La Cappella Paolina e tutto il peso della vecchiaia

Se, quando affrescavo la Volta della Sistina prima e il Giudizio dopo, ero una furia e non staccavo mai il pennello dalle pareti prima di essere stanco sfinito, le cose non andarono proprio nello stesso modo per i due affreschi che realizzai nella Cappella Paolina.

Procedevo per giornate assai piccole, solo come al solito e con interruzioni assai lunghe: un po’ causate dalle frequenti malattie e un po’ dal male della renella a volte non mi dava tregua. Sono tanti i pentimenti presenti nella stesura pittorica a differenza delle altre due grandi imprese prima citate.

Ero vecchio, assai stanco e tormentato. Pensate che conclusi di lavorare nella Paolina alla veneranda età di 75 anni. 75 anni nel Cinquecento pesavano molto di più di quelli di adesso: si campava assai meno e si tribolava di più.

Nonostante acciacchi e difficoltà varie, diedi vita a figure caratterizzate da una tensione drammatica tangibile. In questa cappella, cuore della cristianità, la chiesa più intima del Papa, non mi trattenni nell’esprimere con tutte le forze i miei pensieri in merito a una chiesa così lontana dai principi dettati da Cristo.

Lavorai fra quelle mura per quasi dieci anni affrescando prima La Conversione di Saulo e successivamente la Crocifissione di San Pietro. In quel frangente ero anche impegnato a progettare la cupola della Basilica di San Pietro. Non fu certo un periodo facile quello: malato, sovraccaricato di lavori più che impegnativi e i miei amici che poco a poco vedevo morire l’uno dopo l’altro.

Nel 1547 morì prima del tempo la mia cara amica Vittoria Colonna e solo un paio d’anni più tardi morì il mio amico papa Paolo III Farnese, ovvero quello che m’aveva commissionato il lavoro.

Furono anni assai difficili ma alla fine, dopotutto, qualcosa vi ho lasciato di importante anche in quel frangente.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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