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Prima della pietra, la matita: la Cupola di San Pietro che nasce sulla carta

Sui fogli pensavo, provavo, correggevo e riprovavo. La mia mano correva sulla carta impugnando la matita nera. Tracciavo figure, sezioni della cupola, elevazioni della lanterna, linee di costruzione.

Mentre in basso a destra studiavo la pianta della lanterna, lasciavo tracce di compasso: nell’architettura ogni idea doveva e deve ancora misurarsi con la precisione.

Era il lavoro dell’architetto quello, ma anche di un uomo che cercava una forma capace di reggere il peso di un’ambizione immensa: la cupola della Basilica di San Pietro.

Cupola di San Pietro, Teylers Museum
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Nel 1547 mi affidavano San Pietro

Il 1 gennaio del 1547 papa Paolo III Farnese volle nominarmi sovrintendente alla costruzione della Basilica di San Pietro.

Avevo già settantadue anni ma quei decenni che mi pesavano sul groppone non mi ostacolarono troppo nell’affrontare un’impresa tanto grande. In fondo prima di costruire bisognava saper guardare ed è una cosa che richiede un’esperienza che non può avere un giovane.

Per questo, nel luglio del 1547, scrivevo a mio nipote Lionardo a Firenze e gli chiedevo di procurarmi le misure dell’altezza della cupola di Santa Maria del Fiore e della sua lanterna. Volevo confrontarmi con il grande modello di Filippo Brunelleschi.

La cupola fiorentina la conoscevo bene. Faceva parte della mia memoria, della mia città, della mia formazione. Non volevo copiarla ma desideravo comprenderne la forza per trasformarla in qualcosa di nuovo.

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Brunelleschi era il punto di partenza, non il punto d’arrivo

Quando studiavo la cupola di San Pietro, tornavo inevitabilmente con il pensiero a Firenze. Nel foglio comparivano elementi che ricordavano chiaramente la cupola di Brunelleschi: il doppio guscio, la curva esterna slanciata, la suddivisione mediante costoloni, la lanterna con le sue volute e il motivo a conchiglia, fino alla copertura conica.

Cercavo però proporzioni diverse, un profilo più dinamico, una soluzione capace di dare alla cupola una tensione verticale ancora maggiore.

Anche la lanterna diventava oggetto di continue prove. Sul foglio ne studiavo forme, dimensioni e numero delle aperture. Le soluzioni cambiavano: otto finestre in uno studio, dieci in un altro, dodici in un altro ancora.

Disegnare era mettere alla prova l’idea; nn esisteva forma definitiva finché con mente e matita ne cercavo unna migliore.

Cupola di San Pietro, Teylers Museum
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La curva della cupola era già lì

Tra gli aspetti più affascinanti di quel disegno c’era un particolare che avrebbe permesso agli studiosi di comprendere meglio il mio progetto. La curva esterna che studiavo sul foglio, costruita secondo un profilo molto preciso, corrispondeva sorprendentemente al profilo della cupola che ancora oggi domina Roma.

Ciò significava che quello che poteva sembrare soltanto uno schizzo preparatorio racchiudeva in realtà una parte fondamentale dell’idea architettonica destinata a diventare realtà.

Per molto tempo si era pensato che Giacomo della Porta, completando la cupola dopo la mia morte, avesse modificato in maniera sostanziale il progetto. Studi successivi hanno però mostrato una realtà più complessa.

Della Porta terminava la cupola tra il 1588 e il 1590, ma l’impostazione fondamentale era già stata pensata da me.

Anche la figura umana entrava nel progetto

Tra gli studi architettonici comparivano anche alcune figure. Una figura maschile nella parte inferiore del foglio era stata messa in relazione da alcuni studiosi con una figura della Crocefissione di San Pietro, affrescata nella Cappella Paolina.

Non esistevano per me mondi completamente separati. Il corpo umano, la scultura, la pittura e l’edificio appartenevano alla stessa ricerca: quella della forma, dell’equilibrio e della tensione.

Cupola di San Pietro, Teylers Museum
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La lanterna: il punto in cui la cupola incontrava il cielo

La lanterna era il coronamento della cupola, il punto nel quale la grande massa architettonica sembrava sollevarsi verso il cielo.

Le sue finestre, le colonne accoppiate, le volute, la copertura: tutto doveva essere proporzionato alla gigantesca struttura che sosteneva.

Sul foglio provavo diverse possibilità. Alcune sarebbero rimaste soltanto idee mentre altre avrebbero contribuito alla forma che conosciamo.

La Cappella Medicea tornava nella mia memoria

Quando immaginavo la lanterna di San Pietro, non potevo fare a meno di tornare anche alla mia esperienza fiorentina. Tra i riferimenti individuati dagli studiosi c’era infatti la lanterna della Cappella Medicea, che avevo progettato negli anni Venti del Cinquecento.

Ancora una volta Firenze e Roma si incontravano.

Le forme che avevo studiato nella mia città tornavano trasformate in un’impresa completamente diversa, destinata a diventare uno dei simboli della cristianità e dell’architettura occidentale.

Quelle curve, quella tensione verso l’alto, quella grande idea che avevo inseguito sulla carta avrebbero continuato a parlare attraverso la pietra.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Before the stone, the pencil: the Dome of St. Peter born on paper

On the sheets of paper, I thought, tried, corrected, and tried again. My hand ran across the paper, holding the black pencil. I traced figures, sections of the dome, elevations of the lantern, construction lines.

While I studied the plan of the lantern in the lower right, I left traces of my compass: in architecture, every idea had and still must be measured with precision.

This was the work of an architect, but also of a man seeking a form capable of supporting the weight of an immense ambition: the dome of St. Peter’s Basilica.

In 1547, St. Peter was entrusted to me

On January 1, 1547, Pope Paul III Farnese appointed me superintendent of the construction of St. Peter’s Basilica.

I was already seventy-two years old, but those decades weighing on me did not greatly hinder me from tackling such a huge undertaking. Ultimately, before building, you had to know how to look, and that requires experience that a young person cannot possess.

For this reason, in July 1547, I wrote to my nephew Lionardo in Florence and asked him to provide me with the height measurements of the dome of Santa Maria del Fiore and its lantern. I wanted to compare myself with Filippo Brunelleschi’s great model.

I knew the Florentine dome well. It was part of my memory, of my city, of my education. I didn’t want to copy it, but I wanted to understand its power to transform it into something new.

Brunelleschi was the starting point, not the end point

When I studied the dome of St. Peter’s, my thoughts inevitably returned to Florence. The sheet of paper contained elements that clearly recalled Brunelleschi’s dome: the double shell, the slender external curve, the subdivision by ribs, the lantern with its volutes and shell motif, and the conical roof.

But I was looking for different proportions, a more dynamic profile, a solution capable of giving the dome even greater vertical tension.

The lantern, too, became the object of constant experimentation. On paper, I studied its shapes, dimensions, and number of openings. The solutions varied: eight windows in one study, ten in another, twelve in yet another.

Drawing was testing the idea; there was no definitive form until I searched with my mind and pencil for a better one.

The curve of the dome was already there

Among the most fascinating aspects of that drawing was a detail that would allow scholars to better understand my project. The external curve I studied on paper, constructed according to a very precise profile, surprisingly corresponded to the profile of the dome that still dominates Rome today.

This meant that what might have seemed like just a preparatory sketch actually contained a fundamental part of the architectural idea destined to become reality.

For a long time, it was thought that Giacomo della Porta, completing the dome after my death, had substantially modified the project. Subsequent studies, however, revealed a more complex reality.

Della Porta completed the dome between 1588 and 1590, but the basic layout had already been conceived by me.

The human figure also entered the project

Among the architectural studies, several figures also appeared. A male figure at the bottom of the sheet had been linked by some scholars to a figure from the Crucifixion of St. Peter, frescoed in the Pauline Chapel.

For me, completely separate worlds did not exist. The human body, sculpture, painting, and the building belonged to the same quest: that of form, balance, and tension.

The lantern: the point where the dome met the sky

The lantern was the crowning glory of the dome, the point where the great architectural mass seemed to rise toward the sky.

Its windows, the paired columns, the volutes, the roof: everything had to be proportionate to the gigantic structure it supported.

I experimented with various possibilities on the sheet. Some would remain merely ideas, while others would contribute to the form we know today.

The Medici Chapel returned to my memory

When I imagined the lantern of St. Peter’s, I couldn’t help but also return to my Florentine experience. Among the references identified by scholars was the lantern of the Medici Chapel, which I had designed in the 1520s.

Once again, Florence and Rome met.

The forms I had studied in my city returned, transformed into a completely different undertaking, destined to become one of the symbols of Christianity and Western architecture.

Those curves, that upward tension, that great idea I had pursued on paper would continue to speak through the stone.

For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti bids you farewell, giving you a warm welcome see you in future posts and on social media.

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