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Canova, torna a Possagno l’Amorino restaurato

Dopo dieci anni di indagini, ricostruzioni, monitoraggi e interventi conservativi, l’Amorino di Antonio Canova torna a mostrarsi nella sua integrità alla Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno.

È una storia che racconta la fragilità dei modelli in gesso, la complessità della loro conservazione e, soprattutto, il dialogo sempre più stretto fra storia dell’arte, diagnostica, tecnologia digitale e restauro.

foto credit @museocanova
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L’opera è uno dei modelli in gesso più significativi e delicati della collezione di Possagno, custodita nel museo sorto accanto alla casa natale dello scultore. Un complesso museale nel quale convivono la memoria dello studio di Canova e gli spazi della Gypsotheca, ampliata nel Novecento dall’architetto Carlo Scarpa.

Un Amorino nato dal volto di un ragazzo

La storia dell’opera comincia nel 1785, quando Canova ricevette dalla principessa Elzbieta Czartoryska Lubomirska l’incarico di realizzare il ritratto del giovane nipote Henryk.

Il ragazzo, però, era particolarmente timido e non accettò di posare a lungo per lo scultore. Canova poté quindi studiarne direttamente soprattutto il volto, mentre per la costruzione del corpo si ispirò a un modello antico.

Da questa combinazione nacque un’immagine giovanile e idealizzata di Amore.

Il giovane dio è raffigurato con l’arco appoggiato a terra, il capo leggermente ruotato di tre quarti e la lunga capigliatura che ricade sulle spalle. Il busto si inclina verso il tronco dell’albero che funge da sostegno alla figura.

È un’opera nella quale il ritratto individuale si fonde dunque con l’ideale classico tanto caro a Canova.

foto credit @museocanova
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L’Amorino arrivò a Possagno mutilato

La vicenda dell’opera, però, è stata tutt’altro che semplice. Quando l’Amorino arrivò a Possagno, il modello in gesso era privo della testa e del busto. Una lacuna enorme, che impediva di restituire alla scultura la sua leggibilità originaria.

Nel 2013 fu avviato un importante progetto di ricostruzione, realizzato grazie alla collaborazione con il Museo del Castello Lubomirski di Łańcut, in Polonia, dove è conservato il marmo originale dell’opera.

La scansione 3D ha ricostruito ciò che mancava

Il marmo conservato a Łańcut venne sottoposto a scansione tridimensionale. Da quella scansione fu possibile ottenere un modello digitale estremamente fedele delle parti mancanti. Il modello venne quindi utilizzato per realizzare un calco e riprodurre in gesso attraverso la stampa 3D gli elementi necessari a completare la scultura.

foto credit @museocanova
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Le parti ricostruite furono infine assemblate al corpo originale. Un intervento che, già nel 2013, rappresentava un interessante esempio di come le nuove tecnologie potessero entrare nel campo della conservazione del patrimonio storico-artistico senza sostituire il lavoro dello specialista, ma mettendosi al suo servizio.

Poi sono comparsi i primi problemi

Il restauro, però, non si è concluso con la ricostruzione delle parti mancanti.

A distanza di alcuni anni, infatti, sull’Amorino sono comparsi segni di sofferenza.

Piccole fessurazioni sono state individuate soprattutto lungo i margini di contatto fra le parti originali e quelle ricostruite e in prossimità della caviglia.

Sulla superficie sono inoltre comparsi depositi e aloni. Il problema era legato alla presenza di sali solubili rimasti all’interno della struttura cava del modello. Le variazioni dell’umidità hanno favorito la migrazione progressiva di questi sali verso la superficie, contribuendo al degrado di alcune zone del gesso.

Era quindi necessario capire non soltanto dove si trovassero i problemi, ma soprattutto perché si fossero manifestati.

foto credit @museocanova
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Prima del restauro le indagini diagnostiche

Il nuovo intervento è stato quindi preceduto da una campagna di indagini diagnostiche.

Fra le tecniche utilizzate anche la termografia a infrarossi, insieme alle analisi chimiche necessarie per comprendere la natura dei materiali e dei fenomeni di degrado.

Prima di intervenire bisogna è indispensabile conoscere la struttura dell’opera, individuare le criticità e comprendere i meccanismi che stanno provocando il deterioramento.

Solo dopo è possibile stabilire come intervenire senza compromettere la materia originale.

Dieci anni per salvare un’opera fragile

La conclusione dell’intervento rappresenta quindi il punto d’arrivo di una vicenda conservativa durata più di dieci anni. Un percorso iniziato con la ricostruzione delle parti mancanti nel 2013 e proseguito con il monitoraggio dell’opera, la comparsa delle criticità, le nuove indagini diagnostiche e l’intervento di restauro.

L’Amorino diventa così anche un caso di studio particolarmente interessante per comprendere quanto siano delicati i modelli in gesso di Canova.

Dal marmo al gesso, dalla scansione 3D al restauro

La storia dell’Amorino è particolarmente affascinante perché mette in relazione due materiali e due momenti diversi della creazione canoviana.

Da una parte c’è il marmo conservato a Łańcut, preziosa testimonianza dell’opera definitiva. Dall’altra c’è il modello in gesso di Possagno, fragile ma fondamentale per comprendere il processo creativo dello scultore.

E proprio grazie alla tecnologia è stato possibile far dialogare queste due testimonianze.

La scansione tridimensionale del marmo ha permesso di restituire al gesso ciò che il tempo e le vicende della storia gli avevano sottratto. Oggi, dopo un nuovo complesso intervento conservativo, l’Amorino può tornare a essere osservato nella Gypsotheca con una consapevolezza diversa: non soltanto come una splendida figura giovanile scolpita nell’ideale classico di Canova, ma anche come un’opera che porta sulla propria superficie la storia della sua stessa conservazione.

Un’opera fragile che continua a raccontare Canova

Oggi ll’Amorino torna a raccontare non soltanto la bellezza dell’arte di Canova, ma anche la lunga battaglia quotidiana per custodirla per le prossime generazioni.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi da appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Canova: The Restored Amorino Returns to Possagno

After ten years of research, reconstruction, monitoring, and conservation work, Antonio Canova’s Amorino (Little Cupid) is once again on display in its complete form at the Gypsotheca and Antonio Canova Museum in Possagno.

It is a story that speaks to the fragility of plaster models, the complexities of their preservation, and—above all—the increasingly close dialogue between art history, diagnostic analysis, digital technology, and restoration.

The piece is one of the most significant and delicate plaster models in the Possagno collection, housed in the museum built next to the sculptor’s birthplace. It is a museum complex where the memory of Canova’s studio coexists with the spaces of the Gypsotheca, which was expanded in the 20th century by architect Carlo Scarpa.

An Amorino Born from a Boy’s Face

The work’s history began in 1785, when Canova was commissioned by Princess Elzbieta Czartoryska Lubomirska to create a portrait of her young nephew, Henryk.

However, the boy was particularly shy and refused to pose for the sculptor for any length of time. Consequently, Canova was able to study his face directly, while drawing inspiration from an ancient model for the construction of the body.

This combination gave rise to a youthful, idealized image of Cupid.

The young god is depicted with his bow resting on the ground, his head turned slightly to a three-quarter view, and his long hair cascading over his shoulders. His torso leans toward the tree trunk that serves as a support for the figure.

It is a work in which individual portraiture merges with the classical ideal so cherished by Canova.

The Amorino Arrived in Possagno Mutilated

The history of the piece, however, was anything but straightforward. When the Amorino arrived in Possagno, the plaster model was missing its head and torso. A massive gap that prevented the sculpture from regaining its original legibility.

In 2013, a major reconstruction project was launched, made possible through collaboration with the Lubomirski Castle Museum in Łańcut, Poland, where the original marble piece is housed.

3D scanning reconstructed the missing parts

The marble piece held in Łańcut underwent 3D scanning. This scan made it possible to create an extremely accurate digital model of the missing sections. The model was then used to create a mold and—via 3D printing—reproduce the plaster elements needed to complete the sculpture.

Finally, the reconstructed parts were assembled onto the original body. This intervention, even back in 2013, served as an interesting example of how new technologies could enter the field of historical-artistic heritage conservation: not by replacing the specialist’s work, but by serving it.

Then, the first problems appeared

However, the restoration did not end with the reconstruction of the missing parts.

In fact, a few years later, signs of deterioration began to appear on the Amorino (Little Cupid).

Small cracks were detected, particularly along the contact edges between the original and reconstructed parts, as well as near the ankle.

Deposits and staining also appeared on the surface. The issue stemmed from the presence of soluble salts remaining inside the model’s hollow structure. Fluctuations in humidity caused these salts to gradually migrate toward the surface, contributing to the degradation of certain areas of the plaster.

It was therefore necessary to understand not only where the problems were located but, above all, why they had emerged.

Diagnostic investigations prior to restoration

The new intervention was consequently preceded by a campaign of diagnostic investigations.

Techniques employed included infrared thermography, alongside the chemical analyses required to understand the nature of the materials and the degradation processes involved. Before taking action, it is essential to understand the structure of the work, identify critical issues, and grasp the mechanisms causing its deterioration.

Only then is it possible to determine the appropriate intervention without compromising the original material.

Ten years to save a fragile work

The completion of the project thus marks the culmination of a conservation process spanning more than a decade. It was a journey that began with the reconstruction of missing parts in 2013 and continued with monitoring the work, the emergence of critical issues, new diagnostic analyses, and the actual restoration.

The Amorino thus serves as a particularly interesting case study for understanding just how delicate Canova’s plaster models are.

From marble to plaster, from 3D scanning to restoration

The story of the Amorino is particularly fascinating because it links two materials and two distinct stages of Canova’s creative process.

On one hand, there is the marble version housed in Łańcut—a precious testament to the definitive work. On the other hand, there is the plaster model from Possagno—fragile, yet essential for understanding the sculptor’s creative process.

It is precisely thanks to technology that a dialogue between these two pieces has been made possible.

3D scanning of the marble version has allowed the plaster cast to regain what time and the vicissitudes of history had taken away from it. Today, following a complex new conservation project, the Amorino can once again be viewed in the Gypsotheca with a new perspective: not merely as a splendid youthful figure sculpted according to Canova’s classical ideal, but also as a work that bears the history of its own preservation upon its surface.

A fragile work that continues to tell Canova’s story

Today, the Amorino once again speaks not only of the beauty of Canova’s art but also of the long, daily battle to safeguard it for future generations.

For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell until the next post—see you there and on social media.

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