Firenze, i musei e Antonio Paolucci: il libro che ci fa rimpiangere una città perduta
Antonio Paolucci non è più con noi ma le sue parole e il suo amore per l’arte rimangono a tenerci per mano anche in un momento non così roseo per il mondo dell’arte.
Rileggendo oggi i suoi scritti è lampante quanto sia lontana la stagione della museologia fiorentina dei tempi del Polo Museale Fiorentino che Paolucci ha diretto. E’ un po’ un ripercorrere ventiquattro anni della sua attività attraverso articoli, conferenze, presentazioni, interventi dedicati al patrimonio fiorentino e, inevitabilmente, si finisce per fare i conti con una certa nostalgia.
Antonio Paolucci e la Firenze dei musei
Paolucci, nato nel 1939 e scomparso nel 2024, è stato uno dei più autorevoli storici dell’arte italiani.
Allievo di Roberto Longhi, del quale amava ricordare di essere stato l’ultimo laureato, nel 1964, Paolucci aveva una qualità non così comune: riusciva a mettere insieme una straordinaria competenza scientifica con una capacità di raccontare l’arte comprensibile, appassionata, coinvolgente.
Firenze per lui fu la sua città d’adozione e d’elezione.
Dal 1988 al 2006 Paolucci fu Soprintendente speciale per il Polo Museale Fiorentino che all’epoca riuniva sotto la medesima direzione alcuni dei musei e dei luoghi d’arte più importanti della città.
Uffizi, Bargello, Museo di San Marco, Galleria dell’Accademia, Palazzo Pitti, musei e ville medicee, cenacoli e molti altri luoghi formavano un gigantesco Polo.
28 testi per ritrovare una Firenze che sembra lontanissima
Il libro appena pubblicato da Abscondita ‘Firenze città dei musei’ raccoglie 28 testi di Paolucci, scelti nell’arco di circa ventiquattro anni e curati dallo storico dell’arte Luca Brignoli.
Non è certo unna sequenza di saggi accademici ma piuttosto una raccolta di impressioni e momento cruciali per musei, opere d’arte, restauri, mostre, acquisizioni, vicende storiche e soprattutto persone.
Immancabile la Firenze degli Uffizi e dei suoi capolavori, quella del Bargello che tanto amo come tanto amava Paolucci e delle sue sculture, la straordinaria “città di Dio” del Museo di San Marco con gli affreschi del Beato Angelico, i cenacoli, le case-museo e le ville medicee attorno alla città.
C’è anche il racconto della storia recente e spesso poco indolore del patrimonio fiorentino come l’eredità Bardini, l’attentato terribile di via dei Georgofili e l’alluvione del 4 novembre 1966.
E poi c’è la storia che mi piace sempre ascoltare o leggere: quella del Patto di Famiglia del 1737 attraverso il quale l’Elettrice Palatina Anna Maria Luisa de’ Medici garantì la permanenza a Firenze dell’immenso patrimonio della famiglia Medici. Se Firenze oggi è quella che è, gran parte lo deve proprio a questa donna illuminata e lungimirante.
Paolucci attraverso le pagine del volume Firenze città dei musei racconta le opere e parla del sistema che le protegge, dei restauratori che se ne occupano ma anche delle difficoltà incontrate, delle scelte non sempre semplici e delle responsabilità che comporta la tutela di un patrimonio come quello di Firenze.
Una Firenze più vivibile prima dei selfie
Impossibile leggere questo libro adesso senza pensare a quanto siano cambiati i musei fiorentini. Un po’ di nostalgia, lo confesso, mi è venuta e non perché il passato sia sempre meglio del presente, quello lo dicono i vecchi come me.
Allora i musei, per certi aspetti, erano molto più vivibili e godibili. Gli accessi erano certamente inferiori rispetto ai numeri che oggi registrano adesso e di conseguenza era possibile godere maggiormente delle opere.
Oggi, soprattutto nei luoghi più celebri, capita sempre più spesso di assistere a una sorta di pellegrinaggio verso i soliti capolavori. Si entra, si cerca l’opera più famosa, si scatta un selfie, e si riparte senza aver compreso niente di quello che si è visto. Visto per l’appunto, mica guardato.
Il mio David e la Nascita di Venere del Botticelli sono due esempi lampanti a Firenze. Le opere più celebri diventano spesso lo specchietto per le allodole di un museo intero e tutto ciò che sta intorno rischia di scomparire.
Capolavori straordinari passano inosservati da migliaia di persone ogni giorno senza che quasi nessuno si fermi davanti a loro. Si visitano troppo spesso musei per portare a casa lo scalpo del selfie con l’opera celebre e tutto il resto passa in secondo piano.
Paolucci, invece, aveva la capacità di riportare ogni opera dentro una storia e le sue parole rimangono attuali anche adesso.
Il Museo dell’Opera del Duomo prima che aprisse
Uno dei piaceri maggiori di questo libro, a mio avviso, è quello di ritrovare, attraverso le parole di Paolucci, momenti che oggi appartengono alla storia dei musei fiorentini. Un esempio? Il testo dedicato al Museo dell’Opera del Duomo, quando il nuovo allestimento era stato appena completato e l’apertura al pubblico era imminente.
Oggi quel museo è una realtà consolidata e uno dei luoghi imprescindibili per chi vuole comprendere la storia artistica di Firenze. In quel testo però si torna al momento in cui tutto stava per accadere.
E’ affascinante tornare a quando quel museo diventasse quello che conosciamo oggi.
Il Perseo di Cellini e il ritorno alla Loggia dei Lanzi
Altro testo assai interessante torna a 26 anni fa, al giugno del 2000, quando Paolucci scrive del Perseo di Benvenuto Cellini e dell’imminente ritorno della scultura nella Loggia dei Lanzi dopo quattro anni di restauro.
Ci si immagina il Perseo mentre sta per tornare a casa e si sente tutta l’attesa del momento mentre si scorrono una a una le problematiche incontrate durante il restauro.
L’alluvione del 1966: quando Firenze rischiò di perdere la memoria
Un altro brano molto importante è quello relativo all’alluvione del 4 novembre 1966, scritto da Paolucci in occasione del quarantesimo anniversario. Non furono soltanto dipinti, sculture o edifici a essere minacciati dall’acqua: fu la memoria stessa di Firenze.
Alla Biblioteca Nazionale di Firenze, soltanto per quanto riguarda il Fondo Palatino, furono alluvionati 10.159 volumi. Di questi, 189 andarono perduti per sempre.
La situazione dell’Archivio di Stato rende ancora più impressionante la dimensione della catastrofe: due chilometri e mezzo di documenti e circa centomila libri erano ancora da restaurare.
Sembrano freddi numeri ma Paolucci ci fa affondare le mani in quel fango mostrandoci libri, opere e pezzi di memoria che avrebbero potuto scomparire per sempre.
Paolucci, con ‘Firenze la città dei musei’, raccolta di testi curata da Brignoli, ci ricorda che dietro ogni museo ci sono storie, uomini, restauratori, soprintendenti, studiosi, custodi, collezionisti, mecenati e intere generazioni che hanno contribuito a consegnare quelle opere a noi.
Consiglio questo libro a chi ha conosciuto la Firenze museale raccontata da Paolucci e vuole ritrovare quegli anni attraverso la sua voce mai banale né scontata. Lo consiglio ancora di più a chi quegli anni non li ha vissuti perchè attraverso queste pagine si entra in una Firenze con un altro passo,
Il libro Firenze, città dei Musei lo trovate qua.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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