Ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola

Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con il suo poetare

temp_regrann_1501220974693.jpg

 

Annunci

Prime testimonianze della Battaglia dei Centauri

La prima testimonianza scritta che si ha della Battaglia di Centauri si trova in una lettera scritta del lontano 1527 da Giovanni Borromeo. Chi era costui? Niente di meno che l’agente dei Gonzaga a Firenze alla ricerca di tesori artistici da comprare per Federico, il marchese di Mantova. Federico stravedeva per le opere mie e avrebbe pagato qualsiasi prezzo pur  di potarsi a casa una scultura o un dipinto.

Nella lettera Borromeo scrive “certo quadro di figure nude, che combattono, di marmore, quale havea principiato ad istantia d’un gran signore, ma non è finito. E’ braccia uno e mezo a ogni mane, et così a vedere è cosa bellissima, e vi sono più di 25 teste e 20 corpi varii, et varie attitudine fanno”. Il gran signore è Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico.

Successivamente questo mio lavoro giovanile viene descritto rapidamente anche nella biografia che scrisse il Condivi, anno 1553.

Se volete vedere la Battaglia dei Centauri con i vostri occhi, non dovrete fare altro che varcare le soglie di Casa Buonarroti, in via Ghibellina a Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi e i suoi racconti che vi aspetta tutti a casa sua, nella città del Rinascimento.

temp_regrann_1500784220548.jpg

Prima della fine

Questi che vi propongo oggi sono gli ultimi versi, quelli estremi che scrissi prima di posare carta e penna. Leggeteli in questa chiave pensando a me, oramai vecchio, acciaccato e con un gran numero di amici che già erano passati a miglior vita anni prima.

Non più per altro da me stesso togli
l’amor, gli affetti perigliosi e vani,
che per fortuna avversa o casi strani,
ond’e’ tuo amici dal mondo disciogli,
    Signor mie car, tu sol che vesti e spogli,
e col tuo sangue l’alme purghi e sani
da l’infinite colpe e moti umani

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

temp_regrann_1500267789650

Studi per il Giorno e la Notte a Oxford

Dietro ogni scultura o dipinto c’è sempre un gran lavorone da fare. Da dove si comincia? Beh, dal disegno. Difficile tirar fuori qualcosa di buono se si ha poca dimestichezza con carboncini, sanguigne e penne. E’ sulla carta che inizia a prender forma un’opera, a diventare sempre più concreta, a modellarsi secondo quello che la mente comanda.

Cercando qua e la e facendo un po’ di pulizie estive, ammuchiati sotto un bello strato di polverone, ho scovato vecchie carte. Fra questi fogli ce n’è uno che da troppo tempo avevo dimenticato. Presenta studi molto interessanti e particolareggiati relativi alle opere che avrei scolpito poi per le tombe dei duchi Medici.

Sul recto c’è uno studio per l’allegoria del Giorno mentre sul verso sono presenti quattro studi per il braccio destro della Notte che, alla fine dei conti, ha molta affinità con il braccio sinistro del David, scolpito anni prima.

Lo studio del corpo del Giorno lo realizzati adoperando il carboncino nero mentre gli altri studi sono a sanguigna anche se qua e là qualche tocco di carboncino nero c’è.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, parecchio accaldato e piazzato davanti al ventilatore.

oxford Giorno

Questo foglio appartiene all’Ashmolean Museum di Oxford

oxford notte

Lo Sforzesco e il Louvre si metton d’accordo per me

Milano è sempre più vicina a Parigi e non è una questione di moda, fashion e robe simili. Al centro della scena ci siamo io, Leonardo e l’arte. Bello no? Il Castello Sforzesco sta prendendo accordi e collaborando con il Museo del Louvre per l’organizzazione della grandiosa mostra “Anima e corpo. Movimenti del corpo e emozioni dell’anima nella scultura italiana dal 1460 al 1520”.

I cardini di questa prossima esposizione che ha tutti i requisiti per essere una di quelle imperdibili, saranno alcune importanti opere mie. Verranno proposte al pubblico 130 lavori dislocati in due differenti percorsi, provenienti dal Metropolitan di New York, dal Victoria & Albert Museum di Londra, da Berlino, Vienna e dalla collezione appartenente al Castello Sforzesco stesso.

Come accennato verranno allestiti due percorsi diversi con il medesimo tema: uno al Louvre e uno allo Sforzesco. Una sorta di mostra unica che per essere vista in toto richiede l’entrata in due diversi musei in due nazioni confinanti.

Il percorso francese aprirà i battenti nell’aprile del 2020 e terminerà a luglio dello stesso anno. I suoi pezzi forti saranno ovviamente i due schiavi miei. Il percorso italiano aprirà i battenti al pubblico da settembre a dicembre del medesimo anno e avrà come punto di forza la Pietà Rondanini.

Le collaborazioni fra Milano e Parigi però non terminano qua. Ad esempio, in occasione del 500 anno dalla morte del non tanto caro ma comune bravo Leonardo (maggio 2019) arriveranno al Castello Sforzesco importanti prestiti. Sono previste anche mostre interessanti che non hanno come protagonisti né me né Leonardo come quella di Picasso e Toulouse Lautrec.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta sperando presto rinfreschi…basta poco eh, giusto una piovutina preferibilmente di notte, così di giorno posso andare a spasso senza prendere l’ombrello Chiedo troppo eh?

castello.jpg.jpg

Il viavai degli scalpellini

Come ho avuto modo di raccontarvi in più occasioni, il tempo che trascorsi nelle cave di Seravezza fu duro, complicato nonché infruttuoso. Gli scalpellini andavano e venivano a loro piacimento senza che potessi fare alcunché in merito. Li facevo arrivare direttamente da Settignano tranne alcuni molto abili reperiti in loco. Dopo la prima paga però se ne tornavano a casa, lasciandomi senza una parte preziosa della forza lavoro.

In una lettera indirizzata al mi fratello Buonarroto, espressi tutta la mia preoccupazione in merito a questa spinosa faccenda. Gli scalpellini tornando a casa poi parlavano male di me e io avevo sempre più difficoltà a reperirne di nuovi.

Seravezza, 31 luglio 1518

Buonarroto, degli scharpellini che vennon qua, solo c’è restato Meo e cCechone; gli altri se ne sono venuti.

Ebono qua da mme quatro duchati e promessi loro danari chontinuamente da vivere, acciò che e’ potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e chon dispecto, i’ modo che quel tristerello di Rubechio m’à presso che guasto una cholonna che ò cavata.

Ma più mi duole che e’ vengono costà e danno chactiva fama a mme e alle chave de’ marmi per ischarichare loro, in modo che, volendo poi degl’uomini, no ne posso avere. Vorrei almeno, poi che e’ m’ànno ghabato, che e’ si stessino cheti.

Però io t’aviso, acciò che tu gli facci star cheti chon qualche paura, o di Iachopo Salviati o chome pare a cte, perché questi g[h]ioctoncegli fanno gran danno a quest’opera e anche a me.

Michelagniolo in Seraveza. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze. Data in Via G[h]ibellina, a riscontro alla casa de’ Guardi.

Cave-di-marmo-dell-Henraux-in-Toscana_660x380

La storia della copia più fotografata del David

Correva l’anno 1873 quando venne deciso di trasportare il David dall’arengario di Palazzo Vecchio fino alla Galleria dell’Accademia. Troppi secoli di esposizione agli agenti atmosferici e un restauro temerario eseguito dal Costoli, stavano mettendo a dura prova la resistenza del gigante di marmo. Fu necessario dunque metterlo al riparo da ulteriori danni, sistemandolo all’interno del nuovo spazio progettato da De Fabris che in quel periodo ancora era in costruzione.

L’amministrazione comunale di quel periodo, avrebbe voluto riempire il vuoto lasciato dal David con la copia in bronzo fusa nel 1866 da Clemente Papi. I fiorentini però non ne vollero sapere di quell’opera: il nuovo David doveva essere uguale in tutto e per tutto all’originale.

Agli inizi del ‘900, a cavallo fra la amministrazione di Filippo Sangiorgi e Filippo Corsini da Filicaja, venne indetto un concorso pubblico: il vincitore avrebbe realizzato una copia identica al mio David. Luigi Arrighetti, scultore di Sesto Fiorentino, si aggiudicò il bando e nel 1910 finalmente quel posto vacante da decenni venne di nuovo occupato dal gigante di marmo.

Chissà se tutti quelli che quotidianamente si scattano foto sotto la copia di Arrighetti sappiano chi l’ha scolpita…lo dubito fortemente.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

michelangelo-1289376_960_720

Solidarietà fra colleghi, questa sconosciuta

Inizia una nuova giornata e un po’ vi ammetto che sono amareggiato. Nessuno e dico nessun altro blog dedicato all’arte o pagina Facebook che si occupa di divulgare bellezze e conoscenze artistiche m’ha mostrato una qualche forma di solidarietà durante questa settimana di quasi silenzio mediatico forzato sul noto social network. Un po’ mi dispiace perché in altre occasioni non mi sono comportato allo stesso modo. Pazienza, è storia antica: non si viene quasi mai ripagati con la stessa moneta.

Vi scrivo qualche verso che mi sta a cuore, sperando possa allietarvi questo inizio di giornata. Lo dedico a voi che continuate a supportarmi.

Se ‘l foco fusse alla bellezza equale
degli occhi vostri, che da que’ si parte,
non avrie ‘l mondo sì gelata parte
che non ardessi com’acceso strale.
    Ma ‘l ciel, pietoso d’ogni nostro male,
a noi d’ogni beltà, che ‘n voi comparte,
la visiva virtù toglie e diparte
per tranquillar la vita aspr’e mortale.
    Non è par dunche il foco alla beltate,
ché sol di quel s’infiamma e s’innamora
altri del bel del ciel, ch’è da lui inteso.
    Così n’avvien, signore, in questa etate:
se non vi par per voi ch’i’ arda e mora,
poca capacità m’ha poco acceso.

Il vostro Michelangelo Buonarroti al suo terzo caffè mattutino prima delle sette. Ah, la bella foto a seguire della Notte è di Nico Vigenti

nico vigenti

L’affettuosa fantasia

Fra tutti i versi che scrissi, quelli che vi propongo oggi sono un sunto di tutta la vita mia. Li misi nero su bianco quando già ero parecchio in là con gli anni. Sentivo avvicinarsi a passi da gigante l’ultima ora anche se mai mi mancò però la forza di attaccare il marmo con martello e scalpello. Una cosa sola io e la scultura: senza gli attrezzi di lavoro, compagni di una vita intera, probabilmente sarei passato a miglior vita molto prima…l’inattività non era cosa per me, non mi appassionava e di passione vivevo io.

Vi ripropongo dunque alcuni dei versi più belli, struggenti e appassionate di tutta la mia produzione.

Giunto è già ‘l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
    Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
    Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
    D’una so ‘l certo, e l’altra mi minaccia.
    Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia.

1229445564439_4-crocifisso-attr-buonarroti-foto-aurelio-amendola

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Al mi babbo, da Roma

Arrivai a Roma per la prima volta il 25 luglio del 1496. Il cardinale Riario, vittima della truffa allestita da un antiquario poco onesto che aveva anticato un mio cupido dormiente, volle conoscermi. Ebbe così inizio sul serio la mia carriera artistica: se con il Bacco iniziai a farmi conoscere nell’ambiente dei grandi mecenati, con la Pietà Vaticana divenni lo scultore più ricercato e apprezzato del momento.

Vi riporto la prima lettera che scrissi da Roma a mio padre o perlomeno la più datata che sia stata rintracciata.

Roma, 1 luglio del 1497

Reverendissimo e charo padre,

non vi maravigliate che io non torni, perché io non ò potuto ancora achonciare e’ fatti mia col Cardinale, e partir no’ mi voglio se prima io non son sodisfatto e rremunerato della fatica mia; e con questi gra’ maestri bisogna andare adagio, perché non si possono sforzare.

Ma credo in ogni modo di questa settimana che viene essere sbrigato d’ogni cosa. Avisovi come fra Glionardo ritornò qua a rRoma, che dicie che gli era bisognato fuggire da Viterbo e che gli era statto tolto la cappa e voleva venire chostà; onde io gli detti un ducato d’oro che mi chiese per venire, e chredo che ‘1 dobiate sapere, perché debe esser giunto costà. Io non so che mi vi dire altro, perché sto sospeso e non so ancora come la s’andrà; ma presto spero esser da voi. Sano così spero di voi.

Raccomandatemi agli amici. Michelagniolo scultore in Roma. Domino Lodovicho Buonarroti in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

d87cb953ae58277352577c3f44f17c45