Troppa bonaccia sgonfia le vele, come scrissi in versi al Vasari
Ebbene sì, troppa bonaccia sgonfia le vele come scrissi in versi al mio caro amico Giorgio Vasari.
Una metafora per dirgli che spesso, per non dire sempre, troppa benevolenza affievolisce il sentimento ma anche un modo mettere nero su bianco che i periodi di bengodi fanno scemare la voglia di fare, di impegnarsi al massimo per raggiungere ciò che si desidera.
Il componimento poetico che vi riporto integralmente a seguire lo scrissi nel 1555, annotandolo sopra un foglio che sul verso ancora mostra un abbozzo di lettera che avrei poi spedito all’Ammannati a Firenze e un rapido schizzo della scala della Biblioteca medicea Laurenziana che, se fosse stato per me, sarebbe stata realizzata in legno di noce.
Dedicai al Vasari questo sonetto per ringraziarlo di avermi inviato a Roma dello zucchero, delle candele di sego e del vino dolce malvasia.
Tutti doni molto graditi che mi erano state consegnati da un mulattiere. Tanto graditi da non essere in grado di contraccambiare tanta benevolenza restituendo per l’appunto le bilance a San Michele.
Al zucchero, a la mula, a le candele,
aggiuntovi un fiascon di malvagia,
resta sì vinta ogni fortuna mia,
ch’i’ rendo le bilance a san Michele.
Troppa bonaccia sgonfia sì le vele,
che senza vento in mar perde la via
la debil mie barca, e par che sia
una festuca in mar rozz’e crudele.
A rispetto a la grazia e al gran dono,
al cib’, al poto e a l’andar sovente
c’a ogni mi’ bisogno è caro e buono,
Signor mie car, ben vi sare’ nïente
per merto a darvi tutto quel ch’i’ sono:
ché ’l debito pagar non è presente.
Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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