12 agosto 1530: Firenze si arrende: la caduta della libertà della mia città
Il 12 agosto 1530 è uno di quei giorni che avrei voluto cancellare dalla memoria. Quel giorno Firenze, la mia Firenze, capitolò dopo quasi un anno di assedio.
Le truppe imperiali e pontificie avevano stretto la città in una morsa sempre più soffocante e, dopo la sconfitta di Francesco Ferrucci a Gavinana il 3 agosto, ogni speranza di soccorso sembrava ormai perduta.

Conoscevo bene quelle mura. Le avevo studiate, disegnate, rafforzate. La Repubblica mi aveva affidato nel 1529 l’incarico di governatore generale e procuratore delle fortificazioni e avevo lavorato perché Firenze potesse resistere all’assedio.
In quei giorni ero stato un fiorentino che cercava, con gli strumenti che conosceva, di difendere la propria città. Eppure le mura più solide non possono fermare la fame, la paura e il tradimento.
Clemente VII e il ritorno dei Medici a Firenze
L’assedio era stato voluto da papa Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, che insieme all’imperatore Carlo V aveva stretto un accordo per riportare la famiglia Medici al potere.
Firenze aveva cacciato i Medici nel 1527 e aveva scelto nuovamente la via della Repubblica. Io stesso, che avevo sentimenti repubblicani, avevo accolto con favore quel cambiamento e mi ero messo al servizio della città.
La politica degli uomini è più spietata dell’inferno.
L’esercito imperiale e pontificio circondò Firenze e per mesi la città resistette con una tenacia incredibile. I fiorentini arrivarono persino a giocare a calcio in piazza Santa Croce il 17 febbraio 1530, mentre fuori dalle mura si trovavano gli eserciti nemici: una sfida, quasi una beffa, per dimostrare che Firenze non era ancora morta.
La fame, la peste e la disperazione durante l’assedio
Ma dietro quei gesti di coraggio c’era tutta la terribilità di quei momenti.
La popolazione soffriva la fame, le malattie e le conseguenze di un assedio interminabile. Le condizioni all’interno della città divennero sempre più drammatiche e la possibilità di continuare la resistenza si faceva ogni giorno più remota.
I 36.000 morti che si contarono durante l’assedio, probabilmente furono molto di più. Firenze era stremata.
Quando una città non ha più uomini, viveri e speranze, anche le sue mura diventano una prigione.
Malatesta Baglioni e gli ultimi giorni della Repubblica
In quei giorni il nome di Malatesta Baglioni divenne inseparabile dalla tragedia della Repubblica.
Già l’8 agosto i Dieci di Libertà e Pace lo avevano privato del comando, dopo aver registrato il suo dissenso rispetto alla volontà di combattere fino all’ultimo. Pochi giorni dopo, la situazione precipitò.
La resa fu il risultato di trattative condotte con gli imperiali e, il 12 agosto, la capitolazione segnò di fatto la fine della Repubblica fiorentina.
I patti prevedevano condizioni che, almeno sulla carta, sembravano relativamente moderate. Tra queste vi era la promessa di salvaguardare la città e coloro che avevano combattuto per la Repubblica. Ma il ritorno dei Medici avrebbe presto mostrato quanto fosse fragile quella promessa.

Fui costretto a nascondermi
E io? Già avevo conosciuto il sospetto, la paura e il peso delle mie scelte. Avevo intuito il possibile tradimento di Malatesta Baglioni e, nel settembre del 1529, ero fuggito prima a Ferrara e poi a Venezia. Tornai a Firenze con un salvacondotto e ripresi il lavoro alle fortificazioni.
Quando il 12 agosto 1530 la Repubblica cadde, però, ebbi paura.
Sapevo di essere stato dalla parte della Repubblica. Sapevo che Clemente VII avrebbe potuto considerarmi un nemico. Mi nascosi dunque dove non mi avrebbero cercato: nel cuore di una proprietà medicea. Il nemico mi avrebbe cercato a casa propria? Fu allora che mi nascosi nella Stanza Segreta, al di sotto della Sagrestia Nuova del Duomo di San Lorenzo, la chiesa di famiglia dei Medici.
Benedetto Varchi, un testimone della tragedia
Tra coloro che vissero quei giorni vi fu anche Benedetto Varchi. Era un uomo di sentimenti repubblicani e prese parte alla difesa di Firenze durante l’assedio. Dopo la capitolazione lasciò la città e rimase legato per anni agli ambienti degli esuli antimedicei.
Molto tempo dopo, nel 1546-1547, Cosimo I de’ Medici gli affidò la stesura della Storia fiorentina, nella quale Varchi raccontò proprio gli anni della Repubblica e della sua caduta, utilizzando anche testimonianze dirette dei protagonisti.
E fu ancora Varchi, molti anni più tardi, a pronunciare una delle orazioni funebri per me durante le solenni esequie celebrate a Firenze nel 1564.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
August 12, 1530: Florence Surrenders: The Fall of My City’s Freedom
August 12, 1530, is one of those days I wish I could erase from my memory. That day, Florence, my Florence, capitulated after nearly a year of siege.
The imperial and papal troops had squeezed the city in an increasingly suffocating grip, and after the defeat of Francesco Ferrucci at Gavinana on August 3, all hope of relief seemed lost.
I knew those walls well. I had studied them, designed them, and strengthened them. In 1529, the Republic had entrusted me with the position of Governor General and Procurator of Fortifications, and I had worked to ensure Florence could withstand the siege.
In those days, I had been a Florentine trying, with the tools I knew, to defend his city. Yet even the strongest walls could not stop hunger, fear, and betrayal.
Clement VII and the Return of the Medici to Florence
The siege was ordered by Pope Clement VII, born Giulio de’ Medici, who, together with Emperor Charles V, had reached an agreement to restore the Medici family to power.
Florence had expelled the Medici in 1527 and had once again chosen the path of the Republic. I myself, who had republican sentiments, welcomed that change and placed myself at the city’s service.
Human politics is often more ruthless than hell.
The imperial and papal armies surrounded Florence, and for months the city resisted with incredible tenacity. The Florentines even played soccer in Piazza Santa Croce on February 17, 1530, while enemy armies stood outside the walls: a challenge, almost a mockery, to demonstrate that Florence was not yet dead.
Hunger, plague, and desperation during the siege
But behind those acts of courage lay all the horror of those moments.
The population suffered from hunger, disease, and the aftermath of an interminable siege. Conditions within the city became increasingly dire, and the possibility of continuing resistance grew increasingly remote.
The 36,000 deaths during the siege were likely many more. Florence was exhausted.
When a city is depleted of men, food, and hope, even its walls become a prison.
Malatesta Baglioni and the Last Days of the Republic
In those days, the name of Malatesta Baglioni became inseparable from the tragedy of the Republic.
As early as August 8th, the Ten of Liberty and Peace had stripped him of his command, after registering his dissent regarding the will to fight to the end. A few days later, the situation worsened.
The surrender was the result of negotiations with the imperials, and on August 12th, the capitulation effectively marked the end of the Florentine Republic.
The pacts included conditions that, at least on paper, seemed relatively moderate. Among them was the promise to safeguard the city and those who had fought for the Republic. But the return of the Medici would soon demonstrate just how fragile that promise was.
I was forced into hiding
And me? I had already experienced suspicion, fear, and the burden of my choices. I had sensed Malatesta Baglioni’s possible betrayal, and in September 1529, I fled first to Ferrara and then to Venice. I returned to Florence with a safe conduct and resumed work on the fortifications.
When the Republic fell on August 12, 1530, however, I was afraid.
I knew I had been on the side of the Republic. I knew that Clement VII might consider me an enemy. So I hid where they wouldn’t look for me: in the heart of a Medici property. Would the enemy look for me in his own home? That’s when I hid in the Secret Room, beneath the New Sacristy of the Duomo of San Lorenzo, the Medici family church.
Benedetto Varchi, a witness to the tragedy
Among those who lived through those days was Benedetto Varchi. He was a man of republican sentiments and took part in the defense of Florence during the siege. After the capitulation, he left the city and remained associated for years with the anti-Medici exiles.
Much later, in 1546-1547, Cosimo I de’ Medici entrusted him with the writing of the Storia fiorentina, in which Varchi recounted the years of the Republic and its fall, also drawing on firsthand accounts from its protagonists.
And it was Varchi again, many years later, who delivered one of the funeral orations for me during the solemn funeral held in Florence in 1564.
For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti bids you farewell, and we look forward to seeing you in future posts and on social media.

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