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Tardi conosco, o mondo, i tuoi diletti

Quando scrissi questi versi ero ormai vecchio e avevo davanti a me una verità che per tutta la vita avevo cercato di rimandare: i piaceri del mondo sono fragili, la gloria non salva dalla morte e il tempo, mentre consuma lentamente il corpo, lascia nell’anima un segno molto più profondo di quanto l’uomo possa immaginare.

Sono arrivato alle mie ultime ore dopo aver attraversato una vita lunga, inquieta e faticosa, una vita nella quale ho cercato la perfezione nella pietra, nella pittura e nel disegno, convinto forse che l’arte potesse dare una forma all’eternità, eppure ora, guardando indietro, mi accorgo che anche ciò che sembra destinato a durare per sempre appartiene ancora al mondo e dunque porta con sé il limite della materia.

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«Condotto da molt’anni all’ultim’ore,
tardi conosco, o mondo, i tuo diletti:
la pace che non hai altrui prometti
e quel riposo c’anzi al nascer muore».

Parole che scrissi gravato dall’esperienza. Sentivo il tempo accorciarsi. C’è poco da fare: quando l’uomo ha meno vita davanti, riesce finalmente a guardare con maggiore lucidità quella che ha lasciato alle proprie spalle.

“«”Tardi conosco, o mondo, i tuo diletti”

Quando scrivo “tardi conosco“, non intendo solo dire che ho compreso qualcosa in età avanzata; dentro quella parola c’è il rimpianto di chi si accorge che la verità è arrivata quando ormai non c’è quasi più tempo per servirsene.

Ho impiegato molti anni per comprendere che i «diletti» del mondo non sono necessariamente ciò che sembrano, perché spesso dietro il piacere, la gloria, il desiderio e l’ambizione si nasconde una promessa che non può essere mantenuta.

Il mondo seduce l’uomo proprio perché gli fa credere che ciò che desidera possa renderlo finalmente completo, ma io, arrivato alla vecchiaia, posso dire di aver imparato sulla mia pelle quanto siano fragili quelle promesse.

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Ho conosciuto la fama, ho visto le mie opere diventare oggetto dell’ammirazione degli uomini, ho ricevuto incarichi che mi hanno portato al centro della vita artistica e politica del mio tempo, ma nessuna di queste cose è riuscita a fermare il tempo.

Nessuna ha potuto impedire alla mia giovinezza di diventare vecchiaia.

Nessuna potrà impedire alla mia vita di arrivare alla fine.

Il mondo promette una pace che non possiede

«La pace che non hai altrui prometti
e quel riposo c’anzi al nascer muore».

Il mondo promette pace, ma non possiede quella pace che promette agli uomini; promette riposo, ma quel riposo è così fragile e inconsistente da morire prima ancora di nascere.

Ciò che durante la giovinezza appare come una conquista definitiva, con il passare degli anni mostra la propria precarietà.

Ho cercato il riposo dopo il lavoro, la soddisfazione dopo la fatica, la pace dopo le battaglie, ma ogni conquista ne generava un’altra, ogni desiderio soddisfatto lasciava spazio a un nuovo desiderio e ogni certezza sembrava contenere già il germe della propria fine.

Il mondo non mantiene ciò che promette e l’ho compreso quando ormai il tempo mi costringe a guardare verso un’altra dimensione.

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La vecchiaia mi costringe a ricordare

«La vergogna e ’l timore
degli anni, c’or prescrive
il ciel, non mi rinnuova
che ’l vecchio e dolce errore».

Ora che il cielo sembra aver stabilito per me un termine, ora che posso percepire con maggiore chiarezza la finitezza della mia esistenza, la memoria torna indietro e mi restituisce ciò che avevo cercato di allontanare.

La vecchiaia non porta soltanto la debolezza del corpo ma porta con sè il passato. Il passato, quando non abbiamo più la forza o la possibilità di fuggirlo, torna a bussare alla porta dell’anima.

Riaffiorano così gli errori, i desideri, le passioni, le inquietudini che appartengono alla mia vita e che ora guardo con occhi differenti.

«Dolce errore», perché so che alcune delle cose che più ci hanno fatto soffrire sono anche quelle che, proprio perché profondamente amate, non riusciamo davvero a cancellare.

Gli anni incidono soprattutto l’anima

«nel qual chi troppo vive
l’anima ’ncide e nulla al corpo giova».

Chi vive troppo a lungo porta dentro di sé il peso degli anni. Il corpo invecchia, questo lo vedo ogni giorno, ma il vero segno del tempo non è soltanto quello che appare sul volto o nelle mani; è quello che rimane nell’anima dopo una vita intera.

Gli anni incidono come uno scalpello. Ho trascorso passato la mia esistenza davanti al marmo, togliendo materia per cercare una forma nascosta. Se sulla pietra lo scalpello può creare una figura, nell’anima, invece, può lasciare ferite.

Ogni perdita, ogni rimpianto, ogni desiderio non compiuto, ogni amore impossibile, ogni errore che non possiamo correggere lascia un segno che il tempo non sempre riesce a cancellare.

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Ho cercato l’eternità nel marmo, ma anche il marmo appartiene alla terra

Forse, guardando oggi la mia vita, mi accorgo di una contraddizione che non avevo compreso fino in fondo quando ero giovane. Ho dedicato la mia esistenza a creare opere capaci di sopravvivere al loro autore.

Ho cercato di vincere il tempo attraverso l’arte.

Ho scolpito il marmo come se dentro quella materia potesse essere nascosta una vita eterna; ho dipinto figure che continuano a vivere davanti agli occhi degli uomini; ho disegnato, progettato, costruito e cercato incessantemente una bellezza che potesse superare la fragilità dell’esistenza.

Eppure io stesso non posso sfuggire alla legge che governa ogni cosa.

Le mie opere potranno sopravvivere: io no.

Perché in cielo ha sorte migliore chi ha avuto la morte vicina alla nascita

«Che ’n ciel quel sol ha miglior sorte
ch’ebbe al suo parto più presso la morte».

Dico che in cielo ha sorte migliore colui che ha avuto la morte più vicina alla nascita, cioè chi ha vissuto poco. E’ la consapevolezza che una lunga vita significa anche avere più tempo per conoscere il dolore, l’inganno, la perdita e la fragilità delle cose terrene. Chi vive poco non ha il tempo di allontanarsi così tanto dalla propria origine.

Ho percorso una strada lunga, ho conosciuto molte cose e per tali ragioni ho conosciuto anche i loro limiti.

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Ho compreso tardi ciò che forse avrei dovuto sapere prima

Se oggi potessi parlare al giovane Michelangelo che ero, forse non gli direi di rinunciare alle proprie passioni.

Gli direi che la gloria passa, che il corpo si consuma, che le passioni possono diventare rimpianti e che perfino le opere più grandi non possono rendere immortale chi le ha create.

Ho conosciuto tardi i diletti del mondo, ma forse proprio la vecchiaia mi ha insegnato a riconoscere ciò che il mondo non può dare.

Condotto da molt’anni all’ultim’ore,
tardi conosco, o mondo, i tuo diletti:
la pace che non hai altrui prometti
e quel riposo c’anzi al nascer muore.
La vergogna e ’l timore
degli anni, c’or prescrive
il ciel, non mi rinnuova
che ’l vecchio e dolce errore,
nel qual chi troppo vive
l’anima ’ncide e nulla al corpo giova.
Il dico e so per pruova
di me, che ’n ciel quel sol ha miglior sorte
ch’ebbe al suo parto più presso la morte.

Per il momento i l sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Late, O world, do I know your delights

When I wrote these verses, I was already old, and I was faced with a truth I had tried to postpone all my life: the pleasures of the world are fragile, glory does not save from death, and time, while slowly consuming the body, leaves a mark on the soul far deeper than man can imagine.

I have reached my final hours after having lived a long, restless, and tiring life, a life in which I sought perfection in stone, painting, and drawing, perhaps convinced that art could give form to eternity. Yet now, looking back, I realize that even what seems destined to last forever still belongs to the world and therefore carries with it the limitations of matter.

“Led by many years to my final hours,
late, O world, do I know your delights:
the peace you promise no one else,
and that rest which dies before birth.”

Words I wrote weighed down by experience. I felt time running out. There’s little that can be done: when a man has less life ahead of him, he can finally look more clearly at the life he’s left behind.

““Late do I know, O world, your delights.”

When I write “late do I know,” I don’t just mean that I understood something late in life; within that word lies the regret of someone who realizes that the truth has arrived when there’s almost no time left to use it.

It took me many years to understand that the “delights” of the world aren’t necessarily what they seem, because often behind pleasure, glory, desire, and ambition lies a promise that can’t be kept.

The world seduces man precisely because it makes him believe that what he desires can finally make him complete, but I, having reached old age, can say that I have learned firsthand how fragile those promises are.

I have known fame, I have seen my works become the object of men’s admiration, I have received commissions that have brought me to the center of the artistic and political life of my time, but none of these things have been able to stop time.

None could prevent my youth from becoming old age.

Nothing can prevent my life from reach the end.

The world promises a peace it doesn’t possess.
“You promise the peace you have no one else has,
and that rest that dies before birth.”

The world promises peace, but it doesn’t possess the peace it promises to men; it promises rest, but that rest is so fragile and insubstantial that it dies before it’s even born.

What in youth seems like a definitive achievement, with the passing of the years reveals its precariousness.

I sought rest after work, satisfaction after toil, peace after battles, but every achievement begat another, every satisfied desire gave way to a new desire, and every certainty seemed to already contain the seed of its own end.

The world doesn’t keep its promises, and I understood this when time forces me to look toward another dimension.

Old age forces me to remember

“The shame and fear
of the years, which heaven now prescribes,
renew in me only the old and sweet error.”

Now that heaven seems to have decided for me A term, now that I can perceive the finiteness of my existence more clearly, memory comes back and restores to me what I had tried to push away.

Old age brings not only physical weakness but also the past. The past, when we no longer have the strength or the ability to escape it, comes knocking on the soul’s door again.

Thus the mistakes, desires, passions, and anxieties that are part of my life resurface, and which I now look at with different eyes.

“Sweet mistake,” because I know that some of the things that have caused us the most suffering are also those that, precisely because they are deeply loved, we cannot truly erase.

The years affect the soul above all else
“Whoever lives too long
affects the soul, and the body benefits nothing.”

He who lives too long carries the weight of the years within him. The body ages, I see this every day, but the true sign of time is not only what appears on the face or the hands; it is what remains in the soul after a lifetime.

The years affect it like a chisel. I have spent my life before marble, removing material to search for a hidden form. If on stone the chisel can create a figure, on the soul, however, it can leave wounds.

Every loss, every regret, every unfulfilled desire, every impossible love, every mistake we cannot correct leaves a mark that time cannot always erase.

I sought eternity in marble, but marble also belongs to the earth.
Perhaps, looking at my life today, I realize a contradiction that I did not fully understand when I was young. I have dedicated my life to creating works capable of outliving their creator.

I have sought to conquer time through art.

I have sculpted marble as if eternal life might be hidden within that material; I have painted figures that continue to live before the eyes of men; I have drawn, designed, built, and incessantly sought a beauty that could transcend the fragility of existence.

Yet I myself cannot escape the law that governs all things.

My works may survive: I cannot.

Because in heaven, he who died close to his birth has a better fate
“Because in heaven, that sun has a better fate
which had its birth closest to death.”

I say that in heaven, he who died closest to his birth has a better fate, that is, he who lived a short life. It is the awareness that a long life also means having more time to experience pain, deception, loss, and the fragility of earthly things. He who lives a short life does not have the time to distance himself so far from his origins.

I have traveled a long road, I have known many things, and for that reason I have also come to know their limits.

I understood late what perhaps I should have known sooner.

If I could speak today to the young Michelangelo I was, perhaps I wouldn’t tell him to give up his passions.

I would tell him that glory passes, that the body wears out, that passions can become regrets, and that even the greatest works cannot immortalize their creators.

I discovered the world’s delights late, but perhaps old age itself has taught me to recognize what the world cannot give.

Condotto da molt’anni all’ultim’ore,
tardi conosco, o mondo, i tuo diletti:
la pace che non hai altrui prometti
e quel riposo c’anzi al nascer muore.
La vergogna e ’l timore
degli anni, c’or prescrive
il ciel, non mi rinnuova
che ’l vecchio e dolce errore,
nel qual chi troppo vive
l’anima ’ncide e nulla al corpo giova.
Il dico e so per pruova
di me, che ’n ciel quel sol ha miglior sorte
ch’ebbe al suo parto più presso la morte.

For now, your ever Michelangelo Buonarroti bids you farewell and looks forward to seeing you in future posts and on social media.

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