Il ritrovamento del Laocoonte

Era una giornata gelida del gennaio del 1506. Non è l’inizio di un racconto da bambini ma di una favola per adulti che ha portato alla luce uno dei più grandi capolavori dell’arte ellenistica.

Ebbene, in quel giorno di gennaio, in una vigna nei pressi del Colosseo, vennero alla luce dei serpenti di marmo. Fu abbastanza chiaro che quelle spire erano un pezzo di storia che riaffiorava alla superficie, dopo secoli di oblio. Quei serpenti avevano fatto perire Laocoonte e i suoi due figli: il nefasto regalo che lasciò Ulisse ai Troiani.

Omero narra che a Rodi, due abili scultori, avevano realizzato in memoria di questa leggenda una scultura apprezzata da tutto il mondo allora conosciuto. Ne parlò anche Plinio mettendo in luce il fatto che l’imperatore Tito l’avesse comprata e fatta trasportare fino al centro dell’impero: Roma.

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Papa Giulio II non perse tempo e si affretto a proporre al proprietario della vigna oltre 600 ducati, una bella somma per quell’epoca. Il Pontefice già s’era messo in moto per far realizzare all’interno del giardino del Belvedere, in Vaticano, un’apposita cappella per conservare la preziosa opera alla stregua di una reliquia.

I poeti più in vista del tempo si misero a raccontare l’evento con parole lusinghiere. Alcuni credettero fosse un segno premonitore di chissà che cosa e cesare Trivulzio, disse a suo fratello che era il ritrovamento del Laocoonte fu l’evento più significativo dell’anno.

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Perché vi racconto questo evento?

Nel medesimo giorno del sensazionale ritrovamento, io ero a casa del Sangallo. Ero da poco rientrato da Carrara dove ero andato per scegliere i marmi per realizzare la colossale sepoltura di Giulio II ancora vivo e vegeto.

Qualcuno mi venne subito a chiamare per avvertirmi cosa stava accadendo a pochi passi dal Colosseo e mi precipitai nella vigna per osservare da vicino quel capolavoro che stavano facendo riemergere dalla terra.

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Come potevo non rimanere estasiato da una simile perfezione anatomica e da un pathos così coinvolgente? Le facce dei tre protagonisti erano un racconto continuo. Rimanere indifferenti era impossibile!

Mentre venivano riportate alla luce le forme di quel complesso, quasi mi sentii mancare. Possibile che la scultura avesse già raggiunto quella perfezione di forme in un tempo così remoto?

Sembra di sì.

Il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta e se ne va a giro per Firenze ancora vestita a festa.

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