as if my body had forgotten its natural orientation.

The consequences of this grueling labor were also recounted by my dear friend Giorgio Vasari in The Lives of the Most Excellent Painters, Sculptors, and Architects. He wrote:

“This work was carried out with great physical discomfort, as I had to work with my head tilted back; this so damaged my eyesight that I could neither read letters nor look at drawings unless I held them above my head—a condition that persisted for several months.”

He added, with a sense of wonder, that he was amazed I had managed to endure such hardship, sustained only by the desire to complete the work.

Ascanio Condivi, my biographer and pupil, also recounted the toll that work took on my eyes. By the end of the undertaking, he explained, I could no longer read by looking down in the normal way; to decipher small print, I had to hold the text above my head.

In short, the Sistine Chapel had left me with something more than just great artistic satisfaction.

Did I paint while lying down? What you need to know about the Sistine Chapel scaffolding

Now, let us address one of the most widespread beliefs about my undertaking: the idea that I painted the entire ceiling while lying on my back.

Well, that is not the case.

I never painted lying down, as is so often depicted in the popular imagination. I had no need to remain in such a position—which, incidentally, would have been extremely uncomfortable and ill-suited for creating a fresco.

To reach every part of the ceiling, I designed a wooden scaffold—a tiered, suspended structure supported by six pairs of trusses and by beams inserted into holes in the walls near the windows.

It was an ingenious solution, devised to allow me to work easily on the various sections of the surface being frescoed.

I could move up and down and across, reaching even the most inaccessible areas. Depending on the task at hand, I worked either standing up or crouching down. The design was vastly different from the one Donato Bramante had wanted me to adopt; he had envisioned a far more complicated support structure.

I had no need to turn the work into a constant balancing act. I needed to paint, and I required scaffolding that would allow me to do so as effectively as possible.

The famous film The Agony and the Ecstasy—in which Charlton Heston, playing me, is shown painting while lying on the scaffolding—may well have contributed to the spread of the legend that I painted lying down.

It was a striking cinematic scene, certainly, but not an accurate depiction of how I actually worked.

The physical strain, however, was very real.

The sonnet to Giovanni da Pistoia recounts my torment

If you truly wish to know how I felt while painting the vault frescoes, you need not rely solely on the accounts of biographers. You can read what I wrote myself.

In a famous sonetto caudato (tailed sonnet) addressed to my friend Giovanni da Pistoia, I described—with a good dose of irony and without holding back—the physical toll taken by that working position.

I made no attempt to sugarcoat the situation. I described my body contorted by the strain: my neck bent, my belly pressed against my chin, my beard pointing skyward, and the brush dripping paint onto my face.

Here are the opening lines:

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento...

The sonnet continues with a merciless description of my posture, my twisted loins, and a body forced to arch like a bow.

Do not take these words as a declaration of surrender. There is irony, certainly, but also the weariness of a man subjected to immense strain, and the realization of just how difficult it was to paint under those conditions.

I accompanied the sonnet with a small self-portrait showing the position in which I was forced to work.

Vision problems and remedies

As if the pain and dizziness were not enough, my eyesight suffered serious consequences.

After so much time spent with my eyes turned upward, reading normally became a problem. And this was no passing discomfort destined to vanish in a few days.

Among my handwritten notes preserved in the Vatican Apostolic Library, one can find jottings containing recipes and remedies for treating various eye ailments.

One such entry is a preparation for eye redness, listing various plant-based ingredients and the milk of a nursing woman.

Naturally, these recipes belong to the medicine of my time and should not be considered modern therapeutic advice.

The Sistine Chapel: a masterpiece painted while pushing my body to the limit

Four years of work, an immense surface area, scaffolding to design, days spent with my head tilted back, and eyesight that suffered long-lasting effects.

When you look up today at the vault of the Sistine Chapel and gaze at The Creation of Adam, the Sibyls, the Prophets, and the other scenes in the cycle, you likely focus on the beauty of the figures, the power of the anatomy, and the extraordinary ability to organize such a complex space.

Yet, behind those images lies the reality I have just described to you. If you really must picture me painting the ceiling, forget—just for a moment—the cinematic image of Charlton Heston lying flat on his back. Picture me instead with my beard tilted toward the heavens, a brush in hand, paint dripping onto my face, and my neck aching.

That, my friends, was my dizzying posture; and let me state once and for all: I did not paint the Sistine Chapel ceiling lying down.

For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti, bids you farewell and looks forward to seeing you in future posts and on social media.

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