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Mi chiamate spilorcio, ma non sapete quanto diedi

Per secoli mi avete chiamato spilorcio, tirchio, scorbutico. Ma se davvero fossi stato quell’uomo che avete imparato a conoscere attraverso le dicerie, perché avrei dato tanto a chi aveva bisogno di una mano?

Dicono fossi avaro.

Lo hanno scritto, raccontato, ripetuto. Di me si è tramandata l’immagine di un uomo burbero, solitario, poco incline a spendere e ancora meno disposto ad aiutare gli altri.

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L’unica certezza che ho è che le dicerie viaggiano molto più velocemente della verità. E allora permettetemi di raccontarvi una storia diversa.

Una storia fatta non soltanto di marmo, pennelli, cantieri e commissioni, ma anche di denaro dato in silenzio, di persone aiutate, di amici sostenuti e persino di giovani donne alle quali contribuii a procurare una dote.

Non ero aristocratico, ma potevo fare del bene

Nella mia vita guadagnai molto. Non sempre facilmente, sia chiaro. Dietro ogni fiorino, ogni scudo, ogni pagamento c’erano giornate di lavoro, discussioni con committenti, progetti interminabili, fatiche e responsabilità.

Ero perfettamente consapevole del valore del mio lavoro, questo sì. Essere consapevoli del proprio valore non significa però essere spilorci. Avevo il desiderio di destinare parte delle mie ricchezze alla carità, soprattutto a Firenze, la città alla quale ero profondamente legato.

Non appartenevo all’aristocrazia e non avevo bisogno di ostentare le mie elemosine. Anzi, preferivo che molte di esse rimanessero sconosciute. In una lettera indirizzata al mio amatissimo nipote Lionardo spiegai molto chiaramente il motivo per cui desideravo fare beneficenza:

“Perché sono vecchio, come sai, vorrei fare qualcosa a Firenze per il benessere dell’anima mia, cioè fare elemosina, poiché non c’è altro che si possa fare, che io sappia”.

Vi assicuro che dietro questa manciata di parole c’erano somme tutt’altro che risibili.

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Trecento scudi

In una di queste occasioni versai 300 scudi. Per comprendere meglio quanto fosse considerevole quella cifra, basti pensare che un funzionario pubblico poteva guadagnare circa 50 scudi all’anno.

Il mio amico Giorgio Vasari, che godeva di un generoso stipendio dal duca Cosimo I de’ Medici, nel 1554 percepiva 300 scudi all’anno. Quella che per qualcuno potrebbe sembrare una semplice elemosina era una somma enorme ma nemmeno fu un caso isolato.

Una parte del denaro che donavo serviva anche a costituire la dote di giovani donne, permettendo loro di sposarsi e costruire una famiglia. Non lo raccontavo in giro, non ne avevo bisogno.

Se oggi sapete qualcosa di queste mie elargizioni lo dovete anche a Vasari, che volle mettere per iscritto ciò che aveva visto e conosciuto.

Scrisse che io:

“soccorreva molti poveri … e segretamente maritava un buon numero di ragazze, e arricchiva coloro che lo servivano”.

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Urbino, il mio assistente che consideravo come un figlio

Volete un’altra prova della mia presunta taccagneria? Allora parliamo di Urbino, al secolo Francesco Amadori. Non fu per me soltanto un assistente, gli ero profondamente affezionato.

Gli avevo messo a disposizione nella mia stessa casa un alloggio per lui, per sua moglie e per il figlio che era già nato. Quando si ammalò, lo assistetti nella mia casa fino alla morte.

Urbino morì ancora giovane. Eppure, grazie anche ai compensi che gli avevo dato nel corso degli anni, aveva accumulato una fortuna considerevole: circa 2.800 fiorini fra terreni e case.

Uno spilorcio, dite? Io qualche dubbio lo avrei.

Persino dopo la sua morte pensai alla sua famiglia

E quando Urbino morì, non mi dimenticai della sua famiglia. Scrissi nuovamente a Lionardo chiedendogli di acquistare a Firenze otto braccia di raso nero di ottima qualità, che sarebbero servite per confezionare gli abiti del lutto della vedova.

La spesa? Cinquanta scudi. Anche in questo caso, non si trattava proprio di spiccioli.

Quando una persona che avevo amato aveva bisogno di aiuto, non mi tiravo indietro.

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Volevo essere pagato per il mio lavoro. E allora?

Ora arriviamo al punto che forse ha alimentato maggiormente la leggenda del Michelangelo avaro. Sì, volevo essere pagato quanto ritenevo valesse il mio lavoro e non me ne vergogno affatto.

Avevo trascorso la vita a studiare, disegnare, scolpire, dipingere e progettare. Sapevo quanto valeva una mia opera e quanto valeva il tempo necessario per realizzarla.

Ma una cosa è difendere il valore del proprio lavoro e un’altra è essere incapaci di generosità.

E io, con gli amici e con le persone alle quali ero affezionato, lo fui ma lo fui anche con gli sconosciuti.

Regalai disegni, cartoni e modelli

Per tutta la mia vita realizzai disegni, cartoni e modelli che regalai ad artisti noti e meno noti. A Sebastiano del Piombo affidai importanti cartoni preparatori. Ma ci furono anche persone meno celebri alle quali volli donare qualcosa della mia arte.

Fra queste vi fu l’artista ferrarese Piero d’Argenta, al quale, già nei miei primi anni di carriera, fornii cartoni e modelli. E poi c’era Ascanio Condivi, mio amico, mio allievo e, in seguito, anche mio biografo.

A lui affidai persino il celebre cartone dell’Epifania. Non era certo un pittore straordinario e attorno a quella tavola dipinta dovette tribolare parecchio e il risultato, diciamolo, non fu memorabile.

Eppure accadde una cosa curiosa: il mio pronipote Michelangelo Buonarroti il Giovane acquistò il dipinto di Condivi pagandolo profumatamente perché lo riteneva opera mia.

Ancora oggi potete vedere quel dipinto a Casa Buonarroti a Firenze. Il cartone originale, invece, è conservato nelle collezioni del British Museum.

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La mia fama di uomo scorbutico? Quella, forse, ve la concedo

Sulla faccenda dell’essere scorbutico, invece, potrei concedervi qualcosa. Sì, potevo essere scontroso.

Non avevo particolare simpatia per i fastidiosi, per gli opportunisti e per coloro con i quali sentivo di non avere alcuna affinità. Ma ditemi voi: chi riesce ad andare d’accordo con tutti per tutta la vita? Io no.

Se una persona non mi piaceva, ci metteva poco a rendersene conto. Ma questo non significa che fossi incapace di affetto, al contrario.

Con alcune persone fui estremamente generoso, persino troppo.

E poi c’erano quelli che mi volevano bene davvero

Sapete qual è la cosa che più mi fa sorridere quando leggo certe descrizioni che mi riguardano? Le lettere che ricevevo.

Per esempio quella che Niccolò Martelli mi scrisse da Firenze il 4 dicembre 1541, mentre io mi trovavo a Roma. Difficile pensare che fosse indirizzata a un uomo universalmente detestato.

Martelli mi scrisse parole straordinarie, definendomi addirittura:

“più ch’uomo”

e un grandissimo imitatore della natura.

Arrivò persino a chiamarmi “nunzio di Dio in cielo e unico imitatore della natura in terra”. Forse Martelli esagerava. Gli artisti, si sa, vengono spesso celebrati con parole più grandi di loro.

Ma una cosa è certa: qualcuno mi voleva bene davvero e forse questo dovrebbe farvi riflettere.

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Dunque, ero davvero avaro?

No, ero parsimonioso con me stesso, forse. Ma non necessariamente con gli altri. Non amavo sperperare denaro inutilmente. Non avevo interesse a vivere nell’ostentazione e non sentivo il bisogno di mostrare a tutti ciò che possedevo.

Ma quando ritenevo che una persona meritasse il mio aiuto, sapevo essere generoso. Aiutai poveri, contribuii alle doti di giovani donne, sostenni le persone che lavoravano con me, mi presi cura di Urbino fino alla sua morte e pensai alla sua vedova.

Regalai disegni e cartoni e feci molte altre cose probabilmente non le conoscete ancora. Perché non tutto ciò che realizzai nel corso vita è finito nei libri di storia.

E allora, quando sentite dire ancora una volta che fui soltanto uno spilorcio, scorbutico e incapace di affetto, fatevi una domanda. Chi lo dice mi conosce davvero o sta semplicemente ripetendo una leggenda?

Io, nel dubbio, vi lascio con una certezza: non ero un uomo facile. Ma essere difficile non significa essere avaro. E soprattutto, non tutto ciò che davo aveva bisogno di essere raccontato.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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You call me a miser, but you do not know how much I gave

For centuries, you have called me a miser, a skinflint, a grouch. But if I had truly been the man you came to know through gossip, why would I have given so much to those in need of a helping hand?

They say I was stingy.

They wrote it, recounted it, and repeated it. The image handed down of me is that of a gruff, solitary man—reluctant to spend and even less willing to help others.

The only certainty I have is that rumors travel much faster than the truth. So, allow me to tell you a different story.

A story made not only of marble, paintbrushes, construction sites, and commissions, but also of money given in silence, of people helped, of friends supported, and even of young women for whom I helped provide a dowry.

I was no aristocrat, yet I could do good

I earned a great deal in my life. Not always easily, mind you. Behind every florin, every scudo, and every payment lay days of labor, arguments with patrons, endless projects, toil, and responsibility.

I was fully aware of the value of my work—that is true. Yet, being aware of one’s own worth does not mean being a miser. I desired to dedicate a portion of my wealth to charity, especially in Florence—the city to which I was deeply attached.

I did not belong to the aristocracy, nor did I need to flaunt my acts of charity. In fact, I preferred that many of them remain unknown. In a letter to my beloved nephew Lionardo, I explained quite clearly why I wished to give to charity:

“Since I am old, as you know, I would like to do something in Florence for the good of my soul—namely, to give alms—for there is nothing else one can do, as far as I know.”

I assure you, behind those few words lay sums that were anything but insignificant. Three hundred scudi
On one of these occasions, I handed over 300 scudi. To better understand what a substantial sum that was, consider that a public official might earn around 50 scudi a year.

My friend Giorgio Vasari, who enjoyed a generous salary from Duke Cosimo I de’ Medici, was earning 300 scudi a year in 1554. What might seem to some like a mere pittance was actually a huge sum—and it was by no means an isolated instance.

Part of the money I donated went toward dowries for young women, enabling them to marry and start families. I didn’t go around talking about it; I had no need to.

If you know anything about these acts of generosity today, you owe it to Vasari, who chose to record what he had witnessed and experienced.

He wrote that I:

“helped many poor people… and secretly provided dowries for a good number of young women, and enriched those who served me.”

Urbino, the assistant I regarded as a son

Do you want more proof of my alleged stinginess? Let’s talk about Urbino—born Francesco Amadori. He was more than just an assistant to me; I was deeply fond of him.

I provided lodging for him, his wife, and his young son right in my own home. When he fell ill, I cared for him in my house until the very end.

Urbino died while still a young man. Yet, thanks in part to the payments I had given him over the years, he had amassed a considerable fortune: around 2,800 florins in land and property.

A miser, you say? I have my doubts.

I looked after his family even after his death

And when Urbino died, I did not forget his family. I wrote to Lionardo again, asking him to purchase eight braccia of high-quality black satin in Florence—material needed to make mourning clothes for the widow.

The cost? Fifty scudi. That was no small sum, either.

When someone I loved needed help, I never held back.

I wanted to be paid for my work. So what?

Now we come to the point that has perhaps most fueled the legend of Michelangelo the miser. Yes, I wanted to be paid what I believed my work was worth, and I am not the least bit ashamed of that.

I had spent my life studying, drawing, sculpting, painting, and designing. I knew the value of my work and the value of the time required to create it.

But defending the value of one’s work is one thing; being incapable of generosity is quite another.

And I was generous—with friends and those I cared about, yes, but with strangers too.

I gave away drawings, cartoons, and models

Throughout my life, I produced drawings, cartoons, and models that I gifted to artists both famous and obscure. I entrusted important preparatory cartoons to Sebastiano del Piombo. But there were also lesser-known individuals to whom I wished to give a piece of my art.

Among them was the Ferrarese artist Piero d’Argenta; early in my career, I provided him with cart and models. And then there was Ascanio Condivi—my friend, my pupil, and later, my biographer.

I even entrusted him with the famous Epiphany cartoon. He was certainly no extraordinary painter; he struggled greatly with that painted panel, and the result—let’s be honest—was hardly memorable.

Yet, a curious thing happened: my grand-nephew, Michelangelo Buonarroti the Younger, purchased Condivi’s painting for a handsome sum, believing it to be my own work.

You can still see that painting today at Casa Buonarroti in Florence. The original cartoon, however, is held in the collections of the British Museum.

My reputation as a cantankerous man? I suppose I’ll grant you that.

As for being cantankerous—well, I might concede a point there. Yes, I could be surly.

I had little patience for the annoying, for opportunists, or for those with whom I felt no affinity. But tell me: who manages to get along with everyone their whole life? I certainly didn’t.

If I didn’t like someone, they soon realized it. But that doesn’t mean I was incapable of affection—quite the opposite.

With some people, I was extremely generous—perhaps even too much so.

And then there were those who truly cared for me.

Do you know what makes me smile most when I read certain descriptions of me? The letters I received.

For instance, the one Niccolò Martelli wrote to me from Florence on December 4, 1541, while I was in Rome. It is hard to imagine it was addressed to a man universally detested.

Martelli wrote extraordinary words to me, even describing me as:

“more than a man”

and a supreme imitator of nature.

He went so far as to call me “God’s messenger in heaven and the unique imitator of nature on earth.” Perhaps Martelli was exaggerating. Artists, as we know, are often celebrated with words that loom larger than the men themselves.

But one thing is certain: there were those who truly cared for me, and perhaps that is something worth reflecting on.

So, was I truly a miser?

No—perhaps I was frugal with myself, but not necessarily with others. I did not like to squander money needlessly. I had no interest in living ostentatiously, nor did I feel the need to show off what I owned to the world.

Yet, when I felt someone deserved my help, I knew how to be generous. I aided the poor, contributed to dowries for young women, supported those who worked alongside me, cared for Urbino until his death, and looked after his widow.

I gifted drawings and cartoons, and did many other things you likely do not yet know about—for not everything I created during my lifetime ended up in the history books.

So, when you hear it said once again that I was nothing but a stingy, surly man incapable of affection, ask yourselves a question: do the people saying this truly know me, or are they simply repeating a legend?

In any case, I leave you with one certainty: I was not an easy man. But being difficult does not mean being a miser. And above all, not everything I gave needed to be broadcast to the world.

For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell, looking forward to seeing you in future posts and on social media.

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