Mi nutro di quel che arde e avvampa

Mentre del foco son scacciata e priva,
morir m’è forza, ove si vive e campa;
e ‘l mie cibo è sol quel c’arde e avvampa,
e di quel c’altri muor, convien ch’i’ viva.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Crudele arciere

I’ piango, i’ ardo, i’ mi consumo, e ‘l core
di questo si nutrisce. O dolce sorte!
    chi è che viva sol della suo morte,
come fo io d’affanni e di dolore?
    Ahi! crudele arcier, tu sai ben l’ore
da far tranquille l’angosciose e corte
miserie nostre con la tuo man forte;
ché chi vive di morte mai non muore.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Dilombato, crepato, infranto e rotto

Stamani voglio iniziare la giornata riportandovi questi versi che scrissi una manciata di secoli fa. Una descrizione a tratti drammatica della vita mia anche se a tratti un po’ romanzata. Sapete com’è: quando uno scrive poi si lascia trasportare dalle parole e racconta anche quello che non dovrebbe né vorrebbe.

Se siete un po’ giù d’animo è meglio che non la leggiate: peggiorerei la vostra condizione.

 I’ sto rinchiuso come la midolla
da la sua scorza, qua pover e solo,
come spirto legato in un’ampolla:
e la mia scura tomba è picciol volo,
dov’è Aragn’ e mill’opre e lavoranti,
e fan di lor filando fusaiuolo.
    D’intorn’a l’uscio ho mete di giganti,
ché chi mangi’uva o ha presa medicina
non vanno altrove a cacar tutti quanti.
    I’ ho ‘mparato a conoscer l’orina
e la cannella ond’esce, per quei fessi
che ‘nanzi dì mi chiamon la mattina.
    Gatti, carogne, canterelli o cessi,
chi n’ha per masserizi’ o men vïaggio
non vien a vicitarmi mai senz’essi.
    L’anima mia dal corpo ha tal vantaggio,
che se stasat’ allentasse l’odore,
seco non la terre’ ‘l pan e ‘l formaggio.
    La toss’ e ‘l freddo il tien sol che non more;
se la non esce per l’uscio di sotto,
per bocca il fiato a pen’ uscir può fore.
    Dilombato, crepato, infranto e rotto
son già per le fatiche, e l’osteria
è morte, dov’io viv’ e mangio a scotto.
    La mia allegrezz’ è la maninconia,
e ‘l mio riposo son questi disagi:
che chi cerca il malanno, Dio gliel dia.
    Chi mi vedess’ a la festa de’ Magi
sarebbe buono; e più, se la mia casa
vedessi qua fra sì ricchi palagi.
    Fiamma d’amor nel cor non m’è rimasa;
se ‘l maggior caccia sempre il minor duolo,
di penne l’alma ho ben tarpata e rasa.
    Io tengo un calabron in un orciuolo,
in un sacco di cuoio ossa e capresti,
tre pilole di pece in un bocciuolo.
    Gli occhi di biffa macinati e pesti,
i denti come tasti di stormento
c’al moto lor la voce suoni e resti.
    La faccia mia ha forma di spavento;
i panni da cacciar, senz’altro telo,
dal seme senza pioggia i corbi al vento.
    Mi cova in un orecchio un ragnatelo,
ne l’altro canta un grillo tutta notte;
né dormo e russ’ al catarroso anelo.
    Amor, le muse e le fiorite grotte,
mie scombiccheri, a’ cemboli, a’ cartocci,
agli osti, a’ cessi, a’ chiassi son condotte.
    Che giova voler far tanti bambocci,
se m’han condotto al fin, come colui
che passò ‘l mar e poi affogò ne’ mocci?
    L’arte pregiata, ov’alcun tempo fui
di tant’opinïon, mi rec’a questo,
povero, vecchio e servo in forz’altrui,
    ch’i’ son disfatto, s’i’ non muoio presto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi versi scritti prima dlel’alba

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Mi lieva di terra e porta ‘l core

   Perché sì tardi e perché non più spesso
con ferma fede quell’interno ardore
che mi lieva di terra e porta ‘l core
dove per suo virtù non gli è concesso?
    Forse c’ogn’ intervallo n’è promesso
da l’uno a l’altro tuo messo d’amore,
perc’ogni raro ha più forz’e valore
quant’è più desïato e meno appresso.
    La notte è l’intervallo, e ‘l dì la luce:
l’una m’agghiaccia ‘l cor, l’altro l’infiamma
d’amor, di fede e d’un celeste foco.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta lasciandovi una foto di Mary Zangone

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Non posso non mancar d’ingegno e d’arte

Non posso non mancar d’ingegno e d’arte
a chi mi to’ la vita
con tal superchia aita,
che d’assai men mercé più se ne prende.
    D’allor l’alma mie parte
com’occhio offeso da chi troppo splende,
e sopra me trascende
a l’impossibil mie; per farmi pari
al minor don di donna alta e serena,
seco non m’alza; e qui convien ch’impari
che quel ch’i’ posso ingrato a lei mi mena.
    Questa, di grazie piena,
n’abonda e ‘nfiamma altrui d’un certo foco,
che ‘l troppo con men caldo arde che ‘l poco.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta proponendovi un particolare della mano destra del David fotografata da Christian Maidana.

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Un buongiorno in versi

Questa mattina voglio iniziare la giornata in versi preannunciandovi che a breve, probabilmente entro il fine settimana, ci saranno delle belle novità.

Per ritornar là donde venne fora,
l’immortal forma al tuo carcer terreno
venne com’angel di pietà sì pieno,
che sana ogn’intelletto e ‘l mondo onora.
    Questo sol m’arde e questo m’innamora,
non pur di fuora il tuo volto sereno:
c’amor non già di cosa che vien meno
tien ferma speme, in cui virtù dimora.
    Né altro avvien di cose altere e nuove
in cui si preme la natura, e ‘l cielo
è c’ a’ lor parti largo s’apparecchia;
    né Dio, suo grazia, mi si mostra altrove
più che ‘n alcun leggiadro e mortal velo;
e quel sol amo perch’in lui si specchia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Co’ tuo sguardi più presto ancide quante vien più tardi

Non altrimenti contro a sé cammina
ch’i’ mi facci alla morte,
chi è da giusta corte
tirato là dove l’alma il cor lassa;
tal m’è morte vicina,
salvo più lento el mie resto trapassa.
    Né per questo mi lassa
Amor viver un’ora
fra duo perigli, ond’io mi dormo e veglio:
la speme umile e bassa
nell’un forte m’accora,
e l’altro parte m’arde, stanco e veglio.
    Né so il men danno o ‘l meglio:
ma pur più temo, Amor, che co’ tuo sguardi
più presto ancide quante vien più tardi.

Il vostro Michelangelo Buonarroti fra i sui ricordi che ancor gl’infiammano ‘i core

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