Da vivo avrei permesso la pubblicazione dei miei versi?

Tanto si è discusso e dibattuto sulle mie poesie, sulla loro interpretazione e ancor di più sulla questione della pubblicazione. Solo pochi miei contemporanei ebbero la sorte di poter leggere quei versi tanto appassionati quanto tormentati. Fu il mi’ nipote omonimo a pubblicarle nel 1623 dopo aver effettuato non una semplice revisione ma, in alcuni casi, una riscrittura utile solo per modificarne radicalmente il significato.

Fra la fine del 1545 e il novembre del successivo anno, mentre ero impegnato con gli affreschi della Paolina, ebbi la voglia di rendere pubbliche tutte le poesie mie. Se questo impulso fosse nato proprio da un desiderio mio oppure fossi stato spinto da qualcun altro non è dato sapere. Fatto sta che sul mio scrittoio c’erano due manoscritti contenenti entrambi sia carte autografe che fogli trascritti da Luigi del Riccio e Donato Giannotti.

Probabilmente i due stavano cercando di mettere in ordine i versi miei per darli poi alle stampe. Cos’è successo dopo? Perché il progetto non andò a buon fine? Ci sono diverse ipotesi che circolano e sono tutte abbastanza plausibili.

Scriversi versi equivale a mettersi a nudo e forse nudo non avevo alcuna intenzione di stare dinnanzi a persone che nemmeno conoscevo. Pensando e ripensandoci sopra forse rpeferii tenerli per me quei versi.

“Io vi prego e scongiuro, per la vera amicizia che è tra nnoi, che non mi pare, che voi facciate guastare quella stampa e abruciare quelle che sono stampate; e che se voi fate boctega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se fate di me mille pezzi, io ne farò altrectanta, non di voi, ma delle vostre cose” scrissi in una lettera indirizzata a Luigi del Riccio proprio nel periodo in cui probabilmente stava lavorando al canzoniere mio.

Pochi anni dopo anche il Condivi, nella mia biografia, scrive di una prossima pubblicazione di versi e madrigali raccolti da lui stesso peraltro mai editi. Della raccolta del Condivi non s’è trovato traccia alcuna in tempi moderni: “spero tra poco tempo dar fuore alcuni suoi sonetti e madrigali, quali io con lungo tempo ho raccolto sì da lui da altri, e questo per dar saggio al mondo, quanto ne l’invenzione vaglia e quanti bei concetti naschino da quel divino spirito”.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta instillandovi un dubbio: avrei mai permesso la pubblicazione delle mie poesie quando ancora ero in vita?

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