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«Gli uomini grandi nelle avversità han più cuore»: la lettera del 1518

Era il tempo della colonna di marmo spezzata, spezzata come il mio animo. Quell’impresa tutta in salita mi gettò nello sconforto.

Nel settembre del 1518 Jacopo Salviati mi scrisse parole che ancora oggi raccontano quanto possa essere difficile portare avanti un grande progetto, anche quando si è abituati a sfidare l’impossibile.

A volte finanche la volontà più tenace rischia di cedere sotto il peso delle difficoltà. Ho passato la vita a misurarmi con il marmo, con le commissioni più impegnative e con le aspettative di chi mi affidava opere destinate a durare nei secoli e ho avuto modo più di una volta d’assaporare il gusto amaro della frustrazione nel vedere qualcosa andare storto proprio quando ogni sforzo sembrava dover condurre al risultato desiderato.

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Nel settembre del 1518 mi trovavo a Seravezza, impegnato nell’estrazione dei marmi destinati alla facciata della Basilica di San Lorenzo a Firenze. Un progetto ambizioso, voluto dalla papa Leone X de’ Medici che mi aveva affidato un compito tutt’altro che semplice: trovare e far cavare i marmi adatte a realizzare un’opera architettonica degna della città e della sua importanza. Non però a Carrara dove i cavatori erano avvezzi a lavorare con grandi misure, ma nelle cave di pertinenza di Seravezza.

Le difficoltà non mancavano. Le cave, le strade da percorrere, il trasporto dei blocchi e gli imprevisti del lavoro rendevano tutto più complicato di quanto avessi sperato. All’improvviso però, una colonna durante la lizzatura, a causa della rottura di un’ulivella, precipitò verso il fiume e si ruppe.

Fu proprio allora che ricevetti una lettera di Jacopo Salviati. Le sue parole, scritte il 20 settembre 1518 erano il gesto di un amico che aveva compreso il mio stato d’animo e voleva ricordarmi che un fallimento non cancella il valore di un’impresa.

Michelangelo presenta a Leone X i progetti per San Lorenzo’ realizzato da Jacopo da Empoli
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La colonna spezzata a Seravezza e il mio sconforto

La notizia della colonna rotta era arrivata a Salviati attraverso una lettera di Bartolomeo da Filicaia indirizzata al padre Berto. La vicenda aveva raggiunto Firenze e Jacopo volle scrivermi per farmi sapere quanto gli dispiacesse ciò che era accaduto.

Ma c’era una cosa che lo preoccupava ancora di più del danno materiale: il mio sconforto.

Scrisse:

«Io ho inteso […] come la colonna che era calata giù al basso s’è rocta, di che ò havuto dispiacere grande; ma molto maggiore m’à dato lo intendere che tu ti dia dispiacere di questa cosa».

Jacopo sapeva bene che perdere una colonna significava affrontare problemi concreti, tempi più lunghi e ulteriori difficoltà in un’impresa di per sé già faticosa. Mi invitava a non lasciarmi abbattere, ricordandomi che in un lavoro di quella natura gli imprevisti erano inevitabili.

Non potevo pretendere che un’impresa tanto complessa procedesse senza ostacoli. Quando però si è responsabili di un progetto nel quale si sono investiti tempo, energie e reputazione, anche un incidente può pesare molto più di quanto sembri a chi lo osserva da lontano.

Facciata Basilica San Lorenzo
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«Fa’ buon animo»: le parole di Jacopo Salviati che mi diedero coraggio

«Fa’ buono animo e seguita gagliardamente la impresa tua». Mi esortava a farmi coraggio e a proseguire con determinazione. Avevo iniziato quell’impresa e, proprio per questo, dovevo trovare la forza di portarla avanti.

«Sta’ sopra di me, ché non t’è per mancare cosa nessuna».

Mi assicurava che non mi avrebbe fatto mancare il suo sostegno invitandomi a chiedere ciò di cui avessi avuto bisogno, promettendo di intervenire senza indugio.

Jacopo non mi chiedeva di essere forte a ogni costo, né faceva finta che la difficoltà non esistesse. Mi ricordava però che non ero solo ad affrontarla. La città di Firenze avrebbe avuto un grande debito di riconoscenza verso di me e verso la mia famiglia per aver dato inizio a un’opera di quella portata.

Il lavoro alla facciata di San Lorenzo non una responsabilità pubblica, un’impresa nella quale erano coinvolti il prestigio della città e quello di chi si era assunto il compito di realizzarla.

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«Gli uomini grandi nelle avversità pigliano più cuore»

«Gli uomini grandi e di franco animo nelle adversità pigliano più quore e sono più gagliardi».

Le difficoltà possono scoraggiare, rallentare e persino far dubitare delle proprie capacità. Ma possono anche costringerci a raccogliere tutte le nostre forze e a guardare il problema da un’altra prospettiva.

Salviati mi invitava a considerare l’incidente per quello che era: un imprevisto, non la prova della mia incapacità. Nella stessa lettera definiva l’accaduto «una favola», intendendo che non meritava tutta la preoccupazione che mi stava procurando. Mi ricordava inoltre che la rottura della colonna non poteva essere attribuita a una mia mancanza, essendo avvenuta «di sopra», durante le operazioni che ne avevano preceduto la discesa.

In un lavoro tanto impegnativo, nel quale ogni scelta poteva avere conseguenze importanti, era fondamentale comprendere la differenza tra un errore proprio e un incidente indipendente dalla propria volontà.

Non sempre, quando qualcosa va storto, abbiamo davvero fallito. Abbiamo semplicemente incontrato un ostacolo che non avevamo previsto.

L’invito a Pisa: l’amicizia oltre le parole

Il mio amico aveva saputo che non mi sentivo bene e temeva che lo sconforto stesse prendendo il sopravvento. Per questo mi propose di lasciare per un po’ Seravezza e di raggiungere Pisa, dove avrei potuto soggiornare nella casa della sua famiglia.

«Io intendo che tu ti senti un pocho di mala voglia. Se così è, a me parrebbe che tu te ne dovessi ire a Pixa a ogni modo, dove te ne potrai ire in casa nostra e non ti mancherà cosa nessuna e potrai stare a tuo agio».

È un passaggio che trovo particolarmente umano. Jacopo non si limitava a dirmi di resistere, ma mi offriva un luogo nel quale riposarmi, ritrovare un po’ di serenità e sentirmi accolto.

La colonna si era spezzata. L’impresa, però, non doveva finire con essa.

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La lettera integrale di Jacopo Salviati a Michelangelo, 20 settembre 1518

Firenze, 20 settembre 1518

Michelagniolo mio caro, io ho inteso, per una di Bartolomeo da Filicaia a Berto suo padre, come la colonna che era calata giù al basso s’è rocta, di che ò havuto dispiacere grande; ma molto maggiore m’à dato lo intendere che tu ti dia dispiacere di questa cosa, come se non havessi pensato che in una impresa di questa natura non ti havessi a intervenire molti maggiori disordini di questo.

Fa’ buono animo e seguita gagliardamente la impresa tua, perché così è l’onore tuo, havendola principiata, e sta’ sopra di me, ché non t’è per mancare cosa nessuna e Nostro Signore è per ristorarti di molto maggiore cosa che questa; e di questo non dubitare punto, e se da me vuoi più una cosa che un’altra, avisa e sarai subito servito.

Ricordati che del dare principio a una cosa di cotesta natura n’arà la ciptà nostra grandissimo obligo con esso teco e con tucta la casa tua e resteranne in perpetuo obligo. Gli uomini grandi e di franco animo nelle adversità pigliano più quore e sono più gagliardi; e questa è una favola, e maravigliomi che ti dia un minimo pensamento, non che dispiacere, maxime che non si può dire che sia per tuo manchamento, essendo venuta di sopra.

Pensa che non sono per mancharti in cosa nessuna, e la experientia ne sia di mezo. Io intendo che tu ti senti un pocho di mala voglia. Se così è, a me parrebbe che tu te ne dovessi ire a Pixa a ogni modo, dove te ne potrai ire in casa nostra e non ti mancherà cosa nessuna e potrai stare a tuo agio. Né più. Cristo di male ti guardi.

Per Jacopo Salviati. In Firenze, a dì 20 di septembre 1518. Al mio carissimo Michelagniolo Simoni a Seravezza.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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“Great men show more courage in adversity”: the letter of 1518

It was the time of the broken marble column—broken, just like my own spirit. That arduous undertaking plunged me into despair.

In September 1518, Jacopo Salviati wrote words to me that, even today, speak to how difficult it can be to carry out a grand project—even for someone accustomed to challenging the impossible.

At times, even the most tenacious will risks buckling under the weight of adversity. I have spent my life grappling with marble, with the most demanding commissions, and with the expectations of those who entrusted me with works intended to endure for centuries. More than once, I have tasted the bitter flavor of frustration, watching things go awry just when every effort seemed poised to yield the desired result.

In September 1518, I was in Seravezza, overseeing the extraction of marble for the façade of the Basilica of San Lorenzo in Florence. It was an ambitious project, commissioned by Pope Leo X de’ Medici, who had tasked me with a far-from-simple assignment: to locate and extract marble suitable for an architectural work worthy of the city and its stature—not from Carrara, where the quarrymen were accustomed to handling massive blocks, but from the quarries of Seravezza.

There was no shortage of difficulties. The quarries themselves, the treacherous routes, the transport of the stone blocks, and the unforeseen complications of the work made everything far more complex than I had hoped. Then, suddenly, during the lowering process—due to the failure of an iron lifting-hook—a column plummeted toward the river and shattered.

It was precisely at that moment that I received a letter from Jacopo Salviati. His words, written on September 20, 1518, were the gesture of a friend who understood my state of mind and wished to remind me that a failure does not erase the value of an undertaking.

The broken column at Seravezza and my despondency

News of the broken column had reached Salviati through a letter from Bartolomeo da Filicaia, addressed to his father, Berto. The incident had become known in Florence, and Jacopo felt compelled to write to me to express his regret over what had occurred.

Yet, there was something that troubled him even more than the material damage: my own despondency.

He wrote:

“I have learned […] that the column, once lowered, has broken—a fact that has caused me great distress; but I am even more troubled to hear that you yourself are so distressed by this.”

Jacopo was well aware that the loss of a column meant facing concrete problems, longer timelines, and additional challenges in an endeavor that was already arduous enough. He urged me not to let myself be disheartened, reminding me that, in work of this nature, unforeseen setbacks are inevitable.

I could hardly expect a project of such complexity to proceed without obstacles. However, when one is responsible for a venture into which one has poured time, energy, and reputation, even a single accident can weigh far more heavily than it might appear to an outside observer.

“Take heart”: the words of Jacopo Salviati that gave me courage

“Take heart, and pursue your undertaking with vigor.” He encouraged me to summon my courage and continue with determination. I had begun this enterprise, and for that very reason, I had to find the strength to see it through. “Lean on me; you shall lack for nothing.”

He assured me that his support would be unfailing, inviting me to ask for whatever I might need and promising to intervene without delay.

Jacopo did not ask me to be strong at all costs, nor did he pretend that the difficulty did not exist. He reminded me, however, that I was not alone in facing it. The city of Florence would owe a great debt of gratitude to me and my family for having initiated a project of such magnitude.

The work on the façade of San Lorenzo was not merely a private matter; it was a public undertaking—an enterprise in which both the prestige of the city and that of the person tasked with its execution were at stake.

“Great men draw more courage from adversity”

“Great men of bold spirit draw more courage from adversity and become all the more resilient.”

Difficulties can be discouraging; they can slow us down and even lead us to doubt our own abilities. Yet, they can also compel us to summon all our strength and view the problem from a different perspective.

Salviati urged me to see the incident for what it was: an unforeseen complication, not proof of my own incompetence. In the same letter, he dismissed the event as “a mere trifle”—implying that it did not warrant the deep concern it was causing me. Furthermore, he pointed out that the breaking of the column could not be attributed to any fault of mine, as it had occurred “up above,” during the operations that preceded its lowering.

In a project of such complexity, where every decision could carry significant consequences, it was essential to understand the difference between a mistake of one’s own making and an accident beyond one’s control.

When something goes wrong, it does not always mean we have truly failed. We may simply have encountered an obstacle we did not foresee.

An invitation to Pisa: friendship beyond words

My friend had learned that I was not feeling well and feared that despondency might be getting the better of me. For this reason, he suggested that I leave Seravezza for a while and go to Pisa, where I could stay at his family’s home.

“I gather that you are feeling a bit out of sorts. If that is the case, it seems to me that you ought to go to Pisa in any event; you can stay in our house, where you will lack nothing and be able to rest at your ease.”

I find this passage particularly human. Jacopo did not merely tell me to hold on; he offered me a place to rest, to regain some peace of mind, and to feel welcomed.

The column had broken. Yet, the undertaking was not to end with it.

The complete letter from Jacopo Salviati to Michelangelo, September 20, 1518

Firenze, 20 settembre 1518

Michelagniolo mio caro, io ho inteso, per una di Bartolomeo da Filicaia a Berto suo padre, come la colonna che era calata giù al basso s’è rocta, di che ò havuto dispiacere grande; ma molto maggiore m’à dato lo intendere che tu ti dia dispiacere di questa cosa, come se non havessi pensato che in una impresa di questa natura non ti havessi a intervenire molti maggiori disordini di questo.

Fa’ buono animo e seguita gagliardamente la impresa tua, perché così è l’onore tuo, havendola principiata, e sta’ sopra di me, ché non t’è per mancare cosa nessuna e Nostro Signore è per ristorarti di molto maggiore cosa che questa; e di questo non dubitare punto, e se da me vuoi più una cosa che un’altra, avisa e sarai subito servito.

Ricordati che del dare principio a una cosa di cotesta natura n’arà la ciptà nostra grandissimo obligo con esso teco e con tucta la casa tua e resteranne in perpetuo obligo. Gli uomini grandi e di franco animo nelle adversità pigliano più quore e sono più gagliardi; e questa è una favola, e maravigliomi che ti dia un minimo pensamento, non che dispiacere, maxime che non si può dire che sia per tuo manchamento, essendo venuta di sopra.

Pensa che non sono per mancharti in cosa nessuna, e la experientia ne sia di mezo. Io intendo che tu ti senti un pocho di mala voglia. Se così è, a me parrebbe che tu te ne dovessi ire a Pixa a ogni modo, dove te ne potrai ire in casa nostra e non ti mancherà cosa nessuna e potrai stare a tuo agio. Né più. Cristo di male ti guardi.

Per Jacopo Salviati. In Firenze, a dì 20 di septembre 1518. Al mio carissimo Michelagniolo Simoni a Seravezza.

For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti, bids you farewell—see you in future posts and on social media.

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