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Guidobaldo II della Rovere non mi lasciava tregua: voleva finissi la tomba di Giulio II

La Tomba di Giulio II per me fu una tribolazione infinita. Mi trascinai dietro quell’opera per quarant’anni con non so più quante modifiche, riduzioni, tagli e le liti con papi successori e eredi.

I papi che si avvicendarono sul trono di Pietro dopo Giulio II mica eran tanto contenti dedicassi tutto quel lavoro alla una tomba di un pontefice morto e stecchito da tempo. Continuavano ad affidarmi nuovi lavori ai quali non potevo certo sottrarmi e dovevo ritagliarmi per la tomba momenti marginali fra un grandioso capolavoro e l’altro.

Fece sentire la sua voce più di una volta anche Guidobaldo II della Rovere, duca d’Urbino su questa spinosa faccenda. Voleva portassi a termine il progetto ma anche lui sapeva che non avevo tregua. Inutile dire che Guidobaldo II della Rovere era un nipote di papa Giulio II. La su mamma era niente meno che Eleonora Gonzaga della Rovere e il su’ babbo era Francesco Maria I della Rovere.

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A seguire vi riporto la lettera che mi scrisse il 7 settembre del 1539 da Pesaro, concedendomi di fatto di poter dedicarmi alle pitture della Sistina, mettendo da parte in quel frangente l’opera per il su’ zio Giulio II. M’augurava di rimanere in buona salute non tanto perché teneva a me, ma piuttosto perché temeva che passando a miglior vita non potessi concludere quel progetto. Non lo dice in modo esplicito ma si capisce eccome!

Pesaro, 7 Settembre del 1539

Excellentissimo messer Michelagnolo, ancora che in noi sia stato sempre et sia hora più che mai quello infinito desiderio, che ragionevolmente potete imaginarvi, di vedere da voi condotta a fine l’opera della sepoltura della santa memoria di papa Giulio nostro zio, et che conosciamo molto bene appartenersi al debito nostro pigliarne buona cura di vederla una volta finita, per esser tenuti tanto quanto si sa a quella santa anima, nondimeno, inteso per lettere del nostro ambasciatore di Roma il molto desiderio di Nostro Signore, che habbiamo a comportare con buona patientia il sopraseder vostro in sì fatta opera, mentre Sua Santità vi tiene occupato nel compimento della pittura della capella detta di Sisto, né potendo noi, né volendo per debito et naturale inclination nostra, sì in questo come in ogni altra cosa, mancare alla satisfattione di quella,

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siamoci accontentati di buona voglia di accommodarvi, a contemplatione et per riverentia che portiamo a Sua Santità, potiate liberamente continuare in detta pittura sino al compimento di quella opera; con ferma opinione et speranza però, che, expeditovene, habbiate poi a voltarvi tutto al finimento di detta sepoltura, raddoppiandovi la vostra diligenza et sollecitudine, per ricompensare ogni perdita di tempo, sì come Sua Santità ne ha fatto anco resolutamente promettere che sarete per fare, offerendocisi benignamente di volervene ella medesima sollecitare.

Et a questo fine vi habbiamo scritto questa nostra, che, per molto lungo tempo sia passato che da voi la detta sepoltura fu principiata, non potiamo persuaderne che in voi non sia equale desiderio al nostro di vederla finita; et reputandovi huomo d’honore, come crediamo al certo che siate, non potendo essere altrimenti per le vostre singolari virtù, a questo non vi confortiamo altrimenti, giudicando esser superfluo, ma solamente a conservarvi in sanità, acciò potiate honorare quelle sante ossa, che vivendo honoraron voi et gli altri virtuosi di quella età, per quello che molte volte ne habbiamo inteso; et vi preghiamo a volervi valer di noi, se in alcuna altra cosa vi potiamo compiacere, perché lo faremo con quella buona volontà che meritano le tanto rare virtù vostre.

Et state sano. Da Pesaro, alli VII di settembre MDXXXIX.P er farvi piacer il duca d’Urbino et cet. Allo excellentissimo Michelagnolo Buonarroti amico carissimo et cet. A Roma.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti.

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