Vergine, sibilla e profeta

Questa che vi propongo oggi è una lettera che scrissi a Salvestro da Montauto affinché pagasse a Raffaello da Montelupo cinquanta scudi. Era la sua paga per aver scolpito la Vergine con il bambino, il profeta e la sibilla per la Tomba di Giulio II. Il Montelupo non riuscì a portare a termine le tre opere perché si ammalò e vennero poi ultimate da altri.

Roma 25 gennaio 1545

Magnifici messer Salvestro da Monteauto e compagni di Roma per l’adrieto, e per loro Antonio Covoni e compagni. Sarete contenti pagare a Raffaello da Monte Lupo scultore scudi cinquanta di moneta a g[i]uli dieci per iscudo, che sono per ogni resto di quello potessi adomandare per factura delle tre statue di marmo facte e messe a Santo Pietro in Vincola nella sepultura di papa Iulio cioè, per una Nostra Donna col pucto in braccio e una Sibilla e un Profeta; delle quali secondo le conventione resterebbe avere scudi cento sectanta; ma perché, per essere stato malato e non aver possuto e aver facto lavorare a altri, siamo convenuti d’achordo darli questi scudi cinquanta per ogni resto che di così piglierete la quitanza, ponendogli a conto degli scudi cento sectanta che vi restano in deposito per decto conto.

Da Roma, alli venti cinque di gennaro 1545, a Nativitate.Vostro Michelagniolo Buonarroti di man propia.

Vista per me Hieronimo Tiranno, oratore ducale d’Urbino, et approvata in quanto li detti cinquanta scudi gli siano debiti secondo il tenore del contratto fatto con detto messer Raphaello per mano del Cappello, et non altrimenti né per altro modo. Dato come di sopra, alli 27 di gennaio 1545.Il medesimo Hieronimo Tiranno.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Restaurato Lo Sguardo di Michelangelo di Antonioni

A distanza di dieci anni dalla morte del regista omonimo mio Michelangelo Antonioni, è stato avviato un importante progetto di restauro che coinvolge tutte le sue pellicole. L’Istituto Luce Cinecittà con la collaborazione del Gioco del Lotto hanno da qualche giorno presentato il restauro e la digitalizzazione de “Lo Sguardo di Michelangelo” ovvero il documentario girato dal grande regista nel 2004 che ha per protagonista soprattutto il Mosè e in parte le altre sculture e i fregi che decorano la Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli.

Da venerdì 6 ottobre fino a ieri (10 ottobre) il cortometraggio appena restaurato è stato proiettato gratuitamente a ciclo continuo sia la mattina che il pomeriggio proprio all’interno della Basilica. Sapete, questo lavoro di Antonioni fu presentato per la prima volta al Festival di Cannes nel 2004 e venne definito dalla maggioranza dei critici presenti come l’opera più bella di tutto il festival.

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La conversione in digitale è stata realizzata adoperando i negativi originali di scena e di suono. Le immagini sono state sottoposte a una scansione a elevata risoluzione e, dopo essere state stabilizzate sono state pulite in maniera digitale eliminando tutti quei segni del tempo che si erano creati come spuntinature, righe e visibili segni di giunte. Mediante la pulizia digitale del suono sono stati notevolmente ridotti i rumori di fondo provocati dall’usura.

Vi propongo a seguire “Lo sguardo di Michelangelo”…il documentario che già dal titolo gioca con l’omonimia mia e del regista. Buona visione…ah, il video non è quello dopo restauro ma è semplicemente quello che sono riuscito a scovare in rete. Buona visione. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi augura un buon inizio di giornata.

La mia ultima lettera

L’ultima lettera che scrissi di mano mia fu quella indirizzata al mio caro nipote Lionardo, recante la data del 28 gennaio del 1563. In quelle poche righe lo ringraziai per avermi mandato dei formaggi di sua senza che glie li avessi richiesti: in fondo aveva un buon cuore quel ragazzo. Stringere una penna fra le dita per scrivere con una grafia decifrabile era diventato faticoso. Mi destreggiavo meglio con martello e scalpello che con la scrittura alla fine del corso della vita mia. Gli acciacchi aumentavano giorno dopo giorno, se non di numero di intensità.

Lionardo ricevette successivamente poi un’altra carta ma che scrisse Daniele da Volterra: io solo misi la firma in calce. Daniele la scrisse solo quattro giorni prima che morissi pregando il mnipote mio di venir presto al mio capezzale prima che fosse troppo tardi. E in effetti Lionardo arrivò a Roma solo poco dopo che me ne ero andato io.

Roma, 28 Gennaio 1563

Lionardo, ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni te ne ringratio, rallegrandomi del vostro buon essere, e ‘l simile è di me. E avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato perché la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io soctoscriverò. Altro non m’achade.Di Roma, a dì 28 di dicembre 1563.Io Michelagniolo Buonarroti.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

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La grazia zoppa

Perch’è troppo molesta,
ancor che dolce sia,
quella mercé che l’alma legar suole,
mie libertà di questa
vostr’alta cortesia
più che d’un furto si lamenta e duole.
    E com’occhio nel sole
disgrega suo virtù ch’esser dovrebbe
di maggior luce, s’a veder ne sprona,
così ‘l desir non vuole
zoppa la grazia in me, che da vo’ crebbe.
    Ché ‘l poco al troppo spesso s’abbandona,
né questo a quel perdona:
c’amor vuol sol gli amici, onde son rari
di fortuna e virtù simili e pari.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che vi saluta per il momento proponendovi un bellissimo scatto di Christian Maidana

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Un po’ di suprema bellezza

Domani, salvo imprevisti, potrò tornare a pubblicare regolarmente i miei post e le foto anche su Facebook a partire dalle nove del mattino o giù di lì. Nell’attesa vi propongo questa bellissimo scatto di Aurelio Amendola della Vergine.

Il vostro Michelangelo Buonarroti, della bellezza mai stanco.

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Mai prestare qualcosa agli sconosciuti: meglio regalare

Se avete intenzione di prestare qualcosa che vi sta a cuore a uno sconosciuto mettete in conto in fin da subito che forse non lo riavrete mai più. Parlo per esperienza personale: si narra che fossi tirchio però prestavo denaro e non certo a scopo di strozzinaggio, sostentavo tutta la famiglia mia e ai miei garzoni regalavo continuamente cose. Feci anche la dote alla figliola di un pover’uomo donandogli i canapi che erano serviti per allestire il laborioso e poco sicuro ponteggio del Bramante ma questa è un’altra storia che vi racconterò in un’altra occasione.

Vi ho fatto questo preambolo prima di mostrarvi la lettera che scrissi al Capitano di Custodia il 30 aprile del 1518 per fargli presente la situazione e affinché intervenisse in questa faccenda facendomi riavere i miei quattrini.

In pratica un pittore che si sentiva poco apprezzato per il suo lavoro (e una ragione ci sarà pure stata se oggi quasi nessuno si ricorda di lui), Luca da Cortona, venne in quel di Roma durante il primo anno del pontificato di papa Leone X. Venne da me e fra un discorso e l’altro mi chiese 40 Giuli.

Non contento, un po’ di tempo dopo, venne a farmi visita in casa mia a Macel de’ Corvi mentre stavo lavorando allo Schiavo Ribelle e volle altri soldi. Gli diedi pure quelli ma poi non me li rese mai ma ci teneva al suo apparente onore: andava declamando ai quattro venti che mi aveva ridato fino all’ultimo centesimo. Che bugiardo. Oltre al danno anche la beffa. Durante la sua ultima visita non stavo bene e faticavo a lavorare tutto acciaccato com’ero. Luca da Cortona mi guardò sorridendo e mi disse “Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo a pigliarti le braccia e t’aiuteranno”...s’avessi saputo prima di che pasta era fatto, col piffero che gl’avrei prestato quei soldi.

Firenze 30 aprile del 1518

S(ignor)e Chapitano, send’io a rRoma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Lucha da Chortona pictore, e rischontrandolo un dì a presso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere no’ mi richordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliata la testa per amore della casa de’ Medici, e che gli parea, chome dire?, non essere richonosciuto; e dissemi altre simil cose che io non mi richordo. E sopra a questi ragionamenti mi richiese di quaranta iuli e mostròmi dov’io gniene avevo a mandare, cioè in bocte[ga] d’uno che fa lle scharpe, dov’io credo che lui si tornava.

E io, non avendo danari a chanto, m’ero oferto di mandargniene, e così feci. Subito che io fui a chasa, io gli mandai e’ decti quaranta g[i]uli per uno mio garzone che si chiama o vero à nnome Silvio, el quale credo che sia oggi in Roma. Dipoi, forse non riusciendo al decto maestro Lucha el suo disegnio, passati alquanti giorni venne a chasa mia dal Macello de’ Chorvi, nella casa che io tengo anchora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo ricta, alta quatro braccia, che à le mani drieto, e do[l]fesi mecho e richiesemi d’altri quaranta g[i]uli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in chamera e porta’gli quaranta g[i]uli, presente una fante bologniese che stava mecho, e anche credo che e’ v’era el sopra decto garzone che gli aveva portati gli altri; e preso ‘decti danari, s’andò chon Dio.

Non l’ò ma’ poi rivisto. Ma send’io allora mal sano, inanzi che decto maestro Lucha si partissi di chasa mi dolfi seco del non potere lavorare, e llui mi disse ‘Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da ccielo [a pi]gliarti le braccia e t’aiuteranno’. Questo vi scrivo io perché, [se le] decte cose fussino riplichate a decto maestro Lucha […], se ne richorderebe e non direbbe avermegli renduti, [chome la Vo]stra S(ignori)a schrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi s[chrivete] anchora che credete che e’ me gli abi renduti.

Questo non è [vero, a meno] che io sia uno grandissimo ribaldo, e chosì sarebe [se io cerchassi] di riavere quello che io avessi riavuto. Ma lla Vo[stra Signoria …] ciò che lla vuole; io gli ò a rriavere, e chosì g[i]uro. S[e la Vostra Signoria …] fare ragione, lo può fare, quanto che no. A s[…] Chapitano.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Le armi senza le quali un uomo diventa nulla

Sie pur, fuor di mie propie, c’ogni altr’arme
difender par ogni mie cara cosa;
altra spada, altra lancia e altro scudo
fuor delle propie forze non son nulla,
tant’è la trista usanza, che m’ha tolta
la grazia che ‘l ciel piove in ogni loco.
Qual vecchio serpe per istretto loco
passar poss’io, lasciando le vecchie arme,
e dal costume rinnovata e tolta
sie l’alma in vita e d’ogni umana cosa,
coprendo sé con più sicuro scudo,
ché tutto el mondo a morte è men che nulla.
Amore, i’ sento già di me far nulla;
natura del peccat’ è ‘n ogni loco.
Spoglia di me me stesso, e col tuo scudo,
colla pietra e tuo vere e dolci arme,
difendimi da me, c’ogni altra cosa
è come non istata, in brieve tolta.
Mentre c’al corpo l’alma non è tolta,
Signor, che l’universo puo’ far nulla,
fattor, governator, re d’ogni cosa,
poco ti fie aver dentr’a me loco;
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
che d’ogn’ uomo veril son le vere arme,
senza le quali ogn’ uom diventa nulla.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La storia della copia più fotografata del David

Correva l’anno 1873 quando venne deciso di trasportare il David dall’arengario di Palazzo Vecchio fino alla Galleria dell’Accademia. Troppi secoli di esposizione agli agenti atmosferici e un restauro temerario eseguito dal Costoli, stavano mettendo a dura prova la resistenza del gigante di marmo. Fu necessario dunque metterlo al riparo da ulteriori danni, sistemandolo all’interno del nuovo spazio progettato da De Fabris che in quel periodo ancora era in costruzione.

L’amministrazione comunale di quel periodo, avrebbe voluto riempire il vuoto lasciato dal David con la copia in bronzo fusa nel 1866 da Clemente Papi. I fiorentini però non ne vollero sapere di quell’opera: il nuovo David doveva essere uguale in tutto e per tutto all’originale.

Agli inizi del ‘900, a cavallo fra la amministrazione di Filippo Sangiorgi e Filippo Corsini da Filicaja, venne indetto un concorso pubblico: il vincitore avrebbe realizzato una copia identica al mio David. Luigi Arrighetti, scultore di Sesto Fiorentino, si aggiudicò il bando e nel 1910 finalmente quel posto vacante da decenni venne di nuovo occupato dal gigante di marmo.

Chissà se tutti quelli che quotidianamente si scattano foto sotto la copia di Arrighetti sappiano chi l’ha scolpita…lo dubito fortemente.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La mia grafia sul marmo

Sogliono gli scultori nel fare le statue di marmo, nel principio loro abbozzare le figure con le subbie- che sono una specie di ferri da loro così nominati, i quali sono appuntati e grossi, e andare levando e subbiando grossamente il loro sasso; e poi con altri ferri, detti calcagnuoli, ch’anno una tacca in mezzo e sono corti, andare quella ritondando per fino ch’eglino venghino a un ferro piano più sottile del calcagnuolo, che ha due tacche, et è chiamato gradina“. Così scriveva il Vasari qualche annetto fa.

Se dovessi indicare lo strumento di lavoro che meglio degli altri identifichi tutta la mia opera scultorea, sceglierei la gradina. Sulle mie opere non finite ma anche nelle zone meno visibili di quelle finite, ancora sono ben evidenti i segni lasciati dalle gradine che adoperavo con padronanza e con un controllo assoluto.

Usavo la gradina fino alla pelle delle sculture disdegnando l’uso della raspa per rifinire dettagli come invece facevano e fanno quasi tutti gli altri scultori. Forcellino, nell’ultimo restauro condotto sulla Tomba di Giulio II, è riuscito a decifrare la mia grafia sul marmo ovvero il mio modo di scolpire lasciando tracce visibili sul marmo. Tenendo il martello nella sinistra davo colpi ben ponderati sullo strumento di metallo, trascinandoli poi per una decina di centimetri lasciando segni tanto regolari da sembrare essere fatti a macchina. Riuscivo anche a lavorare nelle zone curve senza mai interrompere la corsa dello scalpello, come per esempio nella parte del gomito del Mosè.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e la sua grafia

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My unique technique on the marble

Vasari wrote this about sculptors: “Sculptors are given the arduous duty to make marble statues, to start off they sketch the figures on the marble with a subbia – which is a kind of steel device which is sharp and thick, and allows a sculptor to remove big parts of the marble; Then with other chisels called “calcagnuoli” which is short and has a notch in the middle.  Then the last one which rounds off the edges and has two notches and is called a “gradina”. ”

If I had to choose the tool that best identifies all my sculptural work, I would choose the “gradina”. On my unfinished works and also in the less visible sides of the finished ones, there are clear marks left by the “gradina” which I mastered and had absolute control over its use.

I used the “gradina” all the way to the skin of the figure opposed to using a file like all the other sculptors. Mr. Forcellino, in the last restoration of Julius II’s tomb, was able to distinguish the technique I used on my marble works due to the traces that are still visible on the marble. Holding the hammer in the left hand I pounded on the metal tool dragging it about 10 centimeters at a time making marks so perfect and straight that it seems to have been made by machine. I also work on curved areas without ever breaking the chisel stroke as on ecan still see on the elbow of Moses

Truly yours, Michelangelo Buonarroti and my unique technique

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La scultura

“La scultura è una arte che levando il superfluo dalla materia suggetta, la riduce a quella forma di corpo che nella idea dello artefice è disegnata. Et è da considerare che tutte le figure, di qualunque sorte si siano, o intagliate ne’ marmi o gittate di bronzi o fatte di stucco o di legno, avendo ad essere di tondo rilievo, e che girando intorno si abbino a vedere per ogni verso, è di necessità che a volerle chiamar perfette ell’abbino di molte parti”

Così scriveva il Vasari sula scultura.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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