Tutto quello che vorrei comprare alla BIAF 2026: le opere che mi sono rimaste negli occhi a Palazzo Corsini
Dalla 34ª Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, quella che dal 26 settembre al 4 ottobre porta a Palazzo Corsini una straordinaria concentrazione di opere d’arte, sono uscito con la sensazione di avere bisogno di qualche ora per rimettere ordine nei pensieri.
Sono entrato ieri in anteprima per vedere, osservare, fotografare mentalmente dettagli, confrontare epoche, artisti e linguaggi.
Sono uscito stordito da tanta bellezza e con un problema in più: se avessi avuto possibilità economiche maggiori di quelle che ho, avrei avuto bisogno di un camion per tornare a casa.
Ecco dunque la mia personale lista della serie “Tutto quello che vorrei comprare alla BIAF 2026”.
Non è una classifica, perché sarebbe impossibile farla e nemmeno una selezione scientifica dei capolavori più importanti della Biennale.
Vi racconto le opere davanti alle quali mi sono fermato po’ più a lungo, quelle che continuavano a tornarmi in mente anche dopo aver lasciato Palazzo Corsini e, soprattutto, di quelle che avrei voluto ritrovare a casa mia.
Palazzo Corsini, il luogo perfetto per perdersi nell’arte
La BIAF non si visita: si attraversa. Palazzo Corsini è parte integrante dell’esperienza.
La dimora, costruita nell’arco di circa cinquant’anni tra Seicento e Settecento, conserva ancora oggi l’impronta della grande stagione barocca fiorentina, con le decorazioni realizzate tra il 1692 e il 1700 da artisti come Anton Domenico Gabbiani, Alessandro Gherardini e Pier Dandini.

Così mentre guardi un dipinto del Seicento o una scultura neoclassica in esposizione, ti trovi contemporaneamente dentro una storia che appartiene allo stesso mondo del collezionismo, del gusto e della committenza che quelle opere ha prodotto.
Diventa quasi naturale lasciarsi prendere dall’entusiasmo.
“Questa la metterei lì.”
“Questa starebbe benissimo davanti alla finestra.”
“Questa invece la vorrei vedere ogni mattina appena mi sveglio.”
Poi tocca fare i conti con la realtà o perlomeno con quello che il portafogli custodisce e allora si ritorna con i piedi per terra.

Il Ghirlandaio, Gemito, Lapini, Fattori e Boldini: il mio primo elenco dei desideri
Tra le moltissime opere che ho incontrato lungo il percorso, alcune mi hanno semplicemente colpita. Altre, invece, mi hanno preso il cuore.
Mi sono fermato davanti alla Sacra Famiglia del Ghirlandaio, poi davanti alle sculture in bronzo di Vincenzo Gemito, davanti alla figure elegante e quasi leziosa di Cesare Lapini, e ancora davanti ai dipinti di Giovanni Fattori e Giovanni Boldini.
E poi c’era un disegno che, per dimensioni, non aveva certo bisogno di competere con le grandi tele per farsi notare: una testa di vecchio di metà Settecento di Giovanni Battista Piazzetta.
A volte è una grande tela a venirti incontro da lontano, altre è un foglio apparentemente più fragile a costringerti ad avvicinarti, a guardare la linea, la pressione della matita, la maniera in cui l’artista ha costruito un volto quasi soltanto attraverso il segno.
Giuseppe Bonito e quello studio del pittore che sembra prendere vita
Ma se c’è un’opera che mi ha fatto pensare “questa la porterei davvero a casa”, è la grande tela settecentesca di Giuseppe Bonito, Lo Studio del Pittore.
È una di quelle opere che più la guardi e più trovi qualcosa. Lo studio non è raffigurato come un luogo immobile e solenne, ma come uno spazio attraversato dalla vita, dal lavoro, dalle relazioni e dalle piccole distrazioni quotidiane.
Ci sono persone, oggetti, dettagli. E poi c’è quel bambino in primo piano che porge un biscotto al cane.
È un solo un dettaglio rispetto all’intera composizione, ma proprio per questo mi ha conquistato. Improvvisamente la pittura di storia, il mestiere dell’artista e la rappresentazione di un ambiente settecentesco diventano qualcosa di incredibilmente umano.
Mi sono ritrovata a guardare quel bambino e quel cane più di una volta. Quando una scena continua a tornarti davanti agli occhi, per me significa che l’opera ha fatto centro.
La Carità educatrice di Bartolini: questa finirebbe al centro del mio salotto
Un altro incontro che mi ha particolarmente appassionato è quello con la copia in scala ridotta della Carità educatrice di Lorenzo Bartolini, nata da una commissione privata.
L’originale si trova oggi al centro della Sala dell’Iliade di Palazzo Pitti a Firenze e ritrovarne una versione in formato più contenuto alla BIAF mi ha fatto immediatamente immaginare un contesto domestico.
Lo so, è un pensiero assolutamente irrealistico.
Ma la mia serie si chiama proprio “Tutto quello che vorrei comprare alla BIAF 2026”, quindi mi permetto di osare e questa, avrebbe già trovato posto a costo di dover buttar via il divano e trascorrere il resto dei giorni su uno scomodo sgabello.
La Baccante stanca di Dupré: quella che avrei portato via con me
Poi c’è una scultura che mi ha conquistata in maniera diversa: la Baccante stanca di Giovanni Dupré.
È una di quelle opere davanti alle quali viene spontaneo immaginare non soltanto di possederle, ma di viverci accanto. Il marmo, il corpo, il senso di abbandono della figura e il rapporto con la tradizione classica fanno di questa scultura uno degli incontri che più mi sono rimasti impressi.
Dupré guardava all’antico reinterpretandolo attraverso la sensibilità dell’Ottocento e, dopo il viaggio a Napoli del 1853, sviluppò con particolare intensità quella stagione della sua ricerca legata al cosiddetto gusto “neo-greco”.
Non chiedetemi dove la metterei: avrei tempo di pensarci.
Ignazio Stern: un’esplosione di fiori, colori e dettagli
E poi arriva Ignazio Stern.
La sua grande tela con rose, tulipani, narcisi e altri fiori in un vaso scolpito, due putti accanto a una fontana, grappoli d’uva, un cane e un pappagallo su un piedistallo, in un giardino dall’architettura classica è esattamente il tipo di opera davanti alla quale rischio di dimenticarmi completamente del tempo.
È coloratissima, ricca, teatrale e piena di cose da guardare. Sicuramente alla Biaf 2026 ci sono opere di maggior valore ma questa mi mette allegria con quell’esplosione di colori.
Ogni volta che pensavo di aver individuato tutti i dettagli, ne compariva un altro.
Canova alla BIAF: la Maddalena che avrei voluto vedere ancora più a lungo
Fra gli artisti che considero imprescindibili in un percorso come quello della BIAF c’è naturalmente Antonio Canova. con la Maddalena penitente, presentata dalla Galleria Carlo Orsi.
È una presenza particolare perché ci porta davanti a un Canova pittore, attività che accompagnò quella scultorea e che rende ancora più interessante il rapporto dell’artista con il tema della Maddalena.
Davanti a opere del genere mi capita sempre di pensare che conosciamo un artista soprattutto attraverso i suoi capolavori più celebri, ma che spesso è proprio nelle opere meno frequentate dal grande pubblico che si nascondono le sorprese più interessanti.
E il percorso continua: Tiepolo, Passerotti e una quantità quasi indecente di bellezza
A questo punto della visita avevo già perso completamente il senso della misura ma continuavano ad arrivare opere.
Bartolomeo Passerotti.
Giovan Battista Tiepolo.
E poi una quantità di pittura, scultura, arti decorative e disegno capace di trasformare Palazzo Corsini in una sorta di viaggio accelerato attraverso secoli di storia dell’arte.
La cosa interessante della BIAF 2026 è proprio questa possibilità di passare, nell’arco di pochi metri, dal Rinascimento alla pittura barocca, dal Settecento veneziano al Neoclassicismo, dall’Ottocento alla Belle Époque, dal Futurismo fino a un’opera contemporanea che dialoga apertamente con l’antico.
Il percorso ufficiale della Biennale segue proprio questa ampiezza cronologica, attraversando il Rinascimento, il Seicento, il Settecento, il Neoclassicismo, l’Ottocento e il Novecento fino al contemporaneo.
Dal Compianto di Mazzolino a Canaletto: la storia dell’arte tutta davanti agli occhi
Tra le opere che meritano certamente attenzione c’è il Compianto su Cristo morto di Ludovico Mazzolino, datato 1511-1512.
Una tavola destinata alla devozione privata, nella quale la scena sacra acquista una straordinaria forza narrativa grazie alla moltitudine di dettagli, alle figure quasi impietrite e al paesaggio agitato dal vento.
Poi si passa al Seicento con Antonio Susini, allievo e collaboratore del Giambologna, rappresentato da una piccola e curiosissima Scrofa in bronzo, opera inedita proveniente da una collezione privata fiorentina.
E se amate le arti decorative, difficile ignorare il monumentale Cabinet in corallo della Brun Fine Art, manufatto siciliano della seconda metà del Seicento realizzato dalla Manifattura Trapanese in legno, tartaruga, rame dorato, corallo e smalti.
È il genere di oggetto davanti al quale penso: “Come sarebbe bello poter vedere la stanza per cui era stato immaginato.”
Guercino, Luca Giordano e il Settecento che non finisce mai
Tra le opere che ampliano ulteriormente questo viaggio c’è una Fuga in Egitto di Guercino, piccolo dipinto finora ignoto agli studi e importante per il catalogo dell’artista nel campo della pittura di paesaggio.
Da Gallo Fine Art, invece, Luca Giordano trasforma Rebecca al pozzo in una scena piena di movimento, colore e teatralità.
La giovane Rebecca, avvolta nel grande manto blu, domina la composizione mentre davanti a lei l’anziano servitore di Abramo presenta i gioielli destinati alla futura sposa di Isacco.
È pittura che racconta e lo fa attraverso la luce, il colore e una quantità di figure secondarie che sembrano continuare a vivere anche quando smetti di guardarle.
Rigaud, il ritratto ritrovato e quella scritta sul retro che racconta una storia
Una delle storie più belle della Biennale è forse quella legata al Ritratto del Marchese Giulio Imperiale di Hyacinthe Rigaud. L’esistenza del dipinto era conosciuta attraverso il Libro dei Conti del pittore e una vecchia fotografia in bianco e nero degli anni Trenta.
Poi, durante il restauro, sul retro è comparsa una scritta: “fait par Hyacinthe Rigaud, 1699”.
Una frase brevissima, ma capace di ricucire il rapporto tra l’opera, la documentazione storica e la data riportata nel libro dei conti. Anche questo, in fondo, uno degli aspetti che trovo più affascinanti dell’antiquariato.
Non si compra soltanto un’immagine. Dietro un’opera può esserci una storia fatta di collezionisti, passaggi di proprietà, restauri, fotografie, inventari, archivi e ritrovamenti.
Canaletto, Tagliolini e il grande Settecento veneziano
Dal vedutismo veneziano arriva un’altra scoperta: Il Canal Grande verso sud-est, dal Palazzo Pesaro al Fondaco dei Tedeschi di Canaletto, tela del 1744 con firma per esteso e data.
La prospettiva rigorosa, la cura dei particolari e quella luce rosata sono gli elementi che rendono immediatamente riconoscibile la grande stagione della maturità dell’artista.
E poi, quasi a cambiare completamente registro, ecco il Laocoonte in biscuit di Filippo Tagliolini, direttore della Real Fabbrica di Porcellane di Napoli.
È impossibile non pensare a quanto l’antico abbia continuato a generare nuove forme, nuove interpretazioni e nuovi oggetti per tutto il Settecento.
E poi arriva il Novecento: Corcos, Brunelleschi, Timmel, Balla e Severini
Se pensate che dopo il Settecento la mia lista dei desideri sia finalmente terminata, vi sbagliate.
Perché il percorso continua. C’è il Ritratto di signora di Vittorio Matteo Corcos, del 1894, dove il paesaggio sembra quasi trasformarsi in tessuto e ornamento.
C’è La Fête du Soleil di Umberto Brunelleschi, del 1910, che porta con sé tutta la mondanità della Parigi della Belle Époque.
C’è l’Amazzone di Vito Timmel, del 1915, con le sue suggestioni secessioniste.
E poi il Futurismo. Uno Studio per Compenetrazione iridescente di Giacomo Balla, proveniente da Casa Balla e recentemente riscoperto in una collezione privata.
E Danseuse et violiniste di Gino Severini, del 1915. La figura si frammenta, la luce diventa movimento, lo spazio perde la sua stabilità tradizionale.
Eppure, anche dopo secoli di pittura figurativa, ritrovo ancora quella stessa cosa che mi aveva fermata davanti a un disegno di Piazzetta: il gesto dell’artista.
La storia delle collezioni: il busto di Cesarina Gualino
Un’altra opera che mi ha incuriosita è il busto in marmo dipinto di Cesarina Gualino, eseguito da Pietro Canonica nel 1919.
La storia dell’opera attraversa la celebre collezione di Riccardo e Cesarina Gualino, le vicende finanziarie della famiglia, il passaggio nelle collezioni della Banca d’Italia e il successivo riacquisto da parte di Riccardo Gualino nel 1943.
Dopo essere entrato in una collezione privata, il busto è riemerso soltanto oggi. EIn fondo un’opera può scomparire dalla scena pubblica per decenni e poi tornare improvvisamente davanti ai nostri occhi.
La mia lista impossibile della BIAF 2026
Alla fine della visita ho provato mentalmente a fare ordine e non ci sono riuscita.
Se dovessi però chiudere gli occhi e scegliere le opere che mi rivedo ancora davanti, tornano il Ghirlandaio, Gemito, Lapini, Fattori, Boldini, quella testa di vecchio di Piazzetta, lo studio di Giuseppe Bonito con il bambino e il cane, la Carità educatrice di Bartolini, la Baccante stanca di Dupré, il grande vaso fiorito di Ignazio Stern e la Maddalena penitente di Canova.
Ah dimenticavo: le sculture dell’artista napoletano Vincenzo Gemito. Ne ho viste tre straordinarie, compreso un mirabile Acquaiolo realizzato in argento, di piccole dimensioni, del 1921 sul quale è in corso uno studio di Alfonso Panzetta.
La BIAF 2026 è una di quelle Biennali nelle quali il problema non è trovare qualcosa che ti piace. Il problema è scegliere cosa continuare a guardare quando sai che, nella sala successiva, potrebbe esserci qualcosa che ti farà perdere nuovamente la testa.
Quando sono uscito da Palazzo Corsini avevo già una lista mentale lunghissima di cose che, se solo avessi avuto un conto in banca completamente diverso dal mio, avrei portato a casa.
BIAF 2026: quando e dove
La XXXIV Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze si svolge a Palazzo Corsini dal 26 settembre al 4 ottobre 2026, con apertura al pubblico tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30.
Il biglietto intero costa 25 euro; sono previste riduzioni per residenti nella Città Metropolitana di Firenze e gruppi organizzati.
La manifestazione inaugura inoltre una nuova fase sotto la direzione del Segretario Generale Bruno Botticelli e presenta un programma culturale articolato durante i giorni della Biennale.
Vi ricordo che nel Salone del Trono è esposto il mio disegno per la facciata della Basilica di San Lorenzo di Firenze, appartenente a Casa Buonarroti che verrà sottoposto a un intervento diagnostico e conservativo dell’Opificio delle Pietre Dure.
Insomma, se siete a Firenze nei prossimi giorni, preparatevi: Palazzo Corsini non è un posto dal quale sia facile uscire a mani vuote.
Anche quando, come nel mio caso, le mani restano vuote e a casa si torna soltanto con gli occhi pieni di bellezza.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
Everything I’d like to buy at BIAF 2026: the artworks that stayed with me after visiting Palazzo Corsini
I left the 34th Florence International Antiques Fair (BIAF)—which brings an extraordinary concentration of artworks to Palazzo Corsini from September 26 to October 4—feeling like I needed a few hours to sort out my thoughts.
I visited during the preview yesterday to look, observe, mentally photograph details, and compare eras, artists, and artistic styles.
I emerged dazzled by such beauty and faced with a new problem: had I possessed greater financial means, I would have needed a truck to get everything home.
So, here is my personal list for the series “Everything I’d like to buy at BIAF 2026.”
It is not a ranking—compiling one would be impossible—nor is it a scholarly selection of the Biennale’s most important masterpieces.
I am sharing the works I lingered over, the ones that kept coming to mind after I left Palazzo Corsini, and—above all—the ones I wished I could have taken home with me.
Palazzo Corsini: the perfect place to lose yourself in art
You don’t just visit BIAF; you journey through it. Palazzo Corsini is an integral part of the experience.
Built over the course of roughly fifty years spanning the 17th and 18th centuries, the residence still bears the stamp of the great Florentine Baroque era, featuring decorations created between 1692 and 1700 by artists such as Anton Domenico Gabbiani, Alessandro Gherardini, and Pier Dandini. So, as you gaze at a 17th-century painting or a Neoclassical sculpture on display, you find yourself simultaneously immersed in a history belonging to the very world of collecting, taste, and patronage that gave rise to those works.
It feels almost natural to get swept up in the excitement.
“I’d put that one there.”
“That would look perfect in front of the window.”
“And that one—I’d want to see it every morning the moment I wake up.”
Then comes the moment of reckoning with reality—or at least with the contents of one’s wallet—and you are brought back down to earth.
Ghirlandaio, Gemito, Lapini, Fattori, and Boldini: my initial wish list
Among the many works I encountered along the way, some simply caught my eye. Others, however, captured my heart.
I paused before Ghirlandaio’s Holy Family, then before the bronze sculptures of Vincenzo Gemito, the elegant—almost affected—figures by Cesare Lapini, and the paintings of Giovanni Fattori and Giovanni Boldini.
And then there was a drawing that, despite its size, needed no competition with grand canvases to command attention: a mid-18th-century study of an old man’s head by Giovanni Battista Piazzetta.
Sometimes a large canvas draws you in from afar; at other times, it is a seemingly more fragile sheet of paper that compels you to step closer—to examine the line, the pressure of the pencil, and the way the artist constructed a face almost entirely through the stroke itself.
Giuseppe Bonito and the artist’s studio that seems to come to life
But if there is one work that made me think, “I would genuinely take this home,” it is the large 18th-century canvas by Giuseppe Bonito, The Artist’s Studio.
It is one of those works where the longer you look, the more you discover. The studio is not depicted as a static, solemn place, but as a space alive with activity—work, relationships, and the little distractions of daily life.
There are people, objects, and details. And then there is that child in the foreground, offering a biscuit to the dog.
It is just a small detail within the overall composition, yet that is precisely why it captivated me. Suddenly, history painting, the artist’s craft, and the depiction of an eighteenth-century setting transform into something incredibly human.
I found myself looking at that child and dog more than once. When a scene keeps coming back to mind, for me, it means the artwork has truly hit the mark.
Bartolini’s Charity as Educator: the piece I’d place in the center of my living room
Another encounter that particularly thrilled me was with the reduced-scale copy of Lorenzo Bartolini’s Charity as Educator (Carità educatrice), originally created for a private commission.
The original currently stands in the center of the Sala dell’Iliade at the Pitti Palace in Florence; coming across a smaller version at BIAF immediately made me picture it in a domestic setting.
I know—it’s a completely unrealistic idea.
But since my series is titled “Everything I’d Like to Buy at BIAF 2026,” I’m allowing myself to dream big; this piece would find a home even if it meant tossing out my sofa and spending the rest of my days perched on an uncomfortable stool.
Dupré’s Weary Bacchante: the one I would have taken home with me
Then there is a sculpture that captivated me in a different way: The Weary Bacchante by Giovanni Dupré.
It is one of those works that spontaneously makes you imagine not just owning it, but living alongside it. The marble, the body, the figure’s sense of abandon, and the connection to classical tradition make this sculpture one of the most memorable encounters I’ve had.
Dupré looked to antiquity, reinterpreting it through 19th-century sensibilities; following a trip to Naples in 1853, he pursued the phase of his work linked to the so-called “Neo-Greek” style with particular intensity.
Don’t ask me where I’d put it—I’d have plenty of time to think about that.
Ignazio Stern: an explosion of flowers, colors, and details
And then there is Ignazio Stern.
His large canvas—featuring roses, tulips, daffodils, and other flowers in a carved vase, two putti beside a fountain, clusters of grapes, a dog, and a parrot on a pedestal, all set in a garden with classical architecture—is exactly the kind of work that makes me risk losing all track of time.
It is vibrant, rich, theatrical, and full of things to look at. There may well be more valuable works at BIAF 2026, but this one lifts my spirits with its explosion of color.
Just when I thought I had spotted every detail, another one would appear.
Canova at BIAF: the Magdalene I wished I could have admired even longer
Among the artists I consider essential to an experience like BIAF is, naturally, Antonio Canova—represented here by The Penitent Magdalene, presented by the Carlo Orsi Gallery.
It is a unique presence because it reveals Canova the painter—a pursuit that ran parallel to his sculpture—making the artist’s relationship with the theme of the Magdalene even more compelling. Standing before works like these, I often reflect on how we usually know an artist through their most famous masterpieces, yet the most intriguing surprises are often hidden in the works less familiar to the general public.
And the journey continues: Tiepolo, Passerotti, and an almost indecent abundance of beauty.
By this point in the visit, I had completely lost all sense of scale, yet the artworks kept coming.
Bartolomeo Passerotti.
Giovan Battista Tiepolo.
And then, a wealth of painting, sculpture, decorative arts, and drawing capable of transforming Palazzo Corsini into a kind of accelerated journey through centuries of art history.
The fascinating thing about BIAF 2026 is precisely this opportunity to move—within just a few meters—from the Renaissance to Baroque painting, from 18th-century Venice to Neoclassicism, from the 19th century to the Belle Époque, and from Futurism to a contemporary work that engages in an open dialogue with the past.
The Biennale’s official route mirrors this chronological breadth, spanning the Renaissance, the 17th and 18th centuries, Neoclassicism, the 19th and 20th centuries, and right up to the contemporary era.
From Mazzolino’s Lamentation to Canaletto: art history laid out before one’s eyes
Among the works certainly deserving of attention is Ludovico Mazzolino’s Lamentation over the Dead Christ, dated 1511–1512.
It is a panel painting intended for private devotion, in which the sacred scene gains extraordinary narrative power through a multitude of details, figures that seem almost frozen in stone, and a landscape stirred by the wind.
Then we move to the 17th century with Antonio Susini—a pupil and collaborator of Giambologna—represented here by a small and highly curious bronze Sow, a previously unseen work from a private Florentine collection. And if you love the decorative arts, it is hard to overlook the monumental coral cabinet from Brun Fine Art—a Sicilian piece from the second half of the 17th century, crafted by the Trapani workshop using wood, tortoiseshell, gilt copper, coral, and enamel.
It is the kind of object that makes me think: “How wonderful it would be to see the room for which it was originally conceived.”
Guercino, Luca Giordano, and the 18th century that never ends
Among the works that further enrich this journey is a Flight into Egypt by Guercino—a small painting previously unknown to scholars and significant for the artist’s body of work in landscape painting.
At Gallo Fine Art, meanwhile, Luca Giordano transforms the scene of Rebecca at the Well into a composition full of movement, color, and theatricality.
Young Rebecca, wrapped in a large blue mantle, dominates the composition, while before her, Abraham’s elderly servant presents the jewels intended for Isaac’s future bride.
This is narrative painting—telling a story through light, color, and a host of secondary figures that seem to go on living even after you stop looking at them.
Rigaud, the rediscovered portrait, and the inscription on the back that tells a story
Perhaps one of the most beautiful stories at the Biennale is the one surrounding Hyacinthe Rigaud’s Portrait of Marchese Giulio Imperiale. The painting’s existence was known through the artist’s account book and an old black-and-white photograph from the 1930s.
Then, during the restoration, an inscription appeared on the back: “fait par Hyacinthe Rigaud, 1699.”
A very brief phrase, yet one capable of bridging the gap between the artwork, the historical documentation, and the date recorded in the account book. Ultimately, this is one of the aspects of the antiques world that I find most fascinating.
You are not merely buying an image. Behind a work of art, there may lie a story involving collectors, changes of ownership, restorations, photographs, inventories, archives, and discoveries.
Canaletto, Tagliolini, and the Grand Venetian Eighteenth Century
Another discovery comes from the realm of Venetian vedutismo (view painting): Canaletto’s The Grand Canal Looking Southeast, from Palazzo Pesaro to the Fondaco dei Tedeschi—a canvas from 1744 bearing his full signature and the date.
The rigorous perspective, the meticulous attention to detail, and that characteristic rosy light are the elements that make the artist’s great mature period instantly recognizable.
And then—shifting gears entirely—we find the biscuit porcelain Laocoön by Filippo Tagliolini, director of the Royal Porcelain Factory in Naples.
It is impossible not to reflect on how the art of antiquity continued to inspire new forms, new interpretations, and new objects throughout the eighteenth century.
And then comes the twentieth century: Corcos, Brunelleschi, Timmel, Balla, and Severini.
If you think my wish list ends after the eighteenth century, you are mistaken.
For the journey continues. There is the Portrait of a Lady by Vittorio Matteo Corcos, dating from 1894, in which the landscape seems almost to transform into fabric and ornamentation. There is Umberto Brunelleschi’s La Fête du Soleil (1910), which embodies all the cosmopolitan glamour of Belle Époque Paris.
There is Vito Timmel’s Amazzone (1915), with its Secessionist undertones.
And then, Futurism. A study for Compenetrazione iridescente by Giacomo Balla, originating from Casa Balla and recently rediscovered in a private collection.
And Gino Severini’s Danseuse et violiniste (1915). The figure fragments, light transforms into movement, and space loses its traditional stability.
Yet, even after centuries of figurative painting, I find myself drawn to the very same thing that once made me pause before a drawing by Piazzetta: the artist’s gesture.
The history of the collections: the bust of Cesarina Gualino
Another work that intrigued me is the painted marble bust of Cesarina Gualino, created by Pietro Canonica in 1919.
The work’s history spans the renowned collection of Riccardo and Cesarina Gualino, the family’s financial ups and downs, its transfer to the Bank of Italy’s collections, and its subsequent repurchase by Riccardo Gualino in 1943.
After entering a private collection, the bust has only now resurfaced. After all, a work of art can vanish from the public eye for decades, only to suddenly reappear before us.
My “impossible list” for BIAF 2026
At the end of the visit, I tried to sort out my thoughts, but I couldn’t quite manage it. If I were to close my eyes and choose the works that still rise before my mind’s eye, the names that return are Ghirlandaio, Gemito, Lapini, Fattori, and Boldini; I recall Piazzetta’s Head of an Old Man, Giuseppe Bonito’s study featuring a child and a dog, Bartolini’s Charity as Educator, Dupré’s Weary Bacchante, Ignazio Stern’s large Vase of Flowers, and Canova’s Penitent Magdalene.
Ah, I almost forgot: the sculptures by the Neapolitan artist Vincenzo Gemito. I saw three extraordinary pieces, including a magnificent, small-scale silver Water Seller (Acquaiolo) from 1921, which is currently the subject of a study by Alfonso Panzetta.
BIAF 2026 is one of those Biennials where the challenge isn’t finding something you like; the challenge is choosing what to keep looking at when you know that, in the very next room, there might be something else that will make you lose your heart all over again.
By the time I left Palazzo Corsini, I already had a very long mental list of things I would have taken home—had my bank account looked completely different than it actually does.
BIAF 2026: When and Where
The 34th International Antiques Fair of Florence (BIAF) takes place at Palazzo Corsini from September 26 to October 4, 2026, and is open to the public daily from 10:30 AM to 7:30 PM.
A full-price ticket costs 25 euros; reduced rates are available for residents of the Metropolitan City of Florence and for organized groups.
The event also marks the beginning of a new phase under the leadership of Secretary General Bruno Botticelli and features a comprehensive cultural program throughout the duration of the Biennial. I would like to remind you that my drawing for the façade of the Basilica of San Lorenzo in Florence—part of the Casa Buonarroti collection—is currently on display in the Throne Room; it is set to undergo diagnostic and conservation work by the Opificio delle Pietre Dure.
In short, if you happen to be in Florence over the coming days, get ready: Palazzo Corsini is not just any place or from which it is easy to leave empty-handed.
Even when—as in my case—one’s hands remain empty, and one returns home with nothing but eyes full of beauty.
For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell, looking forward to seeing you in future posts and on social media.

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