Le armi senza le quali un uomo diventa nulla

Sie pur, fuor di mie propie, c’ogni altr’arme
difender par ogni mie cara cosa;
altra spada, altra lancia e altro scudo
fuor delle propie forze non son nulla,
tant’è la trista usanza, che m’ha tolta
la grazia che ‘l ciel piove in ogni loco.
Qual vecchio serpe per istretto loco
passar poss’io, lasciando le vecchie arme,
e dal costume rinnovata e tolta
sie l’alma in vita e d’ogni umana cosa,
coprendo sé con più sicuro scudo,
ché tutto el mondo a morte è men che nulla.
Amore, i’ sento già di me far nulla;
natura del peccat’ è ‘n ogni loco.
Spoglia di me me stesso, e col tuo scudo,
colla pietra e tuo vere e dolci arme,
difendimi da me, c’ogni altra cosa
è come non istata, in brieve tolta.
Mentre c’al corpo l’alma non è tolta,
Signor, che l’universo puo’ far nulla,
fattor, governator, re d’ogni cosa,
poco ti fie aver dentr’a me loco;
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
che d’ogn’ uomo veril son le vere arme,
senza le quali ogn’ uom diventa nulla.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Alzo il pensier con l’alie

  Di te con teco, Amor, molt’anni sono
nutrito ho l’alma e, se non tutto, in parte
il corpo ancora; e con mirabil arte
con la speme il desir m’ha fatto buono.
    Or, lasso, alzo il pensier con l’alie e sprono
me stesso in più sicura e nobil parte.
    Le tuo promesse indarno delle carte
e del tuo onor, di che piango e ragiono,
. . . . . . . .

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Com’a morte era nata

  S’è ver, com’è, che dopo il corpo viva,
da quel disciolta, c’a mal grado regge
sol per divina legge,
l’alma e non prima, allor sol è beata;
po’ che per morte diva
è fatta sì, com’a morte era nata.
    Dunche, sine peccata,
in riso ogni suo doglia
preschiver debbe alcun del suo defunto,
se da fragile spoglia
fuor di miseria in vera pace è giunto
de l’ultim’ora o punto.
Tant’esser de’ dell’amico ‘l desio,
quante men val fruir terra che Dio.

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Foto di Andrea Jemolo

Il ritratto di Tommaso de’ Cavalieri

Prigioniero son d’un cavaliere armato…questo è l’incipit di uno dei miei componimenti poetici dedicati al mio amato Tommaso de’ Cavalieri. Prigioniero lo ero davvero di quell’uomo che tormentava i miei pensieri senza lasciare la mia mente in riposo nemmeno per un istante. Nell’affresco della Crocifissione di San Pietro forse è possibile ravvisare il volto di colui che mi rapì il cuore in età matura e lo tenne stretto a sé fino alla fine dei miei giorni.

Osservate bene la scena che vi propongo a seguire: se nell’uomo col turbante è stato ravvisato un mio autoritratto, il destinatario del mio sguardo potrebbe essere benissimo Tommaso de’ Cavalieri. L’intensità dello sguardo mio lascia poche vie di scampo.

La figura rappresenta un cavaliere appunto, un chiaro riferimento al suo “cognome”. Il profilo aquilino, il gesto autoritario, il suo atteggiamento principesco ricordano molto da vicino Tommaso.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi e i suoi ragionamenti

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La morte vi libera dall’amore?

   – Beati voi che su nel ciel godete
le lacrime che ‘l mondo non ristora,
favvi amor forza ancora,
o pur per morte liberi ne siete?
– La nostra etterna quiete,
fuor d’ogni tempo, è priva
d’invidia, amando, e d’angosciosi pianti.
    – Dunche a mal pro’ ch’i’ viva
convien, come vedete,
per amare e servire in dolor tanti.
    Se ‘l cielo è degli amanti
amico, e ‘l mondo ingrato,
amando, a che son nato?
    A viver molto? E questo mi spaventa:
ché ‘l poco è troppo a chi ben serve e stenta.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta stamani con questa bella foto di Michele Paci

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Ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola

Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con il suo poetare

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 Il buon gusto è sì raro

 Non sempre a tutti è sì pregiato e caro
quel che ‘l senso contenta,
c’un sol non sia che ‘l senta,
se ben par dolce, pessimo e amaro.
    Il buon gusto è sì raro
c’al vulgo errante cede
in vista, allor che dentro di sé gode.
    Così, perdendo, imparo
quel che di fuor non vede
chi l’alma ha trista, e ‘ suo sospir non ode.
    El mondo è cieco e di suo gradi o lode
più giova a chi più scarso esser ne vuole,
come sferza che ‘nsegna e parte duole.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Tutti e’ ripari mie son corti e folli

Prima di inoltrarmi fra uffici e burocrazia, stamani vi propongo questi versi…è la poesia più lunga che scrissi: leggetela da cima a fondo e fatela vostra. Oh, che vi credete, le scartoffie esistono anche da questa parte d’esistenza e capita pure di stare ore in fila…

 Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
    Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
    I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
    Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
    E’ non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
    E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
    Quando un dì sto che veder non ti posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com’altri il ventre di votar si muore,
ch’è più ‘l conforto, po’ che pri’ è ‘l dolore.
    E non mi passa tra le mani un giorno
ch’i’ non la vegga o senta con la mente;
né scaldar ma’ si può fornace o forno
c’a’ mie sospir non fussi più rovente;
e quando avvien ch’i’ l’abbi un po’ dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre’ dir, s’ella m’aspetta,
ch’i’ dico men che quand’i’ non ho fretta.
    S’avvien che la mi rida pure un poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal foco
o di bombarda o d’altra artiglieria;
se mi domanda, subito m’affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s’arrende il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
    I’ sento in me non so che grand’amore,
che quasi arrivere’ ‘nsino alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa’ minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c’amore o forza el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto vola.
    I’ vo pensando al mie viver di prima,
inanzi ch’i’ t’amassi, com’egli era:
di me non fu ma’ chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni altra schiera?
    Or si fa ‘l nome, o per tristo o per buono,
e sassi pure almen che i’ ci sono.
    Tu m’entrasti per gli occhi, ond’io mi spargo,
come grappol d’agresto in un’ampolla,
che doppo ‘l collo cresce ov’è più largo;
così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo
come pelle ove gonfia la midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che tu mai n’esca ardir creder non aggio.
    Come quand’entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato l’animella,
come l’apre di fuor, la serra drento,
così l’immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all’alma venir sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla pugno al primo balzo, 
percosso da’ tu’ occhi al ciel po’ m’alzo.
    Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
    I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
    Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Prima della fine

Questi che vi propongo oggi sono gli ultimi versi, quelli estremi che scrissi prima di posare carta e penna. Leggeteli in questa chiave pensando a me, oramai vecchio, acciaccato e con un gran numero di amici che già erano passati a miglior vita anni prima.

Non più per altro da me stesso togli
l’amor, gli affetti perigliosi e vani,
che per fortuna avversa o casi strani,
ond’e’ tuo amici dal mondo disciogli,
    Signor mie car, tu sol che vesti e spogli,
e col tuo sangue l’alme purghi e sani
da l’infinite colpe e moti umani

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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L’affettuosa fantasia

Fra tutti i versi che scrissi, quelli che vi propongo oggi sono un sunto di tutta la vita mia. Li misi nero su bianco quando già ero parecchio in là con gli anni. Sentivo avvicinarsi a passi da gigante l’ultima ora anche se mai mi mancò però la forza di attaccare il marmo con martello e scalpello. Una cosa sola io e la scultura: senza gli attrezzi di lavoro, compagni di una vita intera, probabilmente sarei passato a miglior vita molto prima…l’inattività non era cosa per me, non mi appassionava e di passione vivevo io.

Vi ripropongo dunque alcuni dei versi più belli, struggenti e appassionate di tutta la mia produzione.

Giunto è già ‘l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
    Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
    Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
    D’una so ‘l certo, e l’altra mi minaccia.
    Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia.

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Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti