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Arrivarono a censurare persino ciò che non c’era più

La censura non è mai una buona idea. E qualche volta riesce persino nell’impresa di diventare involontariamente comica.

Ve lo dico io, che delle mie opere ho visto cambiare colori, aggiungere panneggi, coprire nudità, modificare figure e persino nascondere ciò che, a un certo punto, non esisteva più.

Sì, avete letto bene.

Nel corso dei secoli alcune delle mie opere furono sottoposte a interventi censorii che oggi, osservandoli con un po’ di distanza, mostrano tutta la loro contraddizione. Il desiderio di coprire ciò che veniva considerato indecoroso arrivò talvolta a risultati che hanno quasi dell’assurdo. Il caso più celebre è naturalmente quello del Giudizio Universale nella Cappella Sistina ma non è l’unico.

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Le mie figure nude diventarono uno scandalo

Quando dipinsi il Giudizio Universale, non immaginavo certo che, a distanza di anni, qualcuno avrebbe ritenuto necessario intervenire sulle mie figure per coprirne le nudità.

Le polemiche erano cominciate già quando l’affresco era ancora visibile nella sua interezza. Biagio da Cesena, maestro di cerimonie pontificio, giudicò sconveniente la presenza di tanti corpi nudi in una cappella papale. Le sue critiche divennero celebri e contribuirono ad alimentare quella lunga discussione sulla moralità dell’affresco.

Io, naturalmente, non rimasi del tutto estraneo alla polemica. E qualcuno finì persino per ritrovarsi all’Inferno, almeno dipinto.

Ma la vera svolta arrivò nel 1564, quando la Congregazione del Concilio di Trento dispose che alcune delle nudità considerate oscene fossero coperte. Io ero già morto da pochi mesi: non avrei quindi mai potuto vedere con i miei occhi quelle modifiche.

L’incarico fu affidato a Daniele da Volterra, mio amico, collaboratore e artista a me particolarmente vicino.

Daniele non si mise semplicemente a imbrattare il mio affresco. Cercò, per quanto possibile, di intervenire con discrezione, aggiungendo panneggi e coperture alle figure. Fu proprio questa attività a procurargli il celebre soprannome di Braghettone.

E qui comincia una storia che, se non riguardasse un’opera tanto importante, avrebbe quasi qualcosa di farsesco.

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Prima le braghe, poi le braghe delle braghe

Le prime coperture furono soltanto l’inizio. Dopo Daniele da Volterra, altri interventi si susseguirono nel tempo. Alcune aggiunte furono realizzate nei secoli successivi e la censura finì per allargarsi ben oltre l’intervento originario.

Non bastava più coprire ciò che era stato ritenuto scandaloso. A un certo punto sembrò necessario coprire ancora.

E ancora.

E ancora.

Il risultato fu che l’affresco finì per essere disseminato di panneggi aggiunti in epoche diverse. Durante il grande restauro concluso nel 1994, le aggiunte più tarde furono rimosse, mentre vennero conservate le modifiche cinquecentesche considerate ormai parte della storia stessa dell’opera.

Quando si interviene su un’opera d’arte non si sta semplicemente coprendo un corpo: si sta modificando un’immagine, alterando un equilibrio, lasciando una traccia del proprio tempo sulla creazione di un altro artista.

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Ma il David aveva davvero bisogno di una foglia di fico?

Il mio David ebbe una sorte simile. Quando lo mostrai ai fiorentini nel 1504, non aveva alcuna foglia di fico.

La scultura era stata concepita nella sua nudità e proprio quella nudità apparteneva alla tradizione della rappresentazione eroica del corpo umano.

Eppure, dopo la mia partenza definitiva da Firenze nel 1534, anche il David fu sottoposto a censura.

Una traccia di questo intervento compare nella celebre lettera che Pietro Aretino mi inviò nel 1545, nella quale, mentre polemizzava aspramente con me a proposito del Giudizio Universale, faceva riferimento anche alla copertura del sesso del David.

La foglia di fico rimase poi sulla scultura per molto tempo.

Pensate alla scena: il David, concepito da me come un’immagine potentissima della figura umana, finì per essere presentato per generazioni con una foglia aggiunta proprio là dove qualcuno aveva deciso che fosse necessario nascondere qualcosa.

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E arriviamo al punto più assurdo

Ci furono opere mie che, per vicende diverse, avevano già perso il membro che qualcuno avrebbe voluto censurare.

Eppure furono censurate lo stesso.

A questo punto, permettetemi una domanda: che cosa volevano coprire? Il caso del Cristo Portacroce di Santa Maria sopra Minerva è particolarmente significativo.

La scultura fu sottoposta nel tempo a modifiche e aggiunte. La storia dell’opera è complessa e comprende anche la perdita dell’elemento originario relativo alla nudità, oltre alla successiva presenza di un panneggio metallico.

E così ci si trova davanti a una situazione quasi paradossale: si interviene per coprire ciò che non è più visibile.

È difficile non cogliere l’ironia della vicenda.

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Anche il Bacco finì sotto censura

Non fu soltanto il Cristo Portacroce. Una sorte curiosa toccò anche al mio Bacco oggi conservata al Museo Nazionale del Bargello.

Il Bacco aveva già subito vicissitudini molto particolari nel corso della sua storia e la documentazione grafica antica è importante proprio per comprendere come l’opera fosse vista nel Cinquecento. Eppure, anche davanti a questa scultura comparvero elementi destinati a nascondere la nudità.

Una fotografia di Anderson del Novecento documenta ancora la presenza di una foglia di fico davanti al pube. M cosa volevano nascondere visto che poco dopo la sua realizzazione già aveva perso il pisello?

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La censura rende più visibile ciò che vuole cancellare

Chi censura pensa di eliminare qualcosa dalla vista ma spesso ottiene l’effetto contrario.

La foglia di fico richiama immediatamente l’attenzione proprio sul punto che dovrebbe nascondere.

Il panneggio aggiunto al corpo diventa evidente perché non appartiene alla composizione originale.

La braga dipinta sul Giudizio Universale racconta oggi una storia parallela: non soltanto quella dell’opera, ma quella della paura, del pudore e dei cambiamenti culturali che attraversarono i secoli.

E così la censura, nel tentativo di cancellare, finisce per accentuare.

Quando si arriva a nascondere il nulla, alla fine non si sta più proteggendo il pudore che non ha bisogno per altro di protezione alcuna. Si sta semplicemente cercando di nascondere un’idea. E le idee, come ben sapete, sono assai più difficili da mettere sotto una foglia di fico.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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They even went so far as to censor things that were no longer there

Censorship is never a good idea. And sometimes, it even manages to become unintentionally comical.

I speak from experience, having seen the colors of my works altered, drapery added, nudity covered up, figures modified, and—at one point—even things hidden that no longer existed.

Yes, you read that right.

Over the centuries, some of my works were subjected to acts of censorship that, viewed from a distance today, reveal their inherent contradictions. The desire to cover up what was deemed indecorous sometimes led to almost absurd results. The most famous case is, of course, the Last Judgment in the Sistine Chapel, but it is not the only one.

My nude figures caused a scandal

When I painted the Last Judgment, I certainly never imagined that, years later, someone would deem it necessary to alter my figures to cover their nudity.

Controversy had already begun while the fresco was still visible in its entirety. Biagio da Cesena, the papal master of ceremonies, considered the presence of so many nude bodies in a papal chapel to be improper. His criticisms became famous and helped fuel the long-standing debate regarding the morality of the fresco.

Naturally, I did not remain entirely aloof from the controversy. And someone even ended up in Hell—at least, in painted form.

But the real turning point came in 1564, when the Congregation of the Council of Trent ordered that certain instances of nudity deemed obscene be covered up. I had already been dead for a few months, so I never saw those modifications with my own eyes.

The task was entrusted to Daniele da Volterra—a friend, collaborator, and artist particularly close to me.

Daniele did not simply set about defacing my fresco. He tried, as far as possible, to intervene discreetly, adding drapery and coverings to the figures. It was precisely this activity that earned him the famous nickname Braghettone—”Breeches-maker.”

And here begins a story that, were it not about such an important work, would seem almost farcical.

First the breeches, then the breeches for the breeches

The initial coverings were just the beginning. After Daniele da Volterra, other interventions followed over time. Some additions were made in subsequent centuries, and the censorship eventually extended far beyond the original intervention.

It was no longer enough to cover what had been deemed scandalous. At a certain point, it seemed necessary to cover even more.

And more.

And more.

The result was that the fresco ended up dotted with drapery added in different eras. During the major restoration completed in 1994, the later additions were removed, while the sixteenth-century modifications—by then considered part of the work’s own history—were preserved.

When one intervenes on a work of art, one is not simply covering a body: one is modifying an image, altering a balance, and leaving a trace of one’s own time on another artist’s creation. But did the David really need a fig leaf?
My David met a similar fate. When I unveiled it to the Florentines in 1504, it had no fig leaf.

The sculpture had been conceived in its nudity, and that very nudity belonged to the tradition of the heroic depiction of the human body.

Yet, after I left Florence for good in 1534, the David too was subjected to censorship.

A trace of this intervention appears in the famous letter Pietro Aretino sent me in 1545; in it, while fiercely arguing with me about The Last Judgment, he also referred to the covering of the David’s genitals. The fig leaf remained on the sculpture for a long time.

Picture the scene: David—conceived by me as a powerful image of the human form—ended up being displayed for generations with a leaf added precisely where someone had decided something needed to be hidden.
And then we come to the most absurd part.
There were works of mine that, due to various circumstances, had already lost the very member someone might have wanted to censor.

Yet they were censored anyway.

At this point, allow me to ask: what were they trying to cover up? The case of the Christ Carrying the Cross in Santa Maria sopra Minerva is particularly telling.

Over time, the sculpture underwent alterations and additions. The work’s history is complex, involving the loss of the original element regarding nudity as well as the subsequent addition of metal drapery.

And so, we are faced with a near-paradoxical situation: measures are taken to cover something that is no longer visible.

It is hard to miss the irony of the situation.

Even Bacchus fell victim to censorship

It wasn’t just Christ Carrying the Cross. A curious fate also befell my Bacchus, now housed in the Bargello National Museum.

Bacchus had already endured a rather unusual history, and early visual records are crucial for understanding how the work was perceived in the sixteenth century. Yet, even with this sculpture, elements were added to conceal the nudity.

A twentieth-century photograph by Anderson still shows a fig leaf covering the groin. But what were they trying to hide, given that the statue had already lost its penis shortly after its creation?

Censorship makes what it seeks to erase more visible

Those who censor intend to remove something from view, but often achieve the exact opposite effect.

The fig leaf immediately draws attention to the very spot it is meant to hide.

Drapery added to the body stands out because it is not part of the original composition.

The loincloth painted over the Last Judgment tells a parallel story today: not just the story of the artwork itself, but a story of fear, modesty, and the cultural shifts that have unfolded over the centuries.

And so, in its attempt to erase, censorship ends up accentuating.

When one goes so far as to hide nothingness, one is no longer protecting modesty—which, after all, needs no protection. One is simply trying to hide an idea. And ideas, as you well know, are far harder to tuck away behind a fig leaf.

For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell, looking forward to seeing you in future posts and on social media.

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