Scrivere per sfida

“Si che vostr’arte a Dio quasi è nepote” scrisse Dante nell’undicesimo canto dell’Inferno. Mi piace immaginare che queste parole le abbia pensate per me, quasi due secoli prima che venissi al mondo.

Gli scritti di Dante non solo mi piacevano molto ma furono per me una profonda fonte di ispirazione. Dalla Pietà Vaticana al Giudizio Universale passando per la volta della Sistina: le varie vicende della Divina Commedia son sempre presenti; a volte solo accennate, altre raffigurate in maniera inequivocabile.

Il mi’ babbo m’aveva avviato da bambino allo studio della grammatica. Divenire un letterato era uno status symbol da signori ai miei tempi mentre fare il pittore, o ancora peggio lo scultore, era da disgraziati a meno che non si fosse tanto abili quanto i grandi maestri quattrocenteschi.

Verso la fine del Cinquecento, quando la mia fama d’artista si stava consolidando sempre di più, mi misi a studiare approfonditamente i classici in vernacolo e in maniera particolare Dante e Petrarca. Quegli studi mi furono poi utilissimi per la mia produzione artistica e letteraria. I miei versi hanno molto a che fare con questi giocolieri delle parole e dei sentimenti.

Scrivere per me è sempre stata una sfida, non un passatempo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che stamani s’è alzato dal letto prestino e che già sorseggia il terzo caffè della giornata… e ancora non sono le otto.


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Versi per il Vasari

All’amico mio caro Giorgio Vasari e per la sua più grande opera de Le Vite.

Se con lo stile o coi colori avete
alla natura pareggiato l’arte,
anzi a quella scemato il pregio in parte,
che ‘l bel di lei più bello a noi rendete,
poi che con dotta man posto vi sete
a più degno lavoro, a vergar carte,
quel che vi manca, a lei di pregio in parte,
nel dar vita ad altrui, tutta togliete.
Che se secolo alcuno omai contese
in far bell’opre, almen cedale, poi
che convien c’al prescritto fine arrive.
Or le memorie altrui, già spente, accese
tornando, fate or che fien quelle e voi
malgrado d’esse, etternalmente vive.

Michelangelo Buonarroti

To friend Giorgio Vasari, on the Lives of the painters.

With pencil and with palette hitherto

you made your art high Nature’s paragon;

nay more, from Nature her own prize you won,

making what she made fair more fair to view.

Now that your learned hand with labour new

of pen and ink a worthier work hath done,

what erst yoi lacked, what still remained her own,

the power of giving life, is gained for you.

If men in any age with Nature vied

in beauteous workmanship, they had to yield

when to the fated end years brought their name.

You, reilluming memories that died,

in spite of Time and Nature have revealed

for them and for yourself eternal fame.

Michelangelo Buonarroti


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O notte, o dolce tempo benché nero

Quella che vi propongo oggi è una delle mie poesie più note dedicata alla notte o meglio, alla sua personificazione. La notte è in fin dei conti il dolce preludio della morte e consente di metter fine almeno per qualche ora alle preoccupazioni e alle angosce.  Dalla vita agiata è poca l’arte che può venir fuori e io di vita agiata poca ne ho avuto assai poca.

O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
    Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
    O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
    tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi madrigali


Today I’ll be giving you one of my most famous poems that I dedicated to Night or better yet, how Night is typically represented. Night after all is the sweet prelude of death and allows us, for a few hours, to forget  all our daily concerns and anxieties. Not too much art can come out of an anxious lifestyle but you should know that I haven’t lived a low key life which led me to have lots of anxiety.

O night, o sweet though sombre span of time!

All thing find rest upon their journey’s end

Whoso hath praised thee, well doth apparehend;

And whoso honours thee, hath wisdom’s prime.

Our cares thou canst to quietude sublime;

For dews and darkness are of peace the friend:

Often by thee in dreams upborne, I wend

From earth to heaven, where yet I hope to climb.

Thou shade of Death, through whom the soul at length

Shuns pain and sadness hostile to heart,

Whom murners find their last and sure relief!

Thou dost restore our suffering flesh to strength,

Driest our tears, assuages every smart,

Purging the spirits of the pure from grief.

Always yours, Michelangelo Buonarroti and my madrigals

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Un sonetto per Dante Alighieri

Alla mia fonte di ispirazione Dante Alighieri, volli dedicare questi versi che scrissi secoli fa

Dal ciel discese, e col mortal suo, poi
che visto ebbe l’inferno giusto e ‘l pio
ritornò vivo a contemplare Dio,
per dar di tutto il vero lume a noi.
    Lucente stella, che co’ raggi suoi
fe’ chiaro a torto el nido ove nacq’io,
né sare’ ‘l premio tutto ‘l mondo rio;
tu sol, che la creasti, esser quel puoi.
    Di Dante dico, che mal conosciute
fur l’opre suo da quel popolo ingrato
che solo a’ iusti manca di salute.
    Fuss’io pur lui! c’a tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo, co’ la virtute,
dare’ del mondo il più felice stato.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

A poem for Dante Alighieri

For my inspiration Dante Alighieri, I wanted to dedicate this poem I wrote centuries ago.

From heaven his spirit came, and robed in clay

the realms of justice and mercy trod,

then rose a living man to gaze on God,

That he might make the thruth as clear as day.

For that pure star that brightened with his ray

the underserving nest where I was born,

the whole wide word would be a prize to scorn;

none but his Maker can due guerdon pay.

I speak of Dante, whose high work remains

unknown, unhonured by that thankless brood,

who only to just men deny their wage.

Were I but he! Born for like lingering pains,

against his exile coupled with his good

I’d glady change the world’s best heritage!

Your truly, Michelangelo Buonarroti

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Sonetto per Vittoria Colonna

Stamani voglio iniziare la giornata proponendovi dei versi che scrissi per a mia cara amica Vittoria Colonna. Poetessa e nobildonna coltissima, fu per anni per me un valido supporto. Strinsi con lei una stretta relazione di amicizia ma ahimè, la morte la sopraggiunse prematuramente e nel 1547 passò a miglior vita. Chissà, forse la morte improvvisa gli evitò di finire nella sanguinosa morsa dell’inquisizione già che molti dei nostri amici comuni cosiddetti Spirituali dovettero subire le ingiurie e gli abomini della Santa Inquisizione…che a chiamarla Santa già ci vuol del coraggio.

 Quante più fuggo e odio ognor me stesso,
tanto a te, donna, con verace speme
ricorro; e manco teme
l’alma di me, quant’a te son più presso.
    A quel che ‘l ciel promesso
m’ha nel tuo volto aspiro
e ne’ begli occhi, pien d’ogni salute:
e ben m’accorgo spesso,
in quel c’ogni altri miro,
che gli occhi senza ‘l cor non han virtute.
    Luci già mai vedute!
    né da vederle è men che ‘l gran desio;
ché ‘l veder raro è prossimo a l’oblio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti


This morning I want to begin by sharing with you a few verses that I wrote for my dear friend Vittoria Colonna. Poet and cultured noblewoman, she was for many years a huge support. I had a very close friendship with her but unfortunately her premature death in 1547 lead her to a better life. Who knows, if maybe her sudden death avoided her getting tied up in the bloody controversial Inquisition which many of our so-called “Spiritual” friends have suffered the ravages of the Holy Inquisition… it takes a lot of guts to call it Holy.

Hating myself, the more I run away,

My lady, from me, the more toward you I’m thrust;

My soul then, as it must,

Quakes for me less there, where it hopes I’ll stay.

What havens provides, I pray

To realize in your face

And lovely gaze, where all redemption lies,

For well I know, each day

Scanning others, there’s no trace

Of virtue unless the heart shows in the eyes.

So rare such loveliness!

To see it’s my single craving, pure and whole.

Rare glimpses, though, are like Lethe to the soul

Always yours, Michelangelo Buonarroti

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Un buongiorno in versi

Questa mattina voglio iniziare la giornata in versi preannunciandovi che a breve, probabilmente entro il fine settimana, ci saranno delle belle novità.

Per ritornar là donde venne fora,
l’immortal forma al tuo carcer terreno
venne com’angel di pietà sì pieno,
che sana ogn’intelletto e ‘l mondo onora.
    Questo sol m’arde e questo m’innamora,
non pur di fuora il tuo volto sereno:
c’amor non già di cosa che vien meno
tien ferma speme, in cui virtù dimora.
    Né altro avvien di cose altere e nuove
in cui si preme la natura, e ‘l cielo
è c’ a’ lor parti largo s’apparecchia;
    né Dio, suo grazia, mi si mostra altrove
più che ‘n alcun leggiadro e mortal velo;
e quel sol amo perch’in lui si specchia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti


Per troppa fede mi privai di me

 Indarno spera, come ‘l vulgo dice,
chi fa quel che non de’ grazia o mercede.
    Non fu’, com’io credetti, in vo’ felice,
privandomi di me per troppa fede,
né spero com’al sol nuova fenice
ritornar più; ché ‘l tempo nol concede.
    Pur godo il mie gran danno sol perch’io
son più mie vostro, che s’i’ fussi mio.

Il vostro Michelangelo Buonarroti


Tu ‘l sai quant’io son poco

Stamani voglio augurarvi una lieta giornata iniziando in versi antichi che scrissi per Tommaso de’ Cavalieri.

Di te me veggo e di lontan mi chiamo
per appressarm’al ciel dond’io derivo,
e per le spezie all’esca a te arrivo,
come pesce per fil tirato all’amo.
    E perc’un cor fra dua fa picciol segno
di vita, a te s’è dato ambo le parti;
ond’io resto, tu ‘l sai, quant’io son, poco.
    E perc’un’alma infra duo va ‘l più degno,
m’è forza, s’i’ voglio esser, sempre amarti;
ch’i’ son sol legno, e tu se’ legno e foco.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con le sue rime e i suoi affreschi


Co’ tuo sguardi più presto ancide quante vien più tardi

Non altrimenti contro a sé cammina
ch’i’ mi facci alla morte,
chi è da giusta corte
tirato là dove l’alma il cor lassa;
tal m’è morte vicina,
salvo più lento el mie resto trapassa.
    Né per questo mi lassa
Amor viver un’ora
fra duo perigli, ond’io mi dormo e veglio:
la speme umile e bassa
nell’un forte m’accora,
e l’altro parte m’arde, stanco e veglio.
    Né so il men danno o ‘l meglio:
ma pur più temo, Amor, che co’ tuo sguardi
più presto ancide quante vien più tardi.

Il vostro Michelangelo Buonarroti fra i sui ricordi che ancor gl’infiammano ‘i core


Da vivo avrei permesso la pubblicazione dei miei versi?

Tanto si è discusso e dibattuto sulle mie poesie, sulla loro interpretazione e ancor di più sulla questione della pubblicazione. Solo pochi miei contemporanei ebbero la sorte di poter leggere quei versi tanto appassionati quanto tormentati. Fu il mi’ nipote omonimo a pubblicarle nel 1623 dopo aver effettuato non una semplice revisione ma, in alcuni casi, una riscrittura utile solo per modificarne radicalmente il significato.

Fra la fine del 1545 e il novembre del successivo anno, mentre ero impegnato con gli affreschi della Paolina, ebbi la voglia di rendere pubbliche tutte le poesie mie. Se questo impulso fosse nato proprio da un desiderio mio oppure fossi stato spinto da qualcun altro non è dato sapere. Fatto sta che sul mio scrittoio c’erano due manoscritti contenenti entrambi sia carte autografe che fogli trascritti da Luigi del Riccio e Donato Giannotti.

Probabilmente i due stavano cercando di mettere in ordine i versi miei per darli poi alle stampe. Cos’è successo dopo? Perché il progetto non andò a buon fine? Ci sono diverse ipotesi che circolano e sono tutte abbastanza plausibili.

Scriversi versi equivale a mettersi a nudo e forse nudo non avevo alcuna intenzione di stare dinnanzi a persone che nemmeno conoscevo. Pensando e ripensandoci sopra forse rpeferii tenerli per me quei versi.

“Io vi prego e scongiuro, per la vera amicizia che è tra nnoi, che non mi pare, che voi facciate guastare quella stampa e abruciare quelle che sono stampate; e che se voi fate boctega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se fate di me mille pezzi, io ne farò altrectanta, non di voi, ma delle vostre cose” scrissi in una lettera indirizzata a Luigi del Riccio proprio nel periodo in cui probabilmente stava lavorando al canzoniere mio.

Pochi anni dopo anche il Condivi, nella mia biografia, scrive di una prossima pubblicazione di versi e madrigali raccolti da lui stesso peraltro mai editi. Della raccolta del Condivi non s’è trovato traccia alcuna in tempi moderni: “spero tra poco tempo dar fuore alcuni suoi sonetti e madrigali, quali io con lungo tempo ho raccolto sì da lui da altri, e questo per dar saggio al mondo, quanto ne l’invenzione vaglia e quanti bei concetti naschino da quel divino spirito”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta instillandovi un dubbio: avrei mai permesso la pubblicazione delle mie poesie quando ancora ero in vita?