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Anche Cristo perde la pazienza

Quando andai per la prima volta a Roma rimasi stupefatto per lo strapotere temporale della Chiesa. Mi sconvolsero i fasti del Papa del momento e mi domandai per quanto ancora Cristo potesse sopportare simili abomini. 

Rimuginando su quanto vedevo e ascoltavo ogni giorno, scrissi di getto questi versi.

 

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Qua si fa elmi di calici e spade

 e ‘l sangue di Cristo si vend’a giumelle,

e croce e spine son lance e rotelle,

e pur da Cristo pazïenzia cade.

    Ma non ci arrivi più ‘n queste contrade,

ché n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,

poscia c’a Roma gli vendon la pelle,

e ècci d’ogni ben chiuso le strade.

    S’i’ ebbi ma’ voglia a perder tesauro,

per ciò che qua opra da me è partita,

può quel nel manto che Medusa in Mauro;

    ma se alto in cielo è povertà gradita,

qual fia di nostro stato il gran restauro,

s’un altro segno ammorza l’altra vita?

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