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18 Febbraio 1564: ottantanove anni per dire al mondo addio

Era un 18 febbraio come oggi quando Nostro Signore mi chiamò al suo cospetto.

Dopo nemmeno un mese avrei compiuto ottantanove anni ma pazienza, morii con qualche settimana d’anticipo a ottantotto anni, undici mesi e quindici giorni.

Ero a casa mia a Macel de’ Corvi, circondato dai miei collaboratori e dagli amici più cari che si preoccupavano per la mia salute.

Pochi giorni prima, il 14 febbraio del 1564, furono in diversi a scrivere al mi nipote Lionardo a Firenze affinché si partisse presto per venirmi a vedere prima che lasciassi questa terra.

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Daniele Ricciarelli, Tiberio Calcagni e Leoni Diomede presero carta e penna per riferire a Lionardo che stavo poco bene. Erano gli ultimi giorni quelli, non era difficile intuirlo a chi mi stava vicino.

Vi riporto la lettera che scrisse al mi nipote Tiberio Calcagni:

Roma, 14 Febbraio 1564

Molto magnifico m. Lionardo, io non vi ho mai scritto per non mi si esser porta la occasione, e la che mi si porge ora non è però di molta importanza. Pure non ho voluto manchare di avisarlavi.

Questo è perché, andando per Roma oggi, mi è stato detto da molti che messer Michelang(nio)lo stava male. Sono ito subbito da lui; et con tutto che piovessi, lo ho trovato fuori di casa a piede. Qual[e] visto, li dissi che non mi pareva a proposito andar lui, a questi tempi, fuori. ‘Che vòi tu ch’io facci ? Io sto male e non trovo quiete in luogo alcuno’. E mai più, con lo svariar delle parole e con la cera, mi ha fatto temer della sua vita, se non hora; e ne dubito forte che la non manchi fra poco.

Però non si deve dispera[r] della grati a divina, la quale per Sua pietà ce lo conceda ancor per qualche poco. E di qui incorrerei in conforti quali più tosto si convengono di voi verso di me, che di più età e sapere siate che io non sono. Basta che mi sarà carissimo altra modo che questa mia non sia imbasciatrice di mala novella. Però che io bene non ne farò, pure, tutto quello sucederà alla giornata, giusto la promessa farò dico di avisarlovi, andandoci perciò più spesso, perché da non so chi io non sia molto bene visto dico de’ sua là sù; da lui sì, per sua gratia.

Né altro. Manderò le mia ordinarie in Francesco Baldesi merciaio alle Colombe, ho vero alla Posta, condannate. E con questo resto vos(trissi)mo, confortandola a ralegrarsi et allo haver pacienzia secondo quello seguirà. Di Roma, alli dì 14 di febraro, alle 24 hore, dico perché ci è chi dice ch’egli è morto, et io lo ò lassato hora et acompag(nia)to a casa. Però io temo.

Tutto vostro Tiberio Calcagni scultore. Scrivendo, possete dar le lettere al detto Baldese. Al molto magnifico m. Lionardo Buonaruoti mio osservandissimo. A Fiorenza.

michelangelo
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Tre giorni dopo aver inviato a Firenze questa lettera, il Calcagni scrive di nuovo a Lionardo con grande apprensione: ero alla fine dei miei giorni. Sarei morto il giorno dopo….

Roma, 17 Febbraio del 1564

Molto magnifico m. Lionardo, io ho scritto per altra via a lungo. Questa sarà solo per dirvi che sollecitiate la venuta vostra quanto possete, ancor che ‘l tempo non lo comporti, atteso che ‘l vostro m. Michelag(nio)lo vorrà lassarci da vero, et arà pure questa sodisfatione di più. Né altro. Di Roma, alli 17 di febraro 1564.

Metionatissimo servitore Tiberio Calcagni. Al molto magnifico m. Lionardo Buonaroti mio osservandissimo. A Fiorenza o dove fussi. Di porto uno giulio.

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Lionardo s’era affrettato a venire verso Roma ma quando arrivò già aro morto allietato dalla presenza di anime care fra le quali non poteva mancare il mio adorato Tommaso de’ Cavalieri.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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