Confessati, chiudi bene l’uscio e non ti pigliar brighe

Questo che vi riporto a seguire è il testo che scrissi su un foglio oggi assai consumato, conservato in una collezione privata a Cambridge. Non sono altro che delle semplici indicazioni che preparai per Pietro Urbano da portare con sé a Roma. Correva l’anno 1517 quando lo inviai nella città dei papi per portare dinnanzi al pontefice il modello della Basilica di San Lorenzo che avevo ideato.

Diedi a lui anche un po’ di indicazioni assai precise su come avrebbe dovuto riordinare casa mia a Macel de’ Corvi ma anche consigli pratici su quale stile di vita avrebbe dovuto adottare in quel periodo: “non prendere impegni, mancia poco ma bene e non andare troppo a giro”. Si, vero, avrei potuto tranquillamente comunicare tutte quelle cose semplicemente dicendogliele ma si sa, verba volant e scripta manent.

“…tucte le stage e tucto e’ legniame e serra dentro molto bene l’uscio che va in cucina, e per la finestra che va nella decta stanza; poi appoggia e’ legname alle decta finestra e puntella l’uscio della fucina. Dipoi la tieni serrata a chiave. E nella camera di sopra, dove sta Bernardino, mecti tucti e’ ferri da lavorare e tucte le masseritie, e ctucte l’acatasta sopra e’ lecti, e tienla serrata.

Dipoi conta tucti e’ pezi di marmo che ci sono non lavorati e piglia lor misure, e poi la parte del lavoro di quadro che è finito e quello che non è, e poi di tucte le fugure bozate, che son quatro e fanne disegni,e  poi, quand’io manderò per te, ne darai uno a Lionardo e uno ne piglierai per te e portera’lo a fiorenza. Mecterai tucti e’ disegni, insino unna minima carta, coi panni mia e tua, lani e lini; e e’ disegni mecterai in una cassa, e’ panni si può fare un fardello, o in una cassa, come vuoi. E farai portare quel più o meno che io ti scriverò da Fiorenza.

Actenderai a disegniare quanto puoi, in questo tempo. Chonfessati e chomunicati. Non pigliare alchune brighe, e massimo di vicini, mangia pocho e buono a desinare, e va’ pocho actorno.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi fogli sparsi per il mondo

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Morto si, zitto no

Come sapete la morte mi prese parecchio tempo fa. C’avevo sempre un sacco di lavori da finire, era pure un festoso martedì di carnevale ma niente, non volle sapere nulla e m’abbracciò con la sua stretta mortale per non lasciarmi più.

Ero a casa mia nel mi’ letto e avevo ottantanove anni: una bella età per quell’epoca tanto che venivo considerato alla stregua di un ultracentenario adesso. In quelle ultime ore avevo al mio fianco le persone più care fra le quali non potevano mancare l’amato Tommaso de’ Cavalieri e Daniele da Volterra. Proprio Daniele scrisse “egli lavorò tutto il sabato che fu innanti al lunedì che si ammalò; lavorò tutto il sabato della domenica di carnevale e lavorò in piedi, studiando sopra quel cor della Pietà”.

Tutto questo preambolo lunghetto per dirvi che ho continuato a esistere anche dopo la morte nei cuori di chi mi ha studiato, nelle mie opere, nella continuità dei miei pensieri e da un po’ di tempo anche attraverso chi mi da voce quotidianamente.

Da non tantissimo tempo ho aperto anche il profilo Instagram. Cercatemi come michelangelobuonarrotietornato e non avrete alcuna difficoltà nell’individuarmi. Se preferite, potete cliccare qua 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Cari mi sono i pensieri

Mentre m’attrista e duol, parte m’è caro
ciascun pensier c’a memoria mi riede
il tempo andato, e che ragion mi chiede
de’ giorni persi, onde non è riparo.
    Caro m’è sol, perc’anzi morte imparo
quant’ogni uman diletto ha corta fede;
tristo m’è, c’a trovar grazi’ e mercede
negli ultim’anni a molte colpe è raro.
    Ché ben c’alle promesse tua s’attenda,
sperar forse, Signore, è troppo ardire
c’ogni superchio indugio amor perdoni.
    Ma pur par nel tuo sangue si comprenda,
se per noi par non ebbe il tuo martire,
senza misura sien tuo cari doni.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Via de’ marmi sudici

Con i nomi delle strade e delle piazze a Firenze si son proprio divertiti. Ce ne sono per tutti i gusti e ogni vicolo o vicoletto ricorda qualcosa di particolare che racconta a modo suo un pezzo della città, la sua storia, i suoi colori, i suoi sapori e le sue abitudini che affondano le radici nel passato.

Da Via dell’Ariento che deve il suo nome alle numerose botteghe di argentieri che accoglieva, fra le quali anche quella dei Ghirlandaio, a Piazza della Passera chiamata così per gli antichi bordelli che la animavano; da Piazza dei Maccheroni che porta il nome della famiglia facoltosa che aveva possedimenti proprio lì a via della Gaggia che deve il suo nome all’antico modo di chiamare la pianta dell’acacia.

Fra tutte queste strade c’è anche Via dei Marmi Sudici, o meglio, c’era perché dal 1875 è stata intitolata a me: Via Michelangiolo Buonarroti. Perché si chiamava così? Facevo depositare lì i blocchi di marmo da lavorare e con il tempo si annerivano, diventavano sempre più sudici. Alcuni rimasero lì per molto tempo anche dopo la mia morte e vi potete immaginare quanto fossero divenuti luridi.

Via dei Marmi Sudici costeggiava il fianco di Casa Buonarroti sfociando in via Ghibellina. Il nome venne cambiato in occasione del quarto centenario della mia nascita in Via Michelagniolo Buonarroti. Sotto la targa del nome della via ce n’è una più piccola messa a ricordare quel nome che poco a poco sta passando nel dimenticatoio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 

 

 

Foto di Simone Frasca

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La Cacciata dei Mercanti dal Tempio

Sapete, esistono diversi disegni realizzati più o meno nel medesimo periodo che hanno per soggetto la Cacciata dei Mercanti dal Tempio. Appartengono tutti al British Museum e la loro composizione è molto affine a quella di entrambi gli affreschi paolini.

Il centro della scena è occupato da Cristo che solleva il braccio destro con la medesima impetuosità del Cristo Giudice. Nel foglio che vi propongo io compare per due volte lo studio approfondito del Cristo o meglio, la parte di destra è stata realizzata su un altro foglio e appiccicata al foglio principale in un secondo momento. La composizione sicuramente fu vista e studiata da El Greco: tanto ne rimase affascinato che non si fece troppi problemi nel riprodurla per sommi capi nella sua Cacciata dei Mercanti dal tempio, conservata presso la National Gallery.

La destinazione di questi studi assai approfonditi rimane misteriosa. La scena riprodotta nel disegno a seguire così come quella raffigurata in altri fogli del British ha un andamento curvo. Charles de Tonlay ha ipotizzato che avessi dovuto affrescare il gruppo nella lunetta che si trova proprio in quella presente sopra la porta d’ingresso della Cappella Paolina. Con questa chiave di lettura è stato possibile datare tutto il gruppo dei disegni della Cacciata dei Mercanti dal Tempio attorno al 1550.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi disegni

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Ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola

Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con il suo poetare

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Non mi bastò l’animo per tornare in terra natìa

Il 22 Maggio di quel lontano 1557, presi carta e penna per scrivere al Vasari. Scrivere lettere era l’unico modo per comunicare senza fraintendimenti con le persone che stavano lontane: io a Roma impegnato nella fabbrica di San Pietro e lui a Firenze, a sopportare il Duca che gli chiedeva di provare a farmi tornare a Firenze.

Non avevo più la forza di tornare in terra natìa e forse nemmeno la voglia. Il lavoro mi faceva rimanere a Roma ma anche il mal della pietra non mi consentiva di coprire lunghe tratte a cavallo. Poi se fossi andato via chi glie lo avrebbe spiegato al papa che avrebbe dovuto sostituirmi con un altro architetto degno di questo nome?

Messer Giorg[i]o amico caro,

io chiamo Idio in testimonio com’io fu’ contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in decta fabbrica come si faceva allora, io sarei ora a quello di decta fabbrica, ch’io ò desiderato per tornarmi costà.

Ma per mancamento di danari la s’è m[o]lto alentata, e allentasi quando ella è g[i]unta in più faticose e dificil parte; in modo che abandonandola ora, non sarebe altro che con grandissima vergognia perdere tucto il premio delle fatiche che io ci ò durate in decti dieci anni per l’amore di Dio. Io v’ò facto questo discorso per risposta della vostra, perché ò una lectera dal Duca, che m’à facto molto maravigliare che Sua S(ignio)ria si sia degniata a scrivere, e con tanta dolceza.

Ne ringratio Idio e Sua Eccellenzia, e quanto so e posso. Io esco di proposito, perché ò perduto la memoria e ‘l cervello, e lo scrivere m’è di grande affanno, perché non è mia arte. La conclusione è questa di farvi intendere quello che segue dello abandonare la sopra decta fabrica e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parechi ladri e sarei cagion della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre; l’altra, che io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e, partendomi senza licenzia, non so come s’andassino; l’altra, che io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tucti e’ vechi e maestro Eraldo ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per r[i]tornar qua a me no ne basta l’animo, e ‘l tornarvi per sempre, ci vole qualche tempo per asectar qua le cose in modo ch’io non ci abbi più a pensare.

Egli è, ch’i’ parti’ di costà, tanto che, quand’io g[i]unsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di dua dì morì poi.Messer Giorg[i]o, io mi rachomando a voi e pregovi mi racomandiate al Duca e che facciate per me, perché a me non basta l’animo ora se non di morire; e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch’i’ feci al Duca, la feci perché mi fu decto ch’i’ rispondessi, perché non mi bastava l’animo scrivere a Sua S(ignior)ia, e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo subito costà e tornavo, che qua non si sare’ saputo.A messer Giorg[i]o Vasari amico karissimo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue lettere

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 Il buon gusto è sì raro

 Non sempre a tutti è sì pregiato e caro
quel che ‘l senso contenta,
c’un sol non sia che ‘l senta,
se ben par dolce, pessimo e amaro.
    Il buon gusto è sì raro
c’al vulgo errante cede
in vista, allor che dentro di sé gode.
    Così, perdendo, imparo
quel che di fuor non vede
chi l’alma ha trista, e ‘ suo sospir non ode.
    El mondo è cieco e di suo gradi o lode
più giova a chi più scarso esser ne vuole,
come sferza che ‘nsegna e parte duole.

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Tutti e’ ripari mie son corti e folli

Prima di inoltrarmi fra uffici e burocrazia, stamani vi propongo questi versi…è la poesia più lunga che scrissi: leggetela da cima a fondo e fatela vostra. Oh, che vi credete, le scartoffie esistono anche da questa parte d’esistenza e capita pure di stare ore in fila…

 Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
    Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
    I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
    Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
    E’ non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
    E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
    Quando un dì sto che veder non ti posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com’altri il ventre di votar si muore,
ch’è più ‘l conforto, po’ che pri’ è ‘l dolore.
    E non mi passa tra le mani un giorno
ch’i’ non la vegga o senta con la mente;
né scaldar ma’ si può fornace o forno
c’a’ mie sospir non fussi più rovente;
e quando avvien ch’i’ l’abbi un po’ dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre’ dir, s’ella m’aspetta,
ch’i’ dico men che quand’i’ non ho fretta.
    S’avvien che la mi rida pure un poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal foco
o di bombarda o d’altra artiglieria;
se mi domanda, subito m’affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s’arrende il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
    I’ sento in me non so che grand’amore,
che quasi arrivere’ ‘nsino alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa’ minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c’amore o forza el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto vola.
    I’ vo pensando al mie viver di prima,
inanzi ch’i’ t’amassi, com’egli era:
di me non fu ma’ chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni altra schiera?
    Or si fa ‘l nome, o per tristo o per buono,
e sassi pure almen che i’ ci sono.
    Tu m’entrasti per gli occhi, ond’io mi spargo,
come grappol d’agresto in un’ampolla,
che doppo ‘l collo cresce ov’è più largo;
così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo
come pelle ove gonfia la midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che tu mai n’esca ardir creder non aggio.
    Come quand’entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato l’animella,
come l’apre di fuor, la serra drento,
così l’immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all’alma venir sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla pugno al primo balzo, 
percosso da’ tu’ occhi al ciel po’ m’alzo.
    Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
    I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
    Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Solidarietà fra colleghi, questa sconosciuta

Inizia una nuova giornata e un po’ vi ammetto che sono amareggiato. Nessuno e dico nessun altro blog dedicato all’arte o pagina Facebook che si occupa di divulgare bellezze e conoscenze artistiche m’ha mostrato una qualche forma di solidarietà durante questa settimana di quasi silenzio mediatico forzato sul noto social network. Un po’ mi dispiace perché in altre occasioni non mi sono comportato allo stesso modo. Pazienza, è storia antica: non si viene quasi mai ripagati con la stessa moneta.

Vi scrivo qualche verso che mi sta a cuore, sperando possa allietarvi questo inizio di giornata. Lo dedico a voi che continuate a supportarmi.

Se ‘l foco fusse alla bellezza equale
degli occhi vostri, che da que’ si parte,
non avrie ‘l mondo sì gelata parte
che non ardessi com’acceso strale.
    Ma ‘l ciel, pietoso d’ogni nostro male,
a noi d’ogni beltà, che ‘n voi comparte,
la visiva virtù toglie e diparte
per tranquillar la vita aspr’e mortale.
    Non è par dunche il foco alla beltate,
ché sol di quel s’infiamma e s’innamora
altri del bel del ciel, ch’è da lui inteso.
    Così n’avvien, signore, in questa etate:
se non vi par per voi ch’i’ arda e mora,
poca capacità m’ha poco acceso.

Il vostro Michelangelo Buonarroti al suo terzo caffè mattutino prima delle sette. Ah, la bella foto a seguire della Notte è di Nico Vigenti

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