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Per secoli hanno pensato fosse la Marchesa di Pescara, sbagliando

La Testa ideale di donna di profilo a sinistra, con capelli intrecciati e un elaborato copricapo decorato da un motivo a squame di pesce, che realizzai tra il 1525 e il 1528, è uno dei miei disegni più noti al grande pubblico e affascinanti.

Nel corso dei secoli mi hanno attribuito amicizie, intenzioni e persino identità dei miei personaggi con una fantasia che avrebbe fatto invidia a qualsiasi poeta rinascimentale. Così quella donna elegante, nata dalla mia immaginazione, è diventata per troppi la Marchesa di Pescara.

Peccato che ci fosse un piccolo dettaglio: quando la disegnai, la mia amicizia con Vittoria Colonna doveva ancora sbocciare.

Insomma, la storia ogni tanto corre più veloce dei fatti facendo errori grossolani di tempistiche, a quanto pare.

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Una donna ideale, non un ritratto

Non cercavo il volto di una persona precisa ma solo un ideale.

Le mie teste femminili non erano ritratti destinati a immortalare una nobildonna ma esercizi dello spirito prima ancora che della mano. Attraverso un profilo netto, uno sguardo assorto e una capigliatura quasi impossibile desideravo dare forma a qualità invisibili, come la nobiltà dell’animo, la forza interiore o quella grazia che nessun volto reale in realtà ha.

Le trecce si intrecciano con un pannello decorato da motivi che ricordano le squame di un pesce, creando un equilibrio raffinato tra realtà e fantasia.

Il mistero della “Marchesa di Pescara”

Il nome con cui quest’opera è diventata famosa non nasce da me.

Nel 1613 l’incisore Antonio Tempesta pubblicò una stampa ispirata al disegno attribuendole il titolo di Marchesa di Pescara. Probabilmente quel curioso motivo a squame del copricapo suggerì un collegamento con il titolo nobiliare legato alla città di Pescara, ma si trattava soltanto di un’interpretazione.

Da allora l’equivoco è stato tramandato per secoli.

Questa identificazione però non regge. Il volto non possiede le caratteristiche di un ritratto reale, ma quelle di una figura idealizzata, costruita per rappresentare un concetto più che una persona.

A volte basta una didascalia fortunata per cambiare il destino di un’opera.

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Un disegno rifinito come un’incisione

Realizzai quest’opera con il gessetto nero, lavorando attraverso un fitto intreccio di tratteggi e minuscoli punti che creano una straordinaria varietà di sfumature.

Il risultato ricorda quasi un’incisione, tanto è precisa la costruzione delle ombre.

Eppure, osservando attentamente il foglio, emergono ancora le tracce del primo schizzo. Sono segni leggeri che raccontano il momento in cui l’idea stava ancora cercando la propria forma definitiva.

Perché regalavo questi disegni

Non ogni foglio nasceva come studio preparatorio. Alcuni erano destinati a diventare veri e propri doni.

Sono i cosiddetti Presentation Drawings, opere finite che realizzavo per amici particolarmente cari. Erano, in qualche modo, l’equivalente visivo delle poesie che dedicavo alle persone che stimavo.

Giorgio Vasari parlò delle mie celebri “teste divine”, un’espressione che conteneva un doppio significato. Divine erano le figure rappresentate è divina era la mia abilità da disegnatore.

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Il retro del foglio racconta un’altra storia

Se il recto mostra tutta la calma di una figura ideale, il verso sembra quasi appartenere a un’altra giornata della mia vita.

Sul retro, eseguito a gessetto rosso, compaiono una testa di satiro urlante, un ragazzo colto in un momento decisamente poco eroico, un giovane con cappello piumato e bastone e altri schizzi attribuiti ai miei allievi.

Da una parte la perfezione ideale, dall’altra la spontaneità dello studio, l’umorismo e perfino quella vena caricaturale che spesso mi divertiva esplorare.

Chi pensa che io abbia disegnato soltanto figure solenni dovrebbe osservare con attenzione quei piccoli schizzi. Anche il Rinascimento sapeva sorridere.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Durante siglos, creyeron erróneamente que era la marquesa de Pescara.

El retrato de la cabeza ideal de una mujer de perfil a la izquierda, con el cabello trenzado y un elaborado tocado decorado con un motivo de escamas de pez, que creé entre 1525 y 1528, es uno de mis dibujos más famosos y fascinantes.

A lo largo de los siglos, la gente me ha atribuido amistades, intenciones e incluso la identidad de mis personajes con una imaginación que habría envidiado cualquier poeta renacentista. Así, esa elegante mujer, nacida de mi imaginación, se ha convertido, para muchos, en la marquesa de Pescara.

Es una pena que hubiera un pequeño detalle: cuando la dibujé, mi amistad con Vittoria Colonna aún no había florecido.

En resumen, la historia a veces avanza más rápido que los hechos, cometiendo, al parecer, graves errores de cronología.

Una mujer ideal, no un retrato

No buscaba el rostro de una persona específica, solo un ideal.

Mis cabezas femeninas no eran retratos destinados a inmortalizar a una noble, sino ejercicios del espíritu incluso antes de la mano. Mediante un perfil limpio, una mirada pensativa y un peinado casi imposible, quise dar forma a cualidades invisibles, como la nobleza de alma, la fuerza interior o esa gracia que ningún rostro real posee.

Las trenzas se entrelazan con un panel decorado con motivos que recuerdan a las escamas de los peces, creando un refinado equilibrio entre realidad y fantasía.

El misterio de la «Marquesa de Pescara»

El nombre por el que esta obra se hizo famosa no es mío.

En 1613, el grabador Antonio Tempesta publicó una estampa inspirada en el dibujo, atribuyéndole el título de Marquesa de Pescara. El curioso motivo de escamas en el tocado probablemente sugería una conexión con el título nobiliario asociado a la ciudad de Pescara, pero esto era solo una interpretación.

Desde entonces, el malentendido ha persistido durante siglos.

Sin embargo, esta identificación es insostenible. El rostro no posee las características de un retrato real, sino las de una figura idealizada, construida para representar un concepto más que a una persona.

A veces, un pie de foto ingenioso basta para cambiar el destino de una obra.

Un dibujo tan refinado como un grabado

Creé esta obra con tiza negra, trabajando con un denso entramado de sombreados y pequeños puntos que crean una extraordinaria variedad de tonalidades.

El resultado casi se asemeja a un grabado, tal es la precisión en la construcción de las sombras.

Sin embargo, al observar detenidamente la hoja, aún emergen vestigios del primer boceto. Son leves marcas que revelan el momento en que la idea aún buscaba su forma definitiva.

Por qué regalé estos dibujos

No todas las hojas comenzaron como estudios preparatorios. Algunas estaban destinadas a convertirse en verdaderos regalos.

Estos son los llamados Dibujos de Presentación, obras terminadas que creé para amigos muy queridos. Eran, en cierto modo, el equivalente visual de los poemas que dediqué a personas a las que admiraba.

Giorgio Vasari habló de mis famosas «cabezas divinas», una expresión con doble sentido. Las figuras representadas eran divinas, al igual que mi habilidad como dibujante.

El reverso de la hoja cuenta otra historia

Si el anverso muestra la serenidad de una figura ideal, el reverso parece pertenecer a otro día de mi vida.

En el reverso, dibujados con tiza roja, aparecen la cabeza de un sátiro gritando, un muchacho atrapado en un momento nada heroico, un joven con sombrero de plumas y bastón, y otros bocetos atribuidos a mis alumnos.

Por un lado, la perfección ideal; por otro, la espontaneidad del estudio, el humor e incluso esa vena caricaturesca que a menudo disfrutaba explorando.

Quien piense que solo dibujaba figuras solemnes debería examinar con atención esos pequeños bocetos. Incluso el Renacimiento sabía sonreír.

Por ahora, su servidor, Michelangelo Buonarroti, se despide y los invita a seguirme en futuras publicaciones y en las redes sociales.

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