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Il prigione ribelle e l’animo mio

In tutte le mie sculture, nei dipinti, negli affreschi e finanche nelle architetture che ho progettato  ho messo un pezzo di me, della mia anima e dei miei pensieri del momento.

Un esempio su tutti? Lo schiavo ribelle. Si divincola dai lacci che lo tengono e cerca di sfuggire al suo destino tendendo ogni muscolo ma in realtà s’è già arreso senza saperlo. Tante volte mi son sentito così nel corso degli anni: forte, vigoroso e vincente dinnanzi all’arte, audace con i committenti Papa compreso ma fragile dinnanzi alla vita di ogni giorno, al suo incedere. Sono stato spesso solo e la solitudine talvolta mi ha legato a se con lacci indissolubili. Adesso che son morto analizzo il mio essere dall’esterno e forse mi critico meno aspramente di quando ero in vita.

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Dio è stata la mia salvezza, la mia ancora. Tutto il resto son dettagli, attimi più o meno lunghi.

Scusate ma a volte sono malinconico: provate voi a star chiusi qui dentro soprattutto la notte! Non è mica un posto così affascinante quando si spengono le luci. C’è sempre qualche bischero che non ha voglia di dormire e inizia a intavolare certe discussioni sul mondo di oggi che non finiscono fino all’arrivo dei primi turisti mordi e fuggi.

Mi son perso di nuovo in discorsi!

Lo Schiavo Ribelle avrebbe dovuto essere una delle quaranta statue del progetto iniziale della tomba di Giulio II. Alla fine dopo il taglio dei finanziamenti, la morte del papa che me l’aveva commissionata e vicissitudini varie non solo non ho potuto dar vita al progetto originario ma non ho nemmeno completato gli schiavi che avevo iniziato.

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Sapete dov’è adesso lo Schiavo Ribelle? In Francia. Va bè, non è stato rubato da Napoleone o da qualche altro buontempone alla ricerca di opere da sottrarre all’Italia. Io l’avevo donato a Roberto Strozzi assieme all’altro prigione morente. Lui fu esiliato in Francia e dopo qualche anno regalò i prigioni re Francesco I. Adesso sono esposte entrambe al Louvre e per vederle è necessario varcare il confine.

Mi mancano un po’ perché non posso andare spesso al Louvre. Mi consolo e visito ogni tanto gli schiavi che sono nella Galleria dell’Accademia a Firenze.

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