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Al lavoro sullo Schiavo Ribelle: bussa alla porta il Signorelli

Mai un attimo di pace. Uno è lì che lavora per portare a termine un’opera grandiosa e ti bussano alla porta. Speri magari sia un caro amico, qualcuno che hai voglia di vedere e non si fa vivo da lungi e invece niente. Rompiscatole, sempre rompiscatole sull’uscio di casa per scuriosare fra le cose mie o per chiedere denari e favori.

Sudato e tutto pieno di scaglie e polvere di marmo mi affretai ad aprir l’uscio sperando fosse qualcuno con una buona nuova da raccontarmi. Dal rumore dei passi però qualcosa già sospettavo: non erano passetti gentili e mesti ma passi nervosi e pesanti.

Mi ritrovai faccia a faccia con quel dipintore da Cortona, il Signorelli. Mi rimbambì di discorsi e alla fine mi chiese quaranta Iiuli. E ti pareva, nemmeno fossi un monte dei pegni. Andai in camera a prendergli le palanche e glie le diedi: sparì così come era venuto e nemmeno mi ricordo se alla fine un mezzo grazie lo farfugliò. Mi rimisi a lavorare allo Schiavo Ribelle. Già mi dava pensiero: proprio in mezzo al volto era venuta fuori una venatura scura che proseguiva pure sulla spalla.

I soldi avrebbero dovuto essere in prestito ma mai li rividi. Il Signorelli non contento scrisse pure al mi fratello a Firenze per dirgli che m’aveva ridato i quattrini. Beh, sapete come ero e come son fatto. Presi carta e penna e misi nero su bianco il fattaccio per renderne partecipe il capitano di custodia di Cortona dicendogli che a quel punto, sentendomi sbeffeggiato i soldi li rivolevo indietro eccome.

Il bello è che mi lamentai con il Signorelli del fatto che non stessi proprio bene: avevo un mucchio di acciacchi e lavorar di fatica con lo scalpello mi causava non poche sofferenze. Lo sbruffone mi rispose, quasi a prendermi per i fondelli “Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo a pigliarti le braccia e t’aiuteranno”. Non gli risposi ma me la legai al dito.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti. A seguire vi riporto la lettera integrale che scrissi il 30 Aprile del 1518 al Capitano di Custodia di Cortona affinchè facesse pressione sul Signorelli per farmi restituire i danari.

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Photo credit Aurelio Amendola

 S(ignor)e Chapitano,

send’io a rRoma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Lucha da Chortona pictore, e rischontrandolo un dì a presso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere no’ mi richordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliata la testa per amore della casa de’ Medici, e che gli parea, chome dire?, non essere richonosciuto; e dissemi altre simil cose che io non mi richordo.

E sopra a questi ragionamenti mi richiese di quaranta iuli e mostròmi dov’io gniene avevo a mandare, cioè in bocte[ga] d’uno che fa lle scharpe, dov’io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari a chanto, m’ero oferto di mandargniene, e così feci. Subito che io fui a chasa, io gli mandai e’ decti quaranta g[i]uli per uno mio garzone che si chiama o vero à nnome Silvio, el quale credo che sia oggi in Roma.

Dipoi, forse non riusciendo al decto maestro Lucha el suo disegnio, passati alquanti giorni venne a chasa mia dal Macello de’ Chorvi, nella casa che io tengo anchora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo ricta, alta quatro braccia, che à le mani drieto, e do[l]fesi mecho e richiesemi d’altri quaranta g[i]uli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in chamera e porta’gli quaranta g[i]uli, presente una fante bologniese che stava mecho, e anche credo che e’ v’era el sopra decto garzone che gli aveva portati gli altri; e preso ‘decti danari, s’andò chon Dio. Non l’ò ma’ poi rivisto.

Ma send’io allora mal sano, inanzi che decto maestro Lucha si partissi di chasa mi dolfi seco del non potere lavorare, e llui mi disse ‘Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo [a pi]gliarti le braccia e t’aiuteranno’.

Questo vi scrivo io perché, [se le] decte cose fussino riplichate a decto maestro Lucha […], se ne richorderebe e non direbbe avermegli renduti, [chome la Vo]stra S(ignori)a schrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi s[chrivete] anchora che credete che e’ me gli abi renduti. Questo non è [vero, a meno] che io sia uno grandissimo ribaldo, e chosì sarebe [se io cerchassi] di riavere quello che io avessi riavuto. Ma lla Vo[stra Signoria …] ciò che lla vuole; io gli ò a rriavere, e chosì g[i]uro. S[e la Vostra Signoria …] fare ragione, lo può fare, quanto che no. A s[…] Chapitano.

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