La superbia se stessa si divora

Voglio iniziare la giornata e la settimana intera con qualche verso che misi nero su bianco qualche anno fa per omaggiare la vita semplice, quella dei contadini e delle loro bestie. Insomma, un invito a riscoprir la terra, il sole e l’acqua per non perdere di vista dietro a tanti sbrilluccichii e chimere, ciò che davvero conta dall’inizio alla fine di questi giorni nostri.

  Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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‘L desir d’ogni speme

Penso e ben so c’alcuna colpa preme,
occulta a me, lo spirto in gran martire;
privo dal senso e dal suo propio ardire
il cor di pace, e ‘l desir d’ogni speme.
    Ma chi è teco, Amor, che cosa teme
che grazia allenti inanzi al suo partire?

Il vostro Michelangelo Buonarroti che stamani inizia la giornata con qualche suo verso antico.

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L’alma ascende e sale

Dopo un giorno di sereno il cielo torna a promettere tempesta. Per iniziare la giornata con un po’ di bellezza e poesia, vi propongo qualche verso che scrissi oramai secoli or sono nella speranza possa essere di vostro gradimento nonché di buon auspicio per le ore a venire.

Non è sempre di colpa aspra e mortale
d’una immensa bellezza un fero ardore,
se poi sì lascia liquefatto il core,
che ‘n breve il penetri un divino strale.
    Amore isveglia e desta e ‘mpenna l’ale,
né l’alto vol preschive al van furore;
qual primo grado c’al suo creatore,
di quel non sazia, l’alma ascende e sale.
    L’amor di quel ch’i’ parlo in alto aspira;
donna è dissimil troppo; e mal conviensi
arder di quella al cor saggio e verile.
    L’un tira al cielo, e l’altro in terra tira;
nell’alma l’un, l’altr’abita ne’ sensi,
e l’arco tira a cose basse e vile.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi turbamenti quotidiani

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Foto di Claudio Giovannini

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Fallace speme ha sol l’amor che muore

Ben può talor col mie ‘rdente desio
salir la speme e non esser fallace,
ché s’ogni nostro affetto al ciel dispiace,
a che fin fatto arebbe il mondo Iddio?
    Qual più giusta cagion dell’amart’io
è, che dar gloria a quella eterna pace
onde pende il divin che di te piace,
e c’ogni cor gentil fa casto e pio?
    Fallace speme ha sol l’amor che muore
con la beltà, c’ogni momento scema,
ond’è suggetta al variar d’un bel viso.
    Dolce è ben quella in un pudico core,
che per cangiar di scorza o d’ora strema
non manca, e qui caparra il paradiso.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti nella malinconia della sera

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False hope belongs unto that love alone

Sometimes my love I dare to entertain
With soaring hope not over-credulous;
Since if all human loves were impious,
Unto what end did God the world ordain?
For loving thee what license is more plain
Than that I praise thereby the glorious
Source of all joys divine, that comfort us
In thee, and with chaste fires our soul sustain?
False hope belongs unto that love alone
Which with declining beauty wanes and dies,
And, like the face it worships, fades away.
That hope is true which the pure heart hath known,
Which alters not with time or death’s decay,
Yielding on earth earnest of Paradise.

Yours Michelangelo Buonarroti

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Il don de’ doni

   Non è più bassa o vil cosa terrena
che quel che, senza te, mi sento e sono,
onde a l’alto desir chiede perdono
la debile mie propia e stanca lena.
    Deh, porgi, Signor mio, quella catena
che seco annoda ogni celeste dono:
la fede, dico, a che mi stringo e sprono;
né, mie colpa, n’ho grazia intiera e piena.
    Tanto mi fie maggior, quante più raro
il don de’ doni, e maggior fia se, senza,
pace e contento il mondo in sé non have.
    Po’ che non fusti del tuo sangue avaro,
che sarà di tal don la tuo clemenza,
se ‘l ciel non s’apre a noi con altra chiave?

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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That gift of gifts

There’s not on earth a thing more vile and base
Than, lacking Thee, I feel myself to be:
For pardon prays my own debility,
Yearning in vain to lift me to Thy face.

Stretch to me, Lord, that chain whose links enlace
All heavenly gifts and all felicity-
Faith, whereunto I strive perpetually,
Yet cannot find (my fault) her perfect grace.

That gift of gifts, the rarer ‘tis, the more
I count it great; more great, because to earth
Without it neither peace nor joy is given.

If Thou Thy blood so lovingly didst pour,
Let not that bounty fail or suffer dearth,
Withholding Faith that opes the doors of heaven.

Yours Michelangelo Buonarroti

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La man che ubbidisce all’intelletto

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
    Il mal ch’io fuggo, e ‘l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
    Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno,
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
    se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ‘l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Nothing the best of artists can conceive
but lies, potential, in a block of stone,
superfluous matter round it. The hand alone
can free it that has intelligence for guide.
     The peril I’m running from, the good descried
in you, proud lovely lady—yes, heaven’s own!—
are virtual in yourself. I’m doomed, I groan:
art thwarting the very end it longs to have.
     Not love, then, and not your beauty, your famous name,
disdain or marble mien, fate high or low,
is the cause I languish long here, hold my breath.
     If mercy and doom in your heart attend, then blame

my feeble wit: though the two affect me so,
it can realize the one only. And that’s death

Yours Michelangelo Buonarroti

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I’ conosco e’ mie danni

La ragion meco si lamenta e dole,
parte ch’i’ spero amando esser felice;
con forti esempli e con vere parole
la mie vergogna mi rammenta e dice:
    – Che ne riportera’ dal vivo sole
altro che morte? e non come fenice. –
Ma poco giova, ché chi cader vuole,
non basta l’altru’ man pront’ e vittrice.
    I’ conosco e’ mie danni, e ‘l vero intendo;
dall’altra banda albergo un altro core,
che più m’uccide dove più m’arrendo.
    In mezzo di duo mort’ è ‘l mie signore:
questa non voglio e questa non comprendo:
così sospeso, el corpo e l’alma muore.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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foto di Christian Maidana

I know my doom

Reason laments and grieves full sore with me,
The while I hope by loving to be blest;
With precepts sound and true philosophy
My shame she quickens thus within my breast:
‘What else but death will that sun deal to thee-
Nor like the phoenix in her flaming nest?’
Yet nought avails this wise morality;
No hand can save a suicide confessed.
I know my doom; the truth I apprehend:
But on the other side my traitorous heart
Slays me whene’er to wisdom’s words I bend.
Between two deaths my lady stands apart:
This death I dread; that none can comprehend.
In this suspense body and soul must part.

Yours Michelangelo Buonarroti

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Carico d’anni e di peccati pieno

Carico d’anni e di peccati pieno
e col trist’uso radicato e forte,
vicin mi veggio a l’una e l’altra morte,
e parte ‘l cor nutrisco di veleno.
    Né propie forze ho, c’al bisogno sièno
per cangiar vita, amor, costume o sorte,
senza le tuo divine e chiare scorte,
d’ogni fallace corso guida e freno.
    Signor mie car, non basta che m’invogli
c’aspiri al ciel sol perché l’alma sia,
non come prima, di nulla, creata.
    Anzi che del mortal la privi e spogli,
prego m’ammezzi l’alta e erta via,
e fie più chiara e certa la tornata.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Burdened with years and full of sinfulness

Burdened with years and full of sinfulness,
With evil custom grown inveterate,
Both deaths I dread that close before me wait,
Yet feed my heart on poisonous thoughts no less.
No strength I find in mine own feebleness
To change or life or love or use or fate,
Unless Thy heavenly guidance come, though late,
Which only helps and stays our nothingness.
‘Tis not enough, dear Lord, to make me yearn
For that celestial home, where yet my soul
May be new made, and not, as erst, of nought:
Nay, ere Thou strip her mortal vestment, turn
My steps toward the steep ascent, that whole
And pure before Thy face she may be brought.

Yours Michelangelo Buonarroti

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Com’or purgata in foco, a Dio si torna

Ognor che l’idol mio si rappresenta
agli occhi del mie cor debile e forte,
fra l’uno e l’altro obbietto entra la morte,
e più ‘l discaccia, se più mi spaventa.
    L’alma di tale oltraggio esser contenta
più spera che gioir d’ogni altra sorte;
l’invitto Amor, con suo più chiare scorte,
a suo difesa s’arma e s’argomenta:
    Morir, dice, si può sol una volta,
né più si nasce; e chi col mie ‘mor muore,
che fie po’, s’anzi morte in quel soggiorna?
    L’acceso amor, donde vien l’alma sciolta,
s’è calamita al suo simile ardore,
com’or purgata in foco, a Dio si torna.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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foto di Christian Maidana

Like gold refined in flame to God on high

Whene’er the idol of these eyes appears
Unto my musing heart so weak and strong,
Death comes between her and my soul ere long
Chasing her thence with troops of gathering fears.
Nathless this violence my spirit cheers
With better hope than if she had no wrong;
While Love invincible arrays the throng
Of dauntless thoughts, and thus harangues his peers:
But once, he argues, can a mortal die;
But once be born: and he who dies afire,
What shall he gain if erst he dwelt with me?
That burning love whereby the soul flies free,
Doth lure each fervent spirit to aspire
Like gold refined in flame to God on high.

Yours Michelangelo Buonarroti

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O notte, o dolce tempo benché nero

 O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
    Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
    O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
    tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.

Christian Maidana

Christian Maidana photo

O night, O sweet though sombre span of time!

O night, O sweet though sombre span of time!-
All things find rest upon their journey’s end-
Whoso hath praised thee, well doth apprehend;
And whoso honours thee, hath wisdom’s prime.
Our cares thou canst to quietude sublime;
For dews and darkness are of peace the friend:
Often by thee in dreams upborne, I wend
From earth to heaven, where yet I hope to climb.
Thou shade of Death, through whom the soul at length
Shuns pain and sadness hostile to the heart,
Whom mourners find their last and sure relief!
Thou dost restore our suffering flesh to strength,
Driest our tears, assuagest every smart,
Purging the spirits of the pure from grief.

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